È possibile vivere 12 anni accanto a qualcuno senza conoscere davvero ciò che prova?

Dopo una relazione di 12 anni, di cui 10 di convivenza, mi ritrovo con una domanda che continua a tormentarmi. Nei primi mesi e nei primi anni lei era una persona molto presente. Mi cercava continuamente, parlavamo di tutto, sembrava esserci una connessione spontanea e profonda. Avevo la sensazione di essere amata davvero, scelta davvero. Era dolce, disponibile, accomodante, sembrava condividere in modo naturale l’idea di costruire insieme una vita, una casa, una quotidianità. Anche durante la relazione, nonostante le normali difficoltà che esistono in ogni coppia lunga, io l’ho sempre percepita come una persona che voleva esserci. Per questo oggi faccio così fatica a comprendere ciò che è successo dopo. La chiusura è stata molto dura: mi sono state attribuite quasi tutte le colpe della relazione facendo riferimento a poche incomprensioni sparse nell’arco di 12 anni, come se tutto il resto non avesse avuto valore. Dopo, è arrivato un ghosting molto forte, anche nella gestione pratica della separazione, e mi sono ritrovata davanti una persona che sembrava improvvisamente distante anni luce dai valori che per tanto tempo avevamo condiviso: la convivenza, il dialogo, il costruire insieme. Ed è questo che mi confonde di più: com’è possibile passare da una presenza così intensa a una chiusura tanto fredda? Mi chiedo se sia possibile che una persona, per anni, si adatti molto all’altra, eviti alcuni conflitti o non esprima davvero fino in fondo ciò che sente, fino poi ad accumulare qualcosa che esplode tutto insieme. Oppure mi chiedo se semplicemente io abbia idealizzato una connessione che per lei era diversa da come la vivevo io. Durante il mese di pausa da lei imposto, ho chiesto apertamente di "sfruttarlo" per aprirsi emotivamente con me, perché si era totalmente distaccata. Non l'ha fatto: a fine mese mi ha detto che sentiva il controllo. Io ero rimasta stupida, raggelata e sorpresa: come posso avvinarmi a chi amo se non me lo permette? Figuriamoci l'intimità fisica, anche lì la sola e unica responsabile del tutto per lei. La domanda che mi resta dentro è questa: chi si ritrova dall’altra parte poteva davvero accorgersene prima? O quando ami qualcuno profondamente è inevitabile fidarti della continuità dei gesti, delle parole, della vita costruita insieme pensando che siano autentici?

Buon pomeriggio Maria Grazia,

quello che descrive trasmette una esperienza disorientante: non solo la fine di una relazione lunga, ma il dubbio retrospettivo che la storia, così come l'aveva conosciuta, non fosse sintonizzata con la realtà dell'altra persona. È un doppio lutto, e la sua domanda "potevo accorgermene prima?", potrebbe nascere proprio lì.

Noto che le sue due ipotesi sono entrambe raffinate, ma in entrambe la responsabilità di non aver visto ricade su di lei. È comprensibile, dopo un finale in cui le sono state attribuite quasi tutte le colpe: la mente cerca di capire, e capire a volte si confonde con il tentativo di cercare dove si è sbagliato.

Le rispondo allora alla domanda così come l'ha posta. Fidarsi della continuità dei gesti e delle parole di chi si ama non è ingenuità. È ciò che rende possibile una relazione. Se dovessimo verificare di continuo l'autenticità dell'altro, non staremmo amando, staremmo sorvegliando. Essersi fidata non è stato un errore di lettura: è ciò che le ha permesso di vivere quei dodici anni come li ha vissuti.

Detto questo, sta facendo da sola un lavoro molto difficile e complesso, dare un senso a una storia lunga mentre è ancora dentro al dolore della sua fine, e mentre da questa crisi iniziano ad emergere interrogativi, nuove prospettive, dubbi. Un percorso psicologico, ora, non servirebbe a darle una risposta definitiva su cosa è stato. Potrebbe essere piuttosto una occasione per sentire ed attraversare questo passaggio senza doverlo risolvere in fretta e da sola.

Se le va, le suggerirei un primo colloquio con un* collega del suo territorio. Per avere uno spazio in cui questa domanda possa stare per intero, e in cui anche la parte di lei che ha amato per dodici anni e che oggi si interroga, possa essere riconosciuta.

Con l'augurio di buon cammino a lei,

un caro saluto.

Dr.ssa Adriana Dell'Arte

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Dott.ssaAdriana Dell'Arte

Psicologa clinica - Milano

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