Ho bisogno di aiuto

Salve a tutti, è da un mese che sto male e avrei bisogno di aiuto. Da circa un mese, nelle ore pomeridiane, mi viene un’angoscia a stare sveglio. Premetto che già la notte dormo poco. Comunque fatto sta che questa angoscia va via solo se mi metto a letto con gli occhi chiusi, ma questo non va bene perché il mio psicologo dice che non va bene: se mi metto a letto anche se non dormo, il cervello non si stanca e quindi poi la notte non riesco a dormire, anzi dormo ancora peggio.

Però il problema è che io il pomeriggio avverto che c’è qualcosa che non va nella mia testa, un pensiero fisso che mi fa stare male ma che non so identificare. Provo a sfidarlo, ma è lì che mi dà fastidio. È diventata una routine: ogni giorno, nelle ore pomeridiane, si presenta sempre la stessa cosa ed è come se avessi un peso da sopportare. Non sto più sereno come lo ero da quando ho conosciuto questo sintomo.

Ho paura perché non riesco nemmeno a descriverlo e, non riuscendo a descriverlo, non si può poi magari trovare una soluzione. Ma comunque è qualcosa che non va: è come un’angoscia, un pensiero che mi fa andare avanti e indietro e non riesco a gestirlo. Per colmarlo devo mettermi a letto con gli occhi chiusi, perché comunque, anche se mi metto, so già che non dormo, dato che io fatico a dormire pure di notte.

La mia dottoressa mi ha aggiunto un altro farmaco che si chiama olanzapina, perché lei dice che è un’ossessione. So solo che questa cosa mi sta togliendo la vita. Faccio pensieri brutti e a volte credo che, per risolvere questa cosa, dovrei solo morire, perché a volte desidererei perdere la coscienza per non pensare a questa cosa. Stare sveglio mi fa stare male, non so cosa sia.

Io sono seguito dal 2014 al centro di salute mentale; adesso mi segue uno psicoterapeuta che mi sta dando delle cose da fare il pomeriggio per non pensare e distrarmi, ma il problema è che io non le metto in atto perché, quando mi arriva questa sensazione, mi blocco completamente e passo le ore sul divano. Questa cosa mi prende il sopravvento.

Spero che qualcuno possa darmi un consiglio su cosa può essere questa cosa. Mi ha destabilizzato: non esco più, mi ha fatto perdere l’entusiasmo di uscire, di fare le cose, di vedere amici. Ho fatto anche il Natale da solo e mamma doveva portarmi le cose da casa di mia sorella fino a sopra da me; per fortuna abitiamo vicini.

Gentile Giuseppe, dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa e molto pesante da sostenere, che nel tempo sembra aver ristretto sempre di più il suo spazio di vita, fino a toglierle serenità, energia e possibilità di muoversi liberamente nelle sue giornate. Si percepisce bene quanto questa esperienza la stia destabilizzando e quanto lei si senta spaventato anche dal fatto di non riuscire a definirla con precisione.

Non sempre ciò che fa stare male si presenta subito in una forma chiara o facilmente descrivibile. A volte la sofferenza prende la forma di un’angoscia diffusa, di uno stato interno molto invadente, di una sensazione di allarme o di un pensiero fisso difficile da afferrare ma molto concreto nei suoi effetti. Il fatto che lei non riesca a nominarlo perfettamente non significa affatto che non sia reale, né che non si possa lavorarci. Anzi, spesso il primo passo è proprio riconoscere che c’è un’esperienza interna che la travolge e che, in questo momento, supera le sue capacità di gestione.

Mi sembra importante anche sottolineare un altro punto: lei è già seguito, è in cura, e questo è un elemento prezioso. Sta provando a chiedere aiuto, e questo va riconosciuto. Nello stesso tempo, però, il livello di sofferenza che descrive merita di essere riportato con molta chiarezza ai professionisti che la seguono, soprattutto quando compaiono pensieri di morte o il desiderio di perdere coscienza pur di non sentire più questo stato. Questi segnali non vanno tenuti dentro né minimizzati, ma condivisi apertamente con il suo psicoterapeuta e con la sua psichiatra, perché indicano che in questo momento il carico interno è molto elevato.

Il fatto che nel pomeriggio lei si blocchi e non riesca a mettere in atto ciò che pure le viene suggerito non va letto come mancanza di volontà. Quando una persona è sopraffatta dall’angoscia, spesso il problema non è “sapere cosa fare”, ma riuscire concretamente ad accedere alle proprie risorse in quel momento. Per questo, più che colpevolizzarsi, può essere utile portare in terapia proprio questo punto: non soltanto il sintomo, ma il momento esatto in cui si sente sopraffatto e perde la possibilità di muoversi. È lì che probabilmente va costruito un lavoro più mirato, più graduale e più contenitivo.

Accanto a questo, credo sia importante che lei non resti solo nelle ore in cui questa esperienza si presenta con maggiore forza. Se il pomeriggio è la fascia più critica, può essere utile parlarne con chi la segue per provare a strutturare meglio quelle ore, ma anche per valutare se, in questa fase, serva un contenimento più stretto. E se dovesse sentire che i pensieri di morte diventano più forti, più concreti o difficili da controllare, è fondamentale rivolgersi subito ai servizi di emergenza o al pronto soccorso, senza aspettare.

Lei chiede “che cos’è questa cosa?”. È comprensibile desiderare un nome preciso, ma forse in questo momento il punto più importante è un altro: questa esperienza la sta facendo soffrire molto e sta incidendo in modo serio sulla sua vita quotidiana, sul sonno, sulle uscite, sulle relazioni e sul desiderio stesso di vivere le giornate. Questo basta per dire che merita attenzione clinica seria, continua e tempestiva.

Credo che parlarne ancora in modo molto diretto con i professionisti che la seguono, senza attenuare nulla di ciò che prova, possa essere un passaggio importante. Anche un percorso psicologico ben calibrato, quando il paziente si sente davvero compreso nella qualità del suo vissuto e non solo corretto nei comportamenti, può aiutare gradualmente a dare senso, contenimento e respiro a stati interni che oggi sembrano solo insopportabili.