Ricordi di un disturbo del pensiero
Salve, la mia compagna circa un anno e mezzo fà ha avuto disturbo del pensiero con deliri nei quali pensava di essere spiata e in alcune circostanze le venivano fatti dispetti anche dalle persone care a lei (come da me, es. è convinta che le abbia fatto sparire una maglia), ad oggi la situazione è migliorata non ha piu' deliri ma non accetta che le venga detto che tutto quello che è accaduto in quel periodo sia frutto della situazione passata e non della realtà. E' seguita da una psicologa e da uno psichiatra. Chiedo anche a voi è possibile che ad oggi non riesca a capire che non era realtà? possibile che dopo circa due anni ancora pensi sia tutto vero non avendo nessuna prova reale di quel che dice? grazie
Gentile utente,
capisco il suo smarrimento. È molto difficile convivere con una persona che oggi sta meglio, ma che continua a essere convinta che ciò che è accaduto in passato fosse reale, soprattutto quando quei vissuti la coinvolgevano direttamente.
Rispondendo in modo chiaro alla sua domanda: sì, è possibile. È una situazione più frequente di quanto si pensi.
Quando una persona attraversa un periodo con deliri o disturbi del pensiero, la remissione dei sintomi non coincide sempre con la capacità di riconoscerli come tali a posteriori. Può accadere che l’esperienza resti vissuta come “vera”, anche se oggi non è più attiva. Questo non significa che i deliri siano ancora presenti, ma che la rilettura critica di quel periodo richiede tempi lunghi, e a volte non avviene mai in modo completo.
Per molte persone, accettare che “non era reale” è emotivamente molto più difficile che accettare di stare meglio. Vorrebbe dire ammettere di essersi sentite confuse, vulnerabili, magari dipendenti dagli altri. Difendere la realtà di ciò che è stato diventa, inconsciamente, una forma di protezione dell’identità.
Il fatto che sia seguita da una psicologa e da uno psichiatra è un elemento molto importante e positivo. In questi percorsi, spesso non si lavora subito sulla convinzione del passato, ma sulla stabilità attuale, sulla fiducia, sul funzionamento quotidiano. Forzare una “presa di coscienza” può aumentare rigidità e tensioni.
Per quanto riguarda lei, come compagno, è comprensibile il bisogno di essere “assolto” o riconosciuto innocente rispetto a quelle accuse. Tuttavia, continuare a cercare di convincerla rischia di alimentare conflitto e distanza. In molti casi è più utile spostare il focus dal “chi ha ragione” al “come stiamo oggi”.
Se sente che questa situazione pesa molto anche su di lei, può essere utile trovare uno spazio di confronto personale, per capire come stare accanto a lei senza annullarsi, e come gestire il senso di ingiustizia che inevitabilmente può emergere.
La sua domanda è legittima. La risposta, purtroppo, non è immediata né netta: il miglioramento clinico non sempre porta automaticamente a una revisione completa del passato. Il lavoro che conta di più, ora, è proteggere l’equilibrio presente.
Un caro saluto.
Psicologo - Roma