Psicoterapeuta Psicoanalitica per giovani adulti e adulti. Consulente di Coppia e per i Genitori.
Attacchi di Panico e Disturbo Post-Traumatico da Stress: quando il corpo continua a sentirsi in pericolo
Da dove deriva il Panico
Gli attacchi di Panico vengono spesso descritti come episodi improvvisi e inspiegabili: il cuore accelera, il respiro si fa corto, compaiono tremori, sudorazione, vertigini, nausea, senso di soffocamento o paura di morire, impazzire o perdere il controllo. La persona può avere la sensazione che tutto accada senza motivo. In molti casi, però, il panico può rappresentare il modo in cui il corpo segnala una condizione di allarme profondo. Ad esempio, quando è presente una storia traumatica, gli attacchi di panico possono essere collegati al Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).
Che cos'è il PTSD
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress può comparire dopo eventi vissuti come minacciosi, violenti, destabilizzanti o profondamente dolorosi. Non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel passato, ma il modo in cui quell’esperienza continua a influenzare il presente.
Dopo un trauma, il sistema nervoso può restare in uno stato di allarme anche quando il pericolo è terminato. La persona può sapere razionalmente di essere al sicuro, ma il corpo reagisce come se la minaccia fosse ancora attuale. Possono comparire ricordi intrusivi, incubi, ipervigilanza, irritabilità, evitamento, senso di distacco, vergogna, colpa o difficoltà a fidarsi degli altri.
Nel Trauma Complesso, cioè quando le esperienze traumatiche sono state ripetute o prolungate o quando sono avvenute all’interno di relazioni significative, il trauma può modificare l’immagine di sé, il modo di vivere i legami, la capacità di mettere confini e il senso di sicurezza personale.
Il corpo come sistema di allarme
Per comprendere la connessione tra Panico e PTSD è utile partire dal corpo. Di fronte a un pericolo, il sistema nervoso attiva risposte automatiche di sopravvivenza: fuga, attacco, blocco, ipercontrollo o disconnessione. Queste risposte sono meccanismi protettivi.
Nel PTSD, però, il sistema di allarme può attivarsi anche in assenza di un pericolo reale. Un dettaglio del presente può richiamare implicitamente il trauma: un tono di voce, un odore, un luogo, una frase, una sensazione fisica, un conflitto o un momento di solitudine. Questi stimoli vengono chiamati “Trigger”, come il grilletto di una pistola. La persona può non riconoscerli subito, ma il corpo li registra come segnali di minaccia. L’attacco di panico può nascere proprio da questa attivazione. Il corpo entra rapidamente in allarme, la mente interpreta le sensazioni fisiche come pericolose, la paura aumenta e si crea un circolo vizioso: più la persona teme ciò che sta sentendo, più il corpo intensifica la risposta di panico.
Il Panico come Memoria Traumatica
Il panico può essere letto come una memoria corporea del trauma: il sistema nervoso sta reagendo sulla base di esperienze precedenti. Il corpo, in un certo senso, ricorda prima della mente. Questo spiega perché le rassicurazioni razionali spesso non bastano. Dire a se stessi “Non sta succedendo niente” può essere utile, ma non sempre è sufficiente. Il lavoro terapeutico deve aiutare la persona a riconoscere gradualmente la differenza tra passato e presente non solo a livello mentale, ma anche corporeo ed emotivo.
Evitamento e perdita di libertà
Dopo uno o più attacchi di panico, la persona può iniziare a evitare situazioni associate alla paura di stare male. Può evitare luoghi affollati, spostamenti, relazioni, discussioni, momenti di solitudine o contesti che evocano vulnerabilità. Nel PTSD, l’evitamento è spesso già presente come tentativo di non entrare in contatto con ricordi, emozioni o sensazioni traumatiche.
All’inizio evitare sembra proteggere. Nel tempo, però, può restringere la vita. La persona non sceglie più in base ai propri desideri, ma in base alla necessità di prevenire l’ansia. Il panico diventa così non solo un sintomo, ma un organizzatore della quotidianità. Per questo è importante non trattare l’attacco di panico come un episodio isolato. Quando è collegato a una storia traumatica, occorre comprendere che cosa lo attiva, quali vissuti richiama e quali parti della persona cerca, in modo doloroso, di proteggere.
Il ruolo della relazione terapeutica
Nel trauma relazionale, anche la relazione terapeutica può diventare parte centrale della cura. Un contesto di cura stabile, prevedibile e rispettoso aiuta la persona a sperimentare una forma di sicurezza nuova. I confini, gli orari, la continuità e il rispetto del ritmo personale sono elementi terapeutici. Per chi soffre di panico e PTSD, sentirsi accolto senza essere spinto troppo velocemente dentro il dolore è essenziale. La terapia non deve forzare, ma accompagnare. Deve aiutare la persona a tollerare gradualmente ciò che prima era ingestibile, costruendo fiducia nel corpo, nella mente e nella relazione.
Guarire significa tornare a scegliere
Guarire dal trauma e dagli attacchi di panico non significa dimenticare ciò che è accaduto, né eliminare ogni emozione difficile. Significa poter vivere il presente senza essere continuamente trascinati nel passato, riconoscere i segnali del corpo, comprenderli e regolarli, invece di subirli come minacce incomprensibili. Il corpo che oggi si allarma è spesso lo stesso corpo che un tempo ha cercato di proteggere. La Psicoterapia aiuta a trasformare questa risposta automatica in una possibilità nuova: sentire senza essere travolti, ricordare senza rivivere, chiedere aiuto senza vergogna e costruire una vita meno guidata dalla paura.
Bibliografia
Bromberg, P. M. (2012). L’ombra dello tsunami. La crescita della mente relazionale (V. Lingiardi & F. De Bei, a cura di). Raffaello Cortina Editore.
Ginot, E. (2017). Neuropsicologia dell’inconscio. Integrare mente e cervello nella psicoterapia. Raffaello Cortina Editore.
Mucci, C. (2014). Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Raffaello Cortina Editore.
Schore, A. N. (2008). La regolazione degli affetti e la riparazione del sé. Astrolabio.
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