Dott.ssa Antonella Bellanzon

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Dott.ssa Antonella Bellanzon

Psicologo- Mediatrice familiare

Asocialità

Sono un 50enne single ormai da diversi anni, dopo una convivenza di 8 anni (tra i 29 e 37 anni) e due relazioni concluse (senza convivenza) di cui l'ultima a 43 anni. Nel corso degli anni mi sono visto sempre più ritirare a vita privata: vacanze da solo, vita casalinga con il mio cane, hobby molto individuali. Da pochi mesi ho anche cambiato casa andando a vivere in montagna, desiderio che da sempre coltivavo. Lavoro anche spesso da casa, passando così frequenti giornate solitarie. Mi considero una persona felice. Non sarebbe però corretto dire che la cosa non mi dia alcun fastidio, ma quando ci penso mi trovo sempre a considerare che ogni situazione comporta anche dei sacrifici e preferisco certamente patire momenti di solitudine che il contrario, doverne bramare pochi momenti come quando sono stato sposato. Inevitabilmente le occasioni di incontrare persone nuove diminuiscono, e anche questo sebbene a volte io lo senta come un limite, nel complesso non lo sento come un peso. Tuttavia con gli anni crescono le persone che mi dicono, più o meno scherzosamente, che la mia vita da "eremita" non sia sana e alla lunga presenterà il conto in termini di sofferenza. Di mio mi rispondo che nella mia quotidianità io sto bene, non mi annoio sebbene certamente possa apparire routinaria, sono felice, ho interessi il tempo e le energie per assecondarli. Tuttavia il dubbio che possano avere ragione le persone che mi criticano anche affettuosamente mi resta. Credo concorra anche la visione socialmente predominante che associa l'idea della solitudine alla tristezza. E mi porta a chiedermi dove stia il corretto limite. Mi chiedo se dovrei "impormi" (come mi è capitato di fare in passato) momenti di socialità, i più disparati riprendere a ballare, frequentare un corso...

Caro Nicola,

quello che descrivi è molto più sfumato e consapevole di come spesso viene liquidato dall’esterno con l’etichetta “asocialità”. A me, leggendo, non arriva l’immagine di una persona che si è ritirata per paura o per rinuncia, ma di qualcuno che ha scelto una forma di vita coerente con il proprio modo di stare al mondo. E questa distinzione è fondamentale.

Ci sono alcuni punti chiave che meritano di essere messi bene a fuoco.

1. Stare bene non è un’illusione solo perché è solitudine
Tu dici una cosa molto chiara: ti consideri una persona felice. Non annoiata, non spenta, non in fuga. Felice. Con interessi, un cane, una casa scelta e desiderata, tempo ed energie per te. Questo, psicologicamente, è un indicatore di benessere molto più affidabile del numero di cene con amici a settimana. La sofferenza legata alla solitudine non nasce dal “fare cose da soli”, ma dal sentirsi soli contro la propria volontà. Tu non sembri lì.

2. Il fastidio che senti non è una contraddizione
È molto sano quello che racconti: stai bene e a volte avverti un limite. Le due cose possono convivere. Ogni scelta di vita comporta una rinuncia, e tu questo lo sai bene. Il punto non è eliminare ogni dubbio, ma capire se quel dubbio è un campanello d’allarme o semplicemente il prezzo della libertà che hai scelto. Il fatto che, quando rifletti, tu continui a preferire questa vita rispetto a quella più “piena” ma soffocante del passato è un dato importante. Stai scegliendo, non subendo.

3. Le critiche degli altri parlano anche di loro
Molte persone faticano ad accettare che qualcuno possa stare bene fuori dallo schema dominante: coppia, rete sociale ampia, attività condivise. La solitudine, nella nostra cultura, viene spesso confusa con il fallimento o con una tristezza latente.
Ma non tutte le persone traggono energia dalla stessa fonte. C’è chi si rigenera nel contatto continuo e chi nella profondità, nel silenzio, nella continuità con sé stesso. Il rischio che ti paventano (“prima o poi presenterà il conto”) non è una legge naturale. Presenta il conto una vita non autentica, non una vita solitaria.

4. Il vero “limite” non è quantitativo, ma qualitativo
La domanda non è: quanta socialità dovrei avere?
Ma piuttosto: se domani avessi davvero bisogno di qualcuno, saprei a chi rivolgermi?
E ancora: la mia solitudine è aperta o chiusa?

Una solitudine sana è permeabile: lascia spazio all’imprevisto, all’incontro possibile, senza viverlo come un’invasione. Una solitudine problematica è rigida, difensiva, impermeabile.

Da quello che scrivi, la tua sembra più la prima.

5. “Imporsi” socialità raramente funziona
Se riprendere a ballare o fare un corso diventa un dovere morale (“dovrei farlo perché è sano”), rischia di essere sterile o persino controproducente.
Diverso sarebbe chiederti: c’è qualcosa che mi incuriosisce davvero? Non per “bilanciare”, ma per piacere. Anche una socialità leggera, sporadica, non totalizzante. Non devi diventare una persona diversa per prevenire una sofferenza ipotetica.

In sintesi
Non vedo un uomo che si sta spegnendo, ma uno che ha trovato un equilibrio non convenzionale. Il dubbio che senti non è un segnale di errore, ma di intelligenza riflessiva. Tienilo con te, ascoltalo, ma non lasciare che cancelli ciò che sai già di stare vivendo bene.

Forse l’unica cosa che vale la pena “imporre” non è la socialità, ma una domanda ricorrente e gentile verso te stesso:
Sto ancora scegliendo questa vita, oggi?
Se la risposta continua a essere sì, sei molto più in salute di quanto credano gli altri.

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Psicologo- Mediatrice familiare - Massa-Carrara

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