I miei figli non mi cercano più
Salve, ho 2 figli di 16 e 13 anni, sono separata da 8 anni, affido condiviso con collocamento da me. I bambini/ragazzi sono sempre stati molto legati al papà e, essendo il papà un lavoratore in smart working, mentre io sono fuori tutto il giorno per lavoro, sono sempre stati di fatto più a casa sua (ogni giorno al ritorno da scuola, poi la sera io passavo a prenderli, a meno che non fossero, da calendario, i giorni suoi).
Il punto è che da un paio di mesi hanno deciso di rimanere fissi dal padre, ma da me non vogliono venire mai, né mi cercano al telefono, neanche gli auguri di Capodanno… Accetto che abbiano una preferenza per il padre, ma com’è possibile che non gli manco neanche un po’…
C’è da dire che io da un anno ho un compagno, ma non viviamo insieme e comunque a loro sembra stare simpatico. Io temo che il loro padre si faccia passare per vittima, credo soffra anche di depressione… Sarei tentata di mettere in mezzo i servizi sociali ma non vorrei peggiorare la situazione…
Grazie a chiunque vorrà darmi un parere.
Debora
Cara Debora,
Quello che stai vivendo fa davvero male, e lo si sente da come ne parli. Quando dei figli si allontanano così, soprattutto senza spiegazioni chiare, dentro si mescolano ferita, smarrimento e un grande senso di ingiustizia. Per una madre non è solo un cambiamento logistico: è il sentirsi improvvisamente fuori da un luogo affettivo che prima esisteva, e chiedersi cosa sia cambiato e se si abbia fatto qualcosa di sbagliato.
Va tenuto presente che l’età dei tuoi figli gioca un ruolo importante. A 13 e 16 anni si muovono in un territorio affettivo molto particolare: cercano autonomia, sperimentano lealtà diverse e spesso si avvicinano al genitore che sentono più “vicino” nella quotidianità. Non perché vogliano tagliare l’altro, ma perché non hanno ancora gli strumenti per tenere insieme più legami in modo maturo. A volte mantengono un silenzio che per un adulto è insopportabile, ma che per loro è quasi un modo goffo di proteggersi da emozioni che non saprebbero spiegare.
Se il loro padre sta attraversando un periodo di fragilità o sofferenza emotiva, è possibile che i ragazzi lo percepiscano più bisognoso di loro. Gli adolescenti non lo dicono, ma a volte si sentono responsabili del benessere di un genitore. Non serve per forza una manipolazione esplicita, basta che intuiscano che lui “ha bisogno”. In queste dinamiche la mamma può passare – senza colpa – in secondo piano non perché non conta più, ma perché viene percepita come più autonoma, più solida, più “a posto”.
Anche il tuo avere un compagno può entrare simbolicamente in questo quadro: se vedono che tu hai una tua dimensione emotiva che funziona, che non sei sola, possono convincersi che non ti stanno facendo un torto o che tu non abbia bisogno di loro. Non vuol dire che non gli manchi; vuol dire che non sanno come stare in mezzo a tutto questo.
Capisco il tuo pensiero sui servizi sociali. È una tentazione comprensibile quando si sente che la situazione sfugge di mano. Prima di arrivarci, però, spesso è più utile provare una via relazionale morbida: messaggi semplici e senza richieste, piccoli inviti senza pressione, spazi neutri come una colazione o un giro veloce insieme. A volte riaprire una porta emotiva richiede gesti minuscoli ma costanti, senza forzarli a giustificarsi o schierarsi.
Se riuscissi a parlarne con il loro padre non per accusarlo ma per capire come lui vive la situazione, potrebbe emergere qualcosa di prezioso. E se la comunicazione tra voi è difficile, esistono consultori o mediatori familiari che fanno proprio da terzo neutro e alleggeriscono la tensione senza il peso di un intervento istituzionale come i servizi sociali.
La cosa fondamentale è questa: non stai perdendo i tuoi figli. Stai attraversando una fase di riorganizzazione affettiva tipica della loro età, resa più complessa dalla storia familiare. I legami con la madre non si cancellano, anche quando sembrano interrotti.
Psicologa-Psicoterapeuta - Catania