Ragazzi e sport: successi e insuccessi sportivi. Come gestirli?
Sono da sempre sostenitrice dell'importanza dell'attività sportiva per la crescita dei ragazzi e lungi da me puntare sulla competitività e i successi. Mia figlia pratica regolarmente questo sport da 4 anni senza mai ottenere risultati importanti (hanno effettuato pochissime gare in un ambiente molto più ludico che competitivo). Con la società non ci sono mai stati dei "colloqui" sulle sue reali capacità e progressi dal punto di vista fisico e noi l'abbiamo sempre vista andare felice (vosa fondamentale) agli allenamenti. Il punto è che in questi anni lei ci ha sempre raccontato di essere molto forte e portata per un determinato tipo di attività e alla prima gara utile in quella disciplina di fatto non è stata selezionata. Nessun problema per noi, ma quello che mi dispiace è che abbia raccontato una storia non corrispondente al vero per giustificare il suo "insuccesso". Tutta questa premessa per dire che mi dispiace/mi preoccupa se si fa delle idee su stessa che non sono veritiere. Questo aspetto l'ha notato di recente anche l'insegnante di matematica che mi ha detto essere troppo sicura di sé stessa e poco "umile". Qui a casa non abbiamo mai parlato di necessità di dimostrare o di ottenere risultati eccelsi. Come gestire questa divergenza tra quello che lei crede e i dati oggettivi (risultati sportivi di fatto "scarsi")? Parlargliene? Lasciare che se ne accorge da sola? Rincuorarla sul fatto che a noi non deve dimostrare nulla se non l'impegno? Questi allenamenti sono molto impegnativi in termini di gestione e lei non vuole mai saltarli (lodevole), ma a volte ho la sensazione che vada più per le relazioni sociali che per la crescita/impegno sportivo. Non vorrei ferirla, ma spronarla a dedicarsi con serenità ed entusiasmo.
Salve,
quello che descrive ha un nome preciso: alta autostima, bassa autoefficacia. Le spiego cosa significa e perché riguarda sua figlia.
Un po' di contesto storico, per capire come ci siamo arrivati
Per secoli il modello educativo dominante è stato autoritario — non per cattiveria, ma per necessità. In un mondo in cui si moriva di parto, di stenti o di un'influenza mal curata, i figli erano tanti, le risorse poche e il tempo per le attenzioni individuali quasi nullo. I genitori erano duri, distanti, esigenti. Il risultato? Figli con una bassa autostima — nessuno li elogiava mai — ma con un'altissima autoefficacia, ovvero la capacità concreta di fare le cose, di farcela, di misurarsi con la realtà.
Con la rivoluzione industriale prima, e poi con il lavoro impiegatizio e la prosperità del dopoguerra, il modello si è rovesciato. I genitori hanno iniziato ad avere meno figli, più tempo, più risorse — e la preoccupazione principale è diventata proteggere i bambini dalle difficoltà, premiarli, incoraggiarli, rimuovere gli ostacoli. Il risultato è l'opposto di prima: bambini con un'altissima autostima — sono principi in casa propria — ma con una bassa autoefficacia, perché non hanno mai davvero dovuto misurarsi con qualcosa di difficile, con una sconfitta vera, con un limite reale.
Sua figlia è il prodotto di questo modello — e probabilmente lo è anche lei
Non lo dico come accusa, ma come osservazione. Lei scrive che non ha mai parlato di risultati, di competizione, di dover dimostrare qualcosa. Ottimo in teoria. Ma il messaggio implicito che arriva a sua figlia potrebbe essere stato: puoi credere di essere brava senza doverlo mai verificare davvero. Quando la prima verifica oggettiva arriva — la non-selezione in gara — sua figlia non ha gli strumenti per elaborarla, e costruisce una narrativa alternativa per proteggersi.
Lo stesso vale per il giudizio dell'insegnante di matematica: troppo sicura di sé, poca umiltà. E' un problema di carattere, ed è il risultato dello stile educativo e del modo in cui la trattate in casa.