Mia figlia è pericolosa
Buonasera, scrivo anche qui per avere un ulteriore aiuto.
Mia figlia ha la 104 grave per autolesionismo e difficoltà a stare con la gente. Inoltre è innamorata di un uomo trent’anni più grande di lei, con comportamenti da pedofilo. Dopo le varie denunce ai Carabinieri (la loro risposta è stata: “Se ha 16 anni può stare con chi vuole”, nonostante questo soggetto sia sempre ubriaco, drogato ecc.), mia figlia è seguita da una psicologa… ma non vedo risultati.
Per farla breve, vorrei mandare mia figlia in comunità per allontanarla da lui, per farle capire che nella vita bisogna lavorare per guadagnarsi da vivere, che non è tutto dovuto e che le sue minacce di tagliarsi sono solo tali e basta. La psicologa mi ha riferito che, per il momento, non ci sono gli estremi.
Ma mi chiedo: io, da mamma esasperata che non ha più una vita, non posso far richiesta?
Mia figlia deve capire che non sto scherzando e che, ripeto, nella vita non è tutto dovuto.
Grazie a chi mi darà consigli.
Buonasera,
comprendo profondamente la sua stanchezza e il senso di impotenza che emergono dalle sue parole. Vivere accanto a una figlia con un disagio psichico importante, comportamenti autolesivi e relazioni disfunzionali è estremamente faticoso e logorante, e il suo bisogno di “fare qualcosa di concreto” è umano e legittimo.
Detto questo, è importante chiarire alcuni punti fondamentali dal punto di vista clinico e giuridico.
L’inserimento in comunità non è uno strumento educativo né punitivo, ma un intervento terapeutico che può essere attivato solo in presenza di specifici criteri clinici (rischio attuale e non contenibile a domicilio, necessità di un contenimento h24, fallimento degli interventi territoriali). La richiesta del genitore, da sola, non è sufficiente se l’équipe curante non ravvisa tali estremi. Forzare un inserimento senza indicazione clinica rischierebbe di aggravare il quadro e di interrompere l’alleanza terapeutica. Anche i comportamenti autolesivi e le minacce di farsi del male non vanno mai minimizzati. Anche quando appaiono “strumentali”, indicano comunque una sofferenza significativa e una difficoltà nella regolazione emotiva, e vanno trattati come segnali di rischio, non come sfide educative. Per quanto riguarda la relazione con un adulto molto più grande, comprendo la sua allarme. Tuttavia, in presenza di una minore con fragilità psicologica, l’intervento efficace non è lo scontro diretto o l’allontanamento forzato, che spesso rafforza il legame patologico, ma un lavoro integrato con servizi territoriali, neuropsichiatria infantile e, se necessario, servizi sociali, basato su osservazioni e valutazioni documentate. In questo momento il lavoro prioritario non è “farle capire che nella vita non è tutto dovuto”, ma garantire sicurezza, contenimento emotivo e continuità terapeutica. I temi dell’autonomia, del lavoro e della responsabilità possono essere affrontati solo quando il quadro emotivo è più stabile. Infine, mi permetto di sottolineare un aspetto spesso trascurato: anche lei, come madre, ha bisogno di un supporto specifico. L’esaurimento che descrive merita ascolto e presa in carico. Affiancare alla terapia di sua figlia uno spazio di sostegno alla genitorialità complessa può fare una grande differenza, sia per lei sia per sua figlia. Rivolgersi e continuare a collaborare con l’équipe curante, mantenendo un dialogo aperto anche nei momenti di frustrazione, resta la strada più tutelante per tutti.
Psicologo, Psicoterapeuta - Lecco