Dott.ssa Simona Rocco

Dott.ssa Simona Rocco

psicologo clinico-psicologo alimentare-psicologo dello sport

Come gestire un forte legame affettivo sincero con il proprio psichiatra

Buongiorno,
ho 28 anni e sono seguita da uno psichiatra da circa due anni.
Nello stesso periodo iniziai anche un percorso di psicoterapia abbastanza "tormentato": non mi trovavo affatto bene con il primo psicologo psicoterapeuta e dopo quasi un anno decisi di cambiare, consultai diversi specialisti ma nessuno lo sentivo disposto all'ascolto empatico e professionale, ho trovato solo tante parole standardizzate, superficiali e soprattutto di nessun aiuto. Alla fine comunque, anche su consiglio del mio psichiatra, ho effettuato una scelta e ho iniziato un nuovo percorso con un nuovo psicoterapeuta con cui sentivo leggermente più affinità. Purtroppo anche questa volta il rapporto terapeutico è stato completamente inesistente perché la situazione è sempre la stessa: estrema superficialità, le solite parole trite e ritrite.
L'unico vero aiuto ad andare avanti l'ho ricevuto dal mio psichiatria, persona splendida dal punto di vista umano e professionale.
Accenno brevemente di essere una persona che da anni lotta tra depressione, disturbi borderline, autolesionismo, forti sintomatizzazioni, una vita totalmente alla deriva.
Sono sola, con una famiglia ipercontrollante e allo stesso tempo inesistente per i miei reali problemi che non sono riuscita a gestire. Dopo anni di faticosa lotta sono riuscita a iniziare l'università. Il mio sogno era ed è psichiatria e l'ambito medico. Ma per l'ennesima volta non sono riuscita ad inseguirlo (non mi dilungo ulteriormente sui motivi) e ho dovuto deviare su psicologia. Più studio psicologia, più vado avanti con la psicoterapia e più la rabbia, la delusione, l'insoddisfazione e il rimorso aumentano. Ma oramai è chiaro che non ci sia più niente da fare, anche perché sono letteralmente stanca della vita e mi ritrovo a dovermi accontentare, come in ogni ambito della mia vita, anche in ambito professionale e soprattutto di realizzazione della persona. In questo contesto la psicoterapia mi fa l'effetto di una caramella alla menta per curare una polmonite.

Ho cercato di riassumere il più possibile, con grandissima fatica, un mio quadre generale per poter centrare il punto di questo mio intervento.
In questo quadro per me soffocante l'unica persona di riferimento è il mio psichiatra a cui mi sento fortemente legata, forse anche troppo.
Con lui ho un'affinità mentale unica e ogni volta attendo il momento di poterlo rivedere e parlarci. Dato che da anni non sento più bene le emozioni, letteralmente ricoperte da angoscia rabbia e vuoto, non capisco se si tratta di una sorta di amore paterno o di un innamoramento. Quello di cui sono certa è che non si tratta di nulla che possa rientrare nella sfera del transfert, è un sentimento genuino nei confronti di una persona che rappresenta tanto per me. Ma allo stesso tempo so bene di non essere niente per lui e che lui fa tutto quello che fa per lavoro (anche se ha fatto cose che penso in pochi avrebbero fatto nella sua posizione) e con ogni paziente probabilmente.
Inoltre io sono una persona molto difesa nelle relazioni di ogni tipo e in parte lo sono anche lui ancora. Ma nonostante ciò da due anni questo mio sentire è progredito molto.
In tali situazioni vi è la possibilità o la necessità che io riferisca tutto ciò al mio psichiatra per analizzare insieme la situazione? Gli ho solo accennato alcune volte di quanto il suo aiuto per me sia stato prezioso e che lo ringrazio per la sua gentilezza e disponibilità. Ma parliamo di poche parole e che non lasciano trasparire il vero sentire. Ho però il terrore di riferirgli tale situazione perché temo per le conseguenze. Potrebbe non seguirmi più (parliamo di un CSM pubblico) o affrontare il discorso in modo che ne esca maggiormente distrutta? Probabilmente ne dovrei parlare con una figura con cui conduco la psicoterapia ma ripeto che non vi è minimamente un rapporto di fiducia e alleanza terapeutica.
Al di fuori del rapporto con lui, sembra sempre più che io non abbia più niente da perdere e vorrei affrontare questo punto importante per me.

Grazie a chi dedicherà del suo tempo per poter accogliere le mie parole.

Gentile Valentina, 

Io naturalmente dopo aver letto con attenta analisi, tutti i dettagli nella sua lettera per un consiglio, soprattutto alla luce dei cambiamenti riguardo, da ciò che ho compreso, delle figure "per fare una psicoterapia ".

Sembra che non erano in grado di destare in lei interesse .

Forse, conoscendo la materia , vedeva il terapeuta come "un libro/manuale"stampato... 

O forse, la sottostante ma sempre attiva sua motivazione primaria, a fare medicina e poi psichiatria,

È difficile da NON VEDERE... 

Certamente io, alla luce della mia esperienza e formazione,

In cui l'importanza principale La Avra'Sempre "La mia prima analisi classica "×6anni a 3 sedute a settimana . Che mi ha permesso di trovarmi come paziente, ovvero come questi

si trovano anche in terapie diverse di fronte ad un professionista. 

Certo leggo nel suo scritto, Un Conflitto. Ma non Sapendo più di tanto, diciamo così:

Io le consiglierei di parlare serenamente con il suo psichiatra.

Aprendo Chiaramente alcune questioni personali e professionali. 

Riveda eventualmente,con lui, anche la sua motivazione professionale e terapeutica. Sarebbe un peccato perdere tempo. La sua vita la sta aspettando Da qualche parte...

Non perda le occasioni che sono solo per lei. E'molto giovane Valentina. 

Un cordiale saluto.

Simona Rocco. Roma.