Dott.ssa Paola Cervellati

Dott.ssa Paola Cervellati

psicologa, psicoterapeuta, psicologa giuridica

BAMBINI PREMATURI E DEPRESSIONE POST-PARTUM

Vorrei, condividere con voi un’esperienza della mia formazione.

Mi proposero di fare un tirocinio all’Ospedale Mayer di Firenze, in terapia intensiva neonatale. Dopo un primo impatto, nel quale tutto di me avrebbe voluto rivolgersi altrove, accettai.  Sarei stata in grado di sopportare la tensione di un reparto così delicato, dove la vita e la morte vanno a braccetto costantemente.

Quando incontrai la mia tutor, oltre a prepararmi psicologicamente al duro lavoro che mi aspettava, mi diede il consiglio di documentarmi sulle varie patologie, che si potevano incontrare, in bambini prematuri e non. Cominciai quindi a documentarmi su tutte le improbabili malattie, che si possono manifestare, delle quali, di alcune, neanche fino a quel momento, conoscevo l’esistenza. Però, capii presto che questo, non mi aiutava nell’andare incontro alla sofferenza delle madri e dei padri. Non potevo certo mettermi a fare il medico, di questi, ce ne erano tanti e bravissimi. Quindi, optai nell’andare incontro alle madri e ai padri e cercare di sostenerli il più possibile, in quel tempo, che passavano nel reparto, con la mente libera da pregiudizi e convinzioni, quello che si fa normalmente in una seduta di psicoterapia.

Fui subito attratta da una culla, nella quale c’era una bambina con il nome di una protagonista di una fiaba di Walt Disney. Accanto a questa culla, c’era una madre non italiana, con una compostezza nel dolore, che mi colpì il cuore. Nel primo periodo, non avevo la chiara percezione, di chi sorreggeva chi. Se era lei a legittimare la mia presenza li vicino a quella culla, o se io, in quel silenzio composto, sorreggevo lei. Però miracolosamente questo connubio funzionò, così insieme alle giuste cure ed il supporto alla madre, la bambina sembrò stare meglio, tanto che, dopo un po’ fu dimessa nell’incredulità  del personale medico, che non si spiegava, il netto miglioramento.

La difficile convivenza di tante madri, ognuna con il suo personale e singolarissimo dolore, il personale medico, gli infermieri,che ruotavano in turni lunghi e faticosi, tutto, era così miracolosamente insieme in un reparto: efficienza, pietà, amore, dedizione e dolore, tanto dolore.

Quello, che però colsi, era, che tanto più le madri erano depresse e tristi, tanto meno riuscivano ad interagire coi i loro figli in modo efficace. Quindi cercando di portare un po’ di conforto a questi genitori, notai che alcuni ripiegati su di sé, non riuscivano ad interagire con i loro bambini in modo efficace.  Mi chiesi cosa poteva migliorare l’interazione genitore bambino e così passavo tra le culle invitando le madri a ricercare tanto più possibile, il contatto visivo, il contatto epidermico e a parlare ai loro bambini e perché no a cantarle qualcosa.  Se potevano prenderli fuori dalle culle termiche, sfruttare al massimo di quel tempo, per parlarci e soprattutto, cercare e mantenere il contatto oculare, quando li allattavano. L’allattamento al seno, quando era possibile, avrebbe allontanato, anche fisiologicamente il rischio di depressione, per le dosi di prolattina, che si producevano nel sangue, oltre all’istaurarsi di un solido legame madre-bambino, producendo scambi adeguati dal punto di vista qualitativo.

Alcuni bambini rivolgevano lo sguardo verso il macchinario, che dava lampeggi e rumori sinistri e per un attimo mi è venuto alla mente, l’esperimento di Harry Harlow (1958) che, aveva messo giovane scimmiette a contatto con una madre di ferro e una ricoperta da pelliccia, capendo che l’istinto, li rivolgeva verso quelle, più calde e morbide. Che l’attaccamento, si struttura, non tanto verso chi somministra il cibo, ma verso chi, da calore e morbidezza. Durante i nove mesi di gestazione, una madre solitamente fantastica sul suo nascituro, e quasi tutte le madri hanno paure legate al fatto di non generare un figlio sano. Al momento del  parto, c’è un distacco, che può causare angosce di separazione, molte volte è difficile accettare che il nascituro non sia più in questa fase simbiotica, ma sia una persona diversa e separata da sé.

Quindi, in casi di bambini prematuri e con patologie, si concretizzano le fantasie di non generare un figlio sano, con tutti i sensi di colpa che ne derivano. Le domande, cominciano ad ingombrare la mente delle puerpere, in un circolo di un’autoaccuse, che non fanno, che peggiorare la situazione. Pertanto, cercare di rassicurarle sul fatto, che non fosse colpa loro, era un compito arduo e alle volte impossibile. Queste madri, dovevano trovare al di fuori di tutti quei tubicini, che tenevano in vita il loro piccolo, la determinazione, che sulla psiche dei loro figli, potevano ancora fare la differenza.

Spesso ci si confrontava con la mia tutor e lei mi diceva, devi lavorare sul qui ed ora, adducendo, che era meglio non coltivare speranze, se poi queste sarebbero state disconfermate. Non so, se in questo caso, la fede mi ha dato una mano, comunque, ero sicura, che comunque, quelle giovani vite, erano un dono, forse un disegno, non subito intuibile, però la speranza, l’amore, delle loro madri, andava se mai potenziato e non recintato, da un timore, di quello che potrebbe accadere domani. Il lutto, semmai, sarebbe stato più elaborabile, se era stato sorretto, da tanto amore.

Molto importante, anche, il fatto, che ci fosse un compagno, marito, che le sosteneva e che le dava il cambio, permettendole di riposare e prendersi un pò cura di sé o degli altri figli lasciti a casa, con nonne, o altri parenti. Quelle, che effettivamente, avevano altri figli, dovevano anche, spiegare ai fratellini, che il nuovo arrivato/a, non poteva ancora venire a casa, perché, aveva  bisogno di cure in ospedale e che loro, dovevano starle vicino. L’umore delle madri, andava di pari passo, al bollettino medico elargito quotidianamente. Il più piccolo miglioramento, o il peggiorare della situazione, lasciava i genitori con un umore accettabile o in cupo sconforto. Tutti, risentivamo di queste notizie, personale medico, infermieri e noi psicologi. In questo scenario, è veramente difficile, portare un po’ di sollievo, eppure, era veramente importante crederci.

Spesso, le madri, mi raccontavano, di quanto difficile fosse stato, portare avanti quella gravidanza; minacce di aborti, erano le prime avvisaglie, di quel parto prematuro. Alcune erano state massacrate psicologicamente, da dottori con poca sensibilità, che le avevano, vivamente sconsigliate di intraprendere una nuova gravidanza, dopo vari tentativi andati male. Poi procedevano a raccontare, le più svariate dinamiche famigliari e come effettivamente, queste, possano influire sulla gravidanza e sulla gestazione. Alcune volte, ci si ritagliava uno spazio, nello spogliatoio, per non avere il senso di colpa di allontanarsi troppo dalle culle, con il bisogno, però, di rifugiarsi in uno spazio privato, in cui magari poter piangere senza sguardi indiscreti. Fortunatamente questa è un’esperienza estrema, dove l’umore depresso, è giustificato dalla situazione che si deve affrontare, anzi più volte mi sono domandata dove trovassero tanta forza fisica e psicologica, queste mamme, magari stando tutto il giorno su di una sedia, con magari ancora i punti freschi, dati durante il parto. Solitamente, però una nuova nascita, dovrebbe essere solo fonte di gioia, ma ugualmente ci possono essere lievi malinconie, dette “baby blues”, o vere e proprie depressioni  post- partum, che possono rendere difficoltoso l’ instaurarsi, del legame madre bambino.

Come ha ben ipotizzato John Bowlby nella sua teoria dell’attaccamento concepita più di 50 anni fa e scientificamente avvalorata dalla sua allieva Mary S. Ainsworth, che capì giustamente che l’interazione madre bambino, o chi si prende cura di lui, influenzeranno profondamente la vita relazionale dell’adulto, rendendo, questo primo periodo e quello successivo veramente fondamentale per gettare le basi, sulla futura personalità dell’individuo. Essa individuò 4 principali categorie di attaccamento: sicuro, insicuro ansioso, evitante insicuro, insicuro disorganizzato. Queste categorie derivano da centinaia di osservazioni su bambini e neonati, in un test chiamato Strange Situation, in cui i bambini dopo una breve interazione con il genitore, vengono lasciati soli, con uno sconosciuto. Nella situazione sicura, i bambini possono piangere, quando il genitore si allontana, ma poi, al loro ritorno, trovano nello stesso, una base sicura e prontamente si rassicurano. Questi saranno adulti, che in situazioni di stress, ricercheranno nel partner o nei propri famigliari un sostegno e conforto.

Nell’ attaccamento insicuro ansioso, il bambino piangerà, quando il genitore si allontana, ma poi al suo ritorno faticherà a calmarsi. Questo, perché probabilmente, il genitore, in passato, non ha dimostrato di essere, una base sicura. Nell’attaccamento insicuro evitante, i bambini non mostrano angoscia, quando il genitore li lascia, anche se la frequenza cardiaca è alterata e gli ormoni dello stress, alle stelle. Quando ritorna il genitore, non mostrano interesse, perché sono stati abituati a essere ignorati o respinti, ma anche soffocati da troppe attenzioni. Questi, da adulti, faticheranno ad avere rapporti intimi soddisfacenti e probabilmente scapperanno dalle relazioni, quando, queste funzioneranno, proprio per paura dell’intimità.

Nell’attaccamento, insicuro disorganizzato, mostrano comportamenti ansiosi ed evitanti in maniera illogica e irregolare. Questo comportamento, solitamente, è associato ad un genitore, minaccioso e violento. Probabilmente, se non lavoreranno su loro stessi, rifaranno, le stesse cose nei confronti dei propri figli o del partner. La base sicura, invece, favorisce, un senso di fiducia in sé stessi, promuovendo progressivamente l’autonomia e la crescita. Intervenendo subito in queste dinamiche, si possono evitare tanti problemi futuri, ecco perché,è importante, cercare un sostegno, quando si capisce che qualcosa non funziona per il verso giusto. Alle volte, possono essere le persone intorno alla cerchia famigliare a notarlo, quindi è importante il sostegno in un momento così delicato come una nascita. La madre, non deve essere lasciata sola, permettendole anche di avere un po’ di tempo per sé, per potersi ricaricare, magari, facendo una passeggiata, una buona lettura o perché no, un bel massaggio. Tutte attività, che fanno fare il pieno di endorfine, con le quali poi affrontare al meglio, il delicato compito a cui si è chiamati.

Cercare, di non perdere di vista anche gli altri ruoli, come quello di moglie e donna, perché in questo modo, si ristabilisce l’equilibrio familiare e si permette al padre, di entrare nella diade. Questo sarà molto importante dopo un primo periodo di fusione con il figlio, perché permetterà alla madre di attuare,quel necessario distacco utile ad una relazione sana e favorirà un buon sviluppo psichico nel figlio.

 

Buona Vita!

 

 

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