Posso perdonare uno schiaffo?
Salve. Sono una ragazza di 29 anni, da tre anni ho una relazione con un ragazzo, che è stata la mia prima storia importante. Ora conviviamo ma capita di litigare piuttosto spesso, in maniera abbastanza violenta. Mi è sempre stato detto che ho un carattere difficile: sono una persona molto ansiosa, spesso mi preoccupo per varie cose e mia madre mi diceva che conduco le persone allo sfinimento. Anche per questa ragione la mia autostima è davvero molto bassa e mi sento spesso insicura nelle mie scelte. Dallo scorso anno ho anche prima ho iniziato ad avere anche degli atteggiamenti autolesionisti: durante i litigi, quando non sopporto più la situazione, mi viene da darmi degli schiaffi da sola. Sto tentando di trattenermi , anche con l'aiuto di una psicologa, che però non riesco a vedere tutte le settimane. Durante i litigi posso percepire sempre di più la rabbia del mio ragazzo nei miei confronti. Mi manda via dalla stanza malamente e spingendomi. Quando litighiamo sembra odiarmi totalmente, senza più alcun briciolo d'affetto. In quest'ultimo litigio ha gettato a terra le cose che avevo in mano, cioè un bicchiere, che si è rotto, e il mio cellulare. Poi mentre mi lamentavo della cosa, mi ha dato uno schiaffo piuttosto forte in faccia e poi mi ha spinta fuori. Mi sono ritrovata a piangere, confusa, mentre ripulivo il pavimento dai pezzi del bicchiere rotto. Sono ancora molto confusa, non so più se dovrei perdonarlo o meno. Mi spaventa quella parte di lui. Allo stesso tempo, gli voglio bene per la persona molto gentile che è di solito e ho anche molta paura di rimanere sola. Sono molto depressa, non ho una famiglia unita, né amici, non saprei dove andare a vivere e ho davvero paura di non sapere cosa fare senza di lui. Inoltre, ha detto spesso che non si è mai comportato così con nessuno e sono io a spingerlo a quei comportamenti, sono io a esaurito. Ora sono confusa anche perché so essere molto fastidiosa e pesante anche per vari miei complessi e manie igieniche. Non so se posso perdonarlo o se sono davvero insopportabile. È come se non sapessi bene chi ha ragione e sentissi che è colpa mia e spingo io le persone a fare certe cose. Mi sembra di desiderare tanto di provocare amore e finire invece per provocare solo odio.
Ciao Giulia, grazie per aver raccontato una situazione così delicata. Capisco la confusione che descrivi: da una parte affetto e paura di restare sola, dall’altra episodi che ti hanno spaventata e che ti hanno lasciata scossa.
Parto da un punto molto importante, con molta chiarezza ma senza giudizi: non esiste un comportamento “insopportabile” che obbliga l’altro ad alzare le mani o a perdere il controllo. Nelle azioni che facciamo c’è sempre una responsabilità personale: stress, periodo difficile, rabbia, sono vissuti reali… ma non sono “cause automatiche” che tolgono la responsabilità della scelta. Questo non serve a mettere etichette o accusare qualcuno, ma a toglierti di dosso l’idea che “se succede è perché io me lo merito”.
Allo stesso tempo, ciò che tu descrivi di te (ansia, autostima bassa, manie, e soprattutto gli schiaffi che ti dai nei litigi) non è “essere sbagliata”: è una manifestazione di malessere, un segnale che in quel momento esiste un conflitto dentro di te e non riesci più a reggere quello che stai provando. E qui c’è un punto centrale: prima ancora di decidere “chi ha ragione”, sarebbe importante che tu abbia uno spazio sicuro in cui imparare ad ascoltarti e a tradurre quello che senti, con una guida professionale. Dato che già hai una psicologa, anche se non riesci a vederla ogni settimana, può diventare il luogo in cui dare un senso a questi segnali e costruire strumenti più protettivi per te.
Sul rapporto di coppia: da come lo racconti, sembra che in questo momento ci sia una grande difficoltà di entrambi nel tradurre le emozioni (la rabbia, la paura, l’ansia, il bisogno di vicinanza) in parole e richieste comprensibili. È come se steste parlando due lingue diverse: e quando non c’è traduzione, spesso si passa all’escalation, alla chiusura o agli agiti.
Per questo, le domande da porsi – prima ancora del “perdonarlo o no” – sono soprattutto individuali:
- cosa succede dentro di te quando il conflitto sale?
- Da cosa è partita l’escalation?
E dall’altra parte, anche lui dovrebbe interrogarsi su cosa lo porta a scegliere (perché è sempre una scelta) certe reazioni e su come gestire la rabbia.
Se in questo momento non hai un posto dove andare e vi trovate sotto lo stesso tetto, potreste prendere in considerazione una fase di convivenza “da coinquilini”: regole minime di rispetto e sicurezza, limitare i contatti sia verbali che fisici al minimo e se doveste pe rsbaglio iniziare delle discussioni, cercate di rimandare i temi a momenti più protetti (meglio ancora se accompagnati da un professionista). Non è la soluzione finale, ma può essere un modo per abbassare l’intensità mentre ciascuno lavora sul proprio pezzo.
Infine, visto che ti senti sola e spaventata, può essere utile avere anche un riferimento esterno di orientamento: il 1522 (gratuito, anche in chat) può aiutarti a capire quali risorse esistono e come muoverti se ti senti in difficoltà o non al sicuro, senza obbligarti a fare scelte che non ti senti pronta a fare, si tratta solo di prudenza. Creare le condizioni perché tu possa ritrovare lucidità, protezione e una lettura più chiara di quello che stai vivendo, passo dopo passo.
Saluti
Psicologa cognitiva, psicoterapeuta in formazione - Udine