Quanta sofferenza può tollerare un essere umano?
Ho 35 anni e 10 di questi li ho passati a vedere morire mio padre e mia madre. La mia infanzia è stata soggetta ad abusi e violenza e quando sono cresciuta ed ero adolescente ero arrabbiata con il mondo. Ho fatto sempre fatica a trovare un posto in questa società. Poi la mazzata .. in poco tempo mio padre già disabile si è malato di tumore al cervello e mia madre di una malattia neurodegenerativa. Il calvario per tutti ! Problemi su problemi ! Io non riuscivo a farmi una vita e ho perso prima mio padre e poi mia madre dopo anni di sofferenza immensa. Tutto questo mi ha portata a sviluppare una preoccupazione eccessiva per me stessa e un’ipocondria fuori controllo. Non riesco a vivere serenamente e sono sempre nascosta dietro alla paura nonostante ho dovuto affrontare da sola una marea di ostacoli e tristezza. Però ora che è finito tutto mi sento svuotata e stanca di stare in questo mondo e in questa vita. Dietro all angolo penso ci siano solo disgrazie perché così è stato da quando ho ricordo. Odio vedere la gente sorridere, odio vedere i coetanei realizzati con famiglia, odio me stessa. C'è dunque un limite alla sopportazione?
Gentile Ester, la sua domanda è un grido che merita profondo rispetto. Leggendo la sua storia, emerge il ritratto di una vita trascorsa interamente in 'assetto di guerra': prima per difendersi dagli abusi, poi per farsi carico di una sofferenza familiare immensa. È importante che lei sappia che il senso di svuotamento e la stanchezza estrema che prova oggi non sono segni di debolezza, ma la reazione naturale di chi ha consumato ogni risorsa vitale per sopravvivere. Quella che lei chiama ipocondria è, in realtà, la sua mente che – rimasta in allerta per decenni – continua a cercare pericoli perché non ha mai conosciuto la sicurezza. Anche la rabbia verso la felicità altrui è un sentimento legittimo: è la risposta al profondo senso di ingiustizia per ciò che le è stato tolto. Il limite alla sopportazione esiste, ed è quel vuoto che sente ora. Ma quel vuoto può anche essere il punto in cui smettere di 'resistere' e iniziare, finalmente, a esistere per se stessa. Non deve più affrontare tutto questo da sola. Se lo desidera, può contattarmi in privato oppure rivolgersi agli altri professionisti presenti su questa piattaforma per iniziare a dare un nome a questo dolore e trovare, insieme, un modo per alleggerire finalmente il suo carico. Un caro saluto, dott.ssa Concetta Lo Bartolo