Amicizie tossiche
Quando si parla di relazioni tossiche, si tende a pensare a relazioni amorose disfunzionali e/o abusanti. Tuttavia, anche le relazioni di amicizia possono presentare dinamiche fortemente disfunzionali, in cui una persona finisce per annullare l’altra. (Es.: la prima porta l'altro allo sfinimento emotivo e all’isolamento, mentre il secondo può sperimentare sentimenti di impotenza, ansia e stress cronico). Mi chiedo se le dinamiche di coinvolgimento emotivo, idealizzazione e dipendenza relazionale funzionino allo stesso modo nelle relazioni di amicizia e in quelle amorose, oppure se vi siano differenze significative sul piano psicologico e relazionale. In particolare: – quali segnali permettono di riconoscere una relazione di amicizia tossica? – quali meccanismi mantengono queste dinamiche nel tempo? – quali strategie di consapevolezza o di cambiamento possono aiutare a uscirne o a ridefinire i confini relazionali? Sono consapevole che in molti casi il supporto di uno psicologo sia utile o necessario; tuttavia, mi interesserebbe una riflessione che chiarisca i processi sottostanti e offra strumenti di comprensione, non esclusivamente un invito al percorso terapeutico.
Buongiorno,
Vivere un rapporto con dinamiche disfunzionali può essere un’esperienza molto delicata e dolorosa. Le dinamiche che descrive, come lei stessa sottolinea, possono essere presenti sia nelle relazioni sentimentali che nelle amicizie.
A livello culturale c’è più abitudine a pensare a tali processi nelle relazioni amorose, motivo per cui c’è più conoscenza sui comportamenti che possono essere definiti “disfunzionali” in quell’ambito piuttosto che nell’ambito amicale. Il fatto che tali dinamiche siano più conosciute non porta però a una maggiore semplicità nel riconoscerle.
Nei rapporti interpersonali, siano essi di amicizia o amorosi, il fatto stesso di essere uno degli attori coinvolti porta con sé diverse difficoltà nella valutazione di certi avvenimenti. Tendenzialmente, infatti, sono gli esterni a far notare per primi alcuni segnali di allarme, ma è molto difficile comprendere se hanno ragione. Questo avviene sia per il coinvolgimento emotivo per l’altro, indipendentemente dal tipo di rapporto, sia per il fatto che il parere di un esterno è probabilmente basato su molte meno osservazioni rispetto a quelle che chi è direttamente coinvolto può avere.
Riconoscere queste relazioni (siano esse sentimentali o di amicizia) richiede anzitutto che si parta dalla propria esperienza soggettiva. È importante comprendere se si ha la sensazione di sentirsi svuotati dopo gli incontri, se c’è la percezione di sbilanciamento fra ciò che viene dato e ciò che viene ricevuto, se si prova senso di colpa nel cercare spazi personali o da dedicare ad altri e così via. È importante però contestualizzare questi elementi e comprendere quali emozioni fanno scaturire. Se sente dolore, vuol dire che qualcosa non sta funzionando in quel rapporto. Per questo è importante ascoltare se stessa e capire cosa provoca quella sofferenza e per quale ragione. Una volta che la situazione risulta chiara è importante comunicare con l’altro in maniera autentica con l’obiettivo di ripristinare una situazione di benessere individuale e, se possibile, anche della relazione.
È difficile rispondere alla domanda relativa ai meccanismi che mantengono queste dinamiche attive nel tempo, in quanto tali meccanismi sono estremamente soggettivi e legati al proprio vissuto. Generalmente in questi casi si assiste ad una comunicazione non completamente efficace, ricca di fraintendimenti e di “ricerche del colpevole”. Sono situazioni tendenzialmente caratterizzate dalla rigidità, da poca predisposizione al cambiamento e all’apertura ai bisogni dell’altro. Questi però sono solo esempi generali, tenga presente che questi meccanismi variano molto da persona a persona e da rapporto a rapporto.
Un cordiale saluto
Psicologo Clinico - Milano