Dott.ssa Antonella Bellanzon

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Dott.ssa Antonella Bellanzon

Psicologo- Mediatrice familiare

Genitori tossici e preferenze

Salve, ho bisogno di un parere dall’esterno. Sono la primogenita di due figlie, ho 40 anni, e i miei genitori hanno sempre preferito e privilegiato mia sorella, anche se non palesemente ma con tanti comportamenti che mi hanno fatta crescere senza sentirmi amata e rispettata. Tant’è che mia sorella è diventata una persona prepotente, anche nei loro confronti. Mio padre, che aveva sempre preferito lei — e io ne ho sempre sofferto molto da piccola — ad oggi pare che abbia capito e ha chiuso i ponti.

Mia madre continua ad aiutarla, anche se lei, mia sorella, non è grata e sembra che le sia dovuto tutto. Mia madre le fa da babysitter tutti i giorni e la aiuta ogni volta che ha bisogno. Dall’altro canto, anche a me hanno aiutato quando ho espressamente chiesto aiuto.

Io sono cresciuta in questo clima, in cui mi sono sempre sentita messa al secondo posto, soffrendo tanto e provando sofferenza ancora oggi. Ho improntato la mia vita, in modo inconscio, alla ricerca dell’approvazione e dell’affetto dei miei genitori.

Hanno toccato il limite quando, a mia insaputa, dopo averli aiutati mille volte io e mia sorella mai — per esempio portare mia madre dal dottore, accompagnarla, consolarla quando si faceva trattare male dalla sorella, occuparsi di questioni burocratiche ecc. — hanno chiesto a mio marito che accompagnasse mamma a fare da babysitter a mia sorella.

Mia mamma vede mio figlio circa mezz’ora a settimana, quando passa in fretta, e ci sta due minuti dicendo che è stanca perché appena tornata da mia sorella e mio nipote. Ora, sono venuti a chiedere a mio marito che fosse lui ad accompagnare e a riportare mamma da mia sorella.

Ribadisco: il “servizio taxi” per mamma l’ho fatto io per anni, ogni volta che andava da lei ero io a portarla e riportarla a casa, e non mia sorella, che ne beneficiava. Aggiungo che mia sorella non si è mai interessata una volta della loro salute e non si è mai offerta di prenotare una visita o occuparsi di qualche altra incombenza che loro non riuscivano a fare.

Quindi il clima in famiglia è sempre stato questo: Aurora (io) aiuta mamma per permettere a lei di aiutare Marta (mia sorella), fino a poco tempo fa. Ora, siccome sapevano che non potevano ricaricarmi ancora di questo servizio taxi andata-mattina e ritorno-pomeriggio, hanno ben pensato di chiedere a mio marito di accompagnare mia madre.

Sono sbroccata. Potrei scrivere mille ingiustizie che mi hanno fatto lungo tutta la vita: papà che portava solo lei in macchina, mamma finita in ospedale che si raccomandava di non dirlo per non turbarla, mamma che mi riempiva di responsabilità quando ero troppo piccola e lei veniva protetta, genitori che ogni volta che capitava la colpa era mia a prescindere…

Ne ho sofferto molto da piccola per essere sempre il capro espiatorio. Ad esempio, la situazione tipica era: io gioco e faccio la mia attività tranquilla, lei mi infastidisce fino all’esagerazione, prendendomi i giochi ecc.; io inizio a picchiarla (per modo di dire, eravamo bimbe), mamma e papà sgridano e danno la colpa a me a prescindere, senza nemmeno vedere cosa era realmente accaduto e perché io sia esplosa.

Ora mi domando: ho 40 anni e una famiglia mia, ma vedo che queste dinamiche mi fanno ancora soffrire come tempo fa. Mi chiedo: sono io sbagliata? Sono invidiosa o gelosa di mia sorella e quindi questo risentimento proviene da lì? Oppure ho il diritto di sentirmi così mortificata e delusa, così invisibile e senza valore, perché sono stati loro a insegnarmi a vedermi così?

Io voglio smettere di soffrire per queste dinamiche, ma non so come fare. Mi pare di intossicarmi ogni volta ed è difficile poi rigenerarsi.

Cara Aurora,

non sei sbagliata. Non sei “troppo sensibile”. E no, quello che provi non nasce da invidia o gelosia patologica verso tua sorella. Nasce da una ferita reale, ripetuta e mai riparata.

Crescere come figlia “secondaria”, come quella che deve capire, reggere, aiutare, mentre l’altra viene protetta, giustificata e messa al centro, lascia segni profondi. Quello che descrivi ha un nome preciso: ruolo del capro espiatorio. È una dinamica familiare ben conosciuta, in cui un figlio viene inconsciamente caricato delle colpe, delle responsabilità e delle frustrazioni dell’intero sistema, mentre un altro viene idealizzato o iperprotetto. Questo non perché tu fossi meno degna, ma perché eri probabilmente la più forte, la più adattabile, quella che “poteva reggere”.

Il punto cruciale è questo: tu non ti sei sentita invisibile perché sei fatta così; ti sei sentita invisibile perché sei stata trattata così. I bambini imparano chi sono attraverso lo sguardo dei genitori. Se quello sguardo è distratto, sbilanciato o ingiusto, il bambino non pensa “i miei genitori sbagliano”, ma “io valgo meno”.

La rabbia che hai provato ora non è una reazione eccessiva: è il risultato di anni di accumulo. Il fatto che abbiano coinvolto tuo marito, aggirandoti, per continuare una dinamica che ti ha già consumata, è stato un nuovo superamento del limite. È comprensibile che tu sia “sbroccata”: non è follia, è autodifesa tardiva.

Ti dico una cosa importante, forse scomoda ma liberatoria:
probabilmente i tuoi genitori non cambieranno davvero. Non perché tu non lo meriti, ma perché queste dinamiche sono spesso cieche a sé stesse. Tua madre, continuando a sacrificarsi per tua sorella, sta anche confermando il copione che conosce. E tuo padre, anche se oggi ha preso le distanze, non può cancellare il passato.

Allora la domanda non è più “come faccio a farmi vedere da loro?”, ma:
come faccio a smettere di farmi male io?

Alcuni punti chiave, molto concreti:

  1. Hai diritto ai tuoi sentimenti. Non devi più processarti per ciò che provi. La sofferenza non è una colpa.

  2. Mettere confini non è punire. Dire “questo no” non è vendetta, è igiene emotiva. Anche se loro non capiscono.

  3. Smettere di cercare approvazione è un lutto. Fa male, perché significa accettare che forse non arriverà mai. Ma libera.

  4. La tua famiglia oggi sei tu, tuo marito, tuo figlio. Proteggere questa famiglia è una priorità legittima, non un tradimento.

  5. Se puoi, un percorso terapeutico mirato alle dinamiche familiari potrebbe aiutarti non a “capire” (capisci già tutto), ma a sentire meno dolore quando queste ferite vengono toccate.

Non sei senza valore.
Non sei invisibile.
Sei stata trattata come se lo fossi, e questo fa tutta la differenza del mondo.

Guarire, per te, non significherà farli diventare genitori diversi.
Significherà diventare tu, finalmente, una madre giusta per te stessa.

Con rispetto e vicinanza,

Dott.ssa Antonella Bellanzon

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Psicologo- Mediatrice familiare - Massa-Carrara

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