Separazione "in casa" o "tradizionale" per tutelare il più possibile figlio di 2 anni e mezzo?
Io e la mia compagna (non siamo sposati) abbiamo un figlio di 2 anni e mezzo, bellissimo e sveglissimo (anche se molto vivace). Purtroppo da un anno a questa parte ormai non ci sopportiamo più, facciamo proprio fatica a tollerare la presenza l'uno dell'altra. La soluzione sembrerebbe scontata, ma, come spesso accade, ci si mette di mezzo l'aspetto economico. Purtroppo le nostre situazioni non sono esattamente simili: io ho una situazione reddituale e patrimoniale diciamo "serena", oltre a due genitori alle spalle che mi danno costante affetto e supporto in tutto (anche con mio figlio, con cui sono fantastici). Lo stesso non si può dire per lei: ha un'attività commerciale che sta andando male, specie da quando (dopo la nascita di nostro figlio) ha acconsentito ad "assumere" sua madre, in quel periodo in cerca di lavoro e non ancora in grado di andare in pensione. Purtroppo tale scelta ha comportato per lei spese crescenti a fronte di un mancato aumento delle vendite (che, anzi, sono diminuite). Insomma, noi non ci sopportiamo e sappiamo benissimo che, per la serenità e il benessere di nostro figlio, sarebbe molto meglio se lo crescessimo separatamente, perché se no rischiamo ciascuno di impedire all'altro di essere quel genitore che potrebbe essere se fosse felice (scusate il giro di parole). Lei però, avendo in questo momento le "pezze al culo", trova molto più comodo mantenere lo status quo. Peccato che non passi giorno in cui io non riceva insulti e auguri di morte, davanti anche a mio figlio peraltro. Io non sono certo un santo e ho anch'io i miei difetti, sia come padre che come compagno, ma se c'è una cosa di cui sono certo, è che saremmo tutti più felici se vivessimo separatamente, o anche sotto lo stesso tetto ma facendo vite il più possibile separate (io e lei intendo). La casa dove viviamo l'ho acquistata io, però lei ha contribuito pagando l'arredamento. Io le dico sempre che non possiamo andare avanti così, ma che non c'è assolutamente la volontà da parte mia di mandare via da casa mia nessuno. Se lei preferisce tornare a vivere dai suoi, io sono tranquillamente disponibile a rifonderle per intero quanto speso per l'arredamento. Altrimenti, potremmo valutare un regime da "separati in casa", forse meno traumatico anche per nostro figlio, solo che questo comporterebbe una precisa divisione di tutte le spese (cosa che ad oggi non avviene, perché tutte le spese maggiori le sostengo io). In pratica, io ho paura per mio figlio: dal suo punto di vista, è l'unico vincolo che ci tiene ancora legati, ed ho l'impressione che stia iniziando a strumentalizzarlo. Dice che non dorme la notte (lei) perché ha paura che nostro figlio abbia comportamenti autistici, cosa assolutamente non vera. Temo piuttosto che quest'insonnia sia dovuta alla sue già citate preoccupazioni economiche. Non so bene come comportarmi: se propongo la separazione in casa, rifiuta il dialogo e la butta in "rissa" dicendo semplicemente "Hai voglia di rompere i coglioni? Se non la smetti prendo nostro figlio e vado dai miei..." E ovviamente io, per evitare al bimbo sballottamenti inutili e traumatici, taccio. Se dico che allora non mi lascia scelta e prenderò la via della separazione giudiziale, ribatte che farà di tutto per "mangiarmi il più soldi possibili" (non sono molto preoccupato di questo) e per farmi vedere mio figlio il meno possibile. So che probabilmente sono minacce "vuote", e che forse non riuscirà ad ottenere niente di tutto questo, ma per ora è sempre bastato a spaventarmi e a farmi desistere dal prendere decisioni drastiche. In passato, io ho sofferto di depressione con attacchi d'ansia e ho assunto sertralina, cosa che lei continua a sventolarmi davanti come elemento tale da assicurarle l'affidamento esclusivo di nostro figlio. Dimenticavo, anche la sessualità, da quando è nato nostro figlio, è diventata un lontano ricordo (da alcuni mesi dormo anche nel letto destinato a nostro figlio, e lei dorme col bimbo nel lettone). Mio padre mi dice di andare avanti così finché tengo botta, il problema è proprio che non ce la faccio più...
Ciao, grazie per la condivisione: si sente quanto questo “spaccato” familiare sia diventato pesante e doloroso per tutti e tre.
Da quello che descrivi, il tema oggi non è tanto “la coppia che non funziona” (può succedere), ma il fatto che la relazione stia diventando un clima quantomeno disfunzionale e imprevedibile, con attacchi, minacce e svalutazioni, anche davanti a un bambino di 2 anni e mezzo. E qui la priorità cambia: prima ancora di decidere come separarvi, serve mettere in sicurezza il contesto emotivo di vostro figlio. A questa età i bambini assorbono tutto: tono, tensione, rabbia, paura. Serenità non significa “genitori insieme”, significa un ambiente abbastanza stabile e rispettoso e prevedibile affinché lo sviluppo avvenga in maniera armonica.
Prima di parlare di “separati in casa” o altro, vi serve una gestione concreta dei momenti in cui la rabbia prende il sopravvento. Anche una regola minima può cambiare molto, ad esempio:
- Stop immediato quando la discussione sale (soprattutto se c’è il bimbo).
- Pausa e ripresa solo quando siete rientrati “in soglia” (quindi quando non vi sentiti più sopraffatti dall'emozione).
- Le questioni pratiche si discutono in un momento fissato, non “nel mezzo”.
Non è buonismo: è igiene emotiva. Serve a proteggere vostro figlio.
Poi, se l’idea di una separazione è sul tavolo, il lavoro importante è costruire una coparentalità: due adulti che, anche se non stanno bene insieme, possono restare affidabili e rispettosi come genitori. Qui spesso serve un supporto esterno perché da soli, quando c’è tanta tensione, si ricade facilmente negli stessi copioni.
Ultima proposta: la soluzione “separati in casa” può essere una fase-ponte, non per “tirare avanti”, ma per ridurre l’escalation mentre organizzate una sistemazione più stabile e sostenibile.
In parallelo, visto che tu hai una rete familiare presente, quella può diventare una risorsa pratica (gestione del bimbo, tempi di decompressione, supporto nei passaggi).
Sull questione economica capisco che sia un nodo, ma non può essere l’unico motivo per restare in un clima che vi sta consumando. Esistono anche possibilità di orientamento territoriale (servizi sociali / consultori) quando c’è da riorganizzare la vita familiare e le risorse, soprattutto se uno dei due è più fragile sul piano economico.
Proprio per tutto questo, un percorso di supporto psicologico può aiutarvi sia a reggere la pressione, sia a prendere decisioni più lucide senza farvi guidare dalla paura.
Uno spazio sicuro dove costruire strategie, confini e comunicazione. Spesso è il modo più rapido per uscire dal loop e proteggere davvero vostro figlio.
Saluti
Psicologa cognitiva, psicoterapeuta in formazione - Udine