Difficoltà a separarsi

Buonasera, sono ormai 6 mesi che ci siamo separati, io vivo dai miei. Alla mia richiesta di riavvicinamento, lei continua a sostenere che non vuole proprio pensarci. Quando le ho detto di procedere per la separazione, lei mi dice che non se la sente. Le ho proposto la terapia di coppia prima di prendere una decisione così importante, ma niente. Cosa devo fare? Darle tempo?

Buonasera. Colgo nel suo racconto tutto il peso di un'attesa logorante. Vivere per sei mesi in un "limbo", appoggiandosi ai propri genitori e con il futuro della propria vita affettiva e personale congelato, è una situazione profondamente faticosa che genera un forte senso di impotenza.

Da un punto di vista psicologico e relazionale, la situazione che descrive mette in luce un forte squilibrio di potere e di movimento all'interno della coppia, anche se siete separati di fatto. 

La sua ex partner si trova in una posizione di forte ambivalenza, che però nei fatti produce un risultato preciso: il controllo del tempo. Da un lato rifiuta il riavvicinamento e la terapia di coppia (un "no" alla relazione), dall'altro, rifiuta la separazione legale dicendo che "non se la sente" (un "no" alla fine della relazione).

Questo "non me la sento" non va necessariamente letto come un segnale di speranza o di ripensamento. Molto spesso rifiutare la separazione formale serve a evitare il senso di colpa, il dolore definitivo del lutto relazionale, o lo stress burocratico ed economico che un atto legale comporta. In psicologia questo si chiama evitamento passivo: non scelgo, così non mi assumo la responsabilità delle conseguenze.

Lei chiede se deve darle tempo. Il tempo ha un valore terapeutico e ricostruttivo solo se è un tempo "attivo", cioè utilizzato da entrambi per riflettere, lavorare su di sé o negoziare. In questo momento, invece, il tempo rischia di essere una trappola: più lei concede tempo indeterminato e senza condizioni, più permette alla sua ex partner di rimanere in una zona di comfort in cui non deve decidere nulla, mentre lei rimane bloccato a casa dei suoi genitori, impossibilitato a ricostruirsi una vita. In parole semplici: darle tempo senza un limite significa dare a lei il telecomando della sua esistenza.

Le proposte che le ha fatto (riavvicinamento, terapia, separazione) dimostrano che lei ha tentato tutte le strade costruttive possibili. Ha teso la mano in ogni direzione. Ricevere solo dei rifiuti o dei blocchi emotivi le dà un'informazione fondamentale: in questo momento storico, dall'altra parte non c'è lo spazio di ascolto che desidera.

La domanda da porsi non è più "Cosa ha in mente lei?", ma diventa: "Quanto tempo sono disposto io a rimanere in questa stanza d'attesa?".

Il passo più importante per lei adesso è uscire dalla passività dell'attesa e riprendere in mano il proprio potere d'azione. Non si può costringere l'altro a decidere, ma si può decidere per se stessi.

Ecco un suggerimento su come impostare i prossimi passi:

  • Metta un confine temporale (dentro di sé): Si dia una scadenza realistica (ad esempio, un mese o due). Non è necessario comunicarglielo subito con un ultimatum aggressivo, serve a lei per non scivolare in un'attesa infinita.

  • Faccia una comunicazione assertiva e definita: Può proporre un ultimo confronto, molto lucido e centrato sui suoi bisogni. ."

  • Ricordi che la separazione non richiede il permesso: Per vie legali, sebbene la via consensuale sia la migliore, non è necessario che l'altro "se la senta" per procedere. Sapere che lei ha il potere di muoversi anche da solo la aiuterà a sentirsi meno impotente.

Se sente che questo blocco le sta togliendo troppe energie o che fatica a sganciarsi da questa speranza logorante, valuti la possibilità di fare qualche colloquio di supporto psicologico individuale. La aiuterà a elaborare il lutto di questa interruzione e a ritrovare la spinta per ripartire da se stesso, a prescindere dalle decisioni di lei.

Un caro saluto
D.ssa Cristina Salonna

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