Dott. Marcello Pirrotta

Dott. Marcello Pirrotta

Psicologo e Psicoterapeuta

Come affrontare la situazione di un figlio tossicodipendente, che non vuole farsi aiutare?

Buongiorno, Scrivo qui con la Speranza di avere un chiarimento che purtroppo nessuno mi ha saputo dare. Mio figlio fa uso di crack, da diversi mesi ormai. Quando l ho saputo, perché viveva lontano, ci siamo ricongiunti con il patto che si facesse aiutare, ovviamente questo patto è venuto meno. Alla sua richiesta di denaro, quasi sempre gli viene negato, ma lui ha intrapreso la strada dei furti, rinfacciandomi che fa questo perché non ha i soldi e deve rimediare in qualche modo. Sia il SERT che le comunità e gli psicologi, mi hanno detto che se non c'è alcuna volontà da parte sua, non si può fare nulla. A carico suo ci sono anche dei processi penali per furto. L Avv. Insiste che il carcere non gli farebbe bene, io credo il contrario invece. Ad ogni modo io non riesco a gestire la situazione. Considerata la vita che fa e aggravata dal fatto che vive in uno stato di abbandono personale, non si lava, dorme tutto il giorno quando è in casa, o mangia in maniera incontrollata, mangiando perfino con le mani, che poi non lava, e va toccando tutto. Proprio come se fosse un barbone. Cosa potete consigliarmi??? Possibile che si debba stare a guardare perché non c'è nulla da fare??? ( A parte pagare l Avv. Perché il gratuito patrocinio non mi spetta, pur guadagnando poche centinaia di euro, ma facendo cumulo con la pensione di un mio genitore, dal quale sono stata costretta ad andare a vivere, proprio perché non posso permettermi un affitto?!?!!)?? Grazie se mi rispondete

Quello che stai vivendo è una situazione che nessun genitore può affrontare da solo. Il comportamento di tuo figlio non è più guidato dalla volontà: il crack distrugge la capacità di giudizio, di cura di sé, di rispettare accordi, e trascina la persona in uno stato di degrado che tu stai vedendo ogni giorno. Non è un tuo limite, è la natura della dipendenza.
Quando ti dicono che “se non vuole non si può fare nulla”, si riferiscono ai percorsi volontari. Ma quando una persona vive in condizioni di abbandono, non si lava, non mangia in modo adeguato, dorme tutto il giorno, compie furti, non è più in grado di prendersi cura dei bisogni primari, allora non è vero che non esistono strumenti. In questi casi si può valutare un intervento sanitario non volontario, come il TSO, che non si applica “per la droga”, ma per lo stato psico‑fisico gravemente compromesso. Da ciò che descrivi, i criteri potrebbero esserci.
Sul carcere: non è una cura, ma non è neanche sempre il male assoluto. A volte interrompe la spirale, protegge la persona da sé stessa e apre la porta a percorsi terapeutici interni. Non è sbagliato che tu senta il bisogno di un contenimento forte, perché la situazione è fuori controllo.
Quello che puoi fare ora è rivolgerti al SERT non per convincerlo a curarsi, ma per segnalare la gravità reale della situazione. Racconta esattamente ciò che hai scritto qui e chiedi se è possibile valutare un intervento sanitario protettivo. Puoi anche parlarne con il medico di base, che ha il potere di attivare una valutazione psichiatrica urgente. Sul fronte legale, con i processi in corso, esistono percorsi alternativi al carcere come la messa alla prova in comunità o l’affidamento terapeutico, che spesso funzionano meglio dei tentativi volontari.
E poi ci sei tu. Nessuno può reggere tutto questo senza un sostegno. Cercare un gruppo per familiari o un supporto individuale non è egoismo: è protezione, è lucidità, è respiro.
Con cordialità, Dottor. Marcello Pirrotta, Psicologo e Psicoterapeuta.

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