Dott. Davide Bonfanti

Dott. Davide Bonfanti

psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista

Gli Avanzamenti della psicoterapia contemporanea prevedono una nuova resistenza?

Il dibattito intorno alla psiche è quanto mai esaurito, e purtroppo non tutti i dibattiti dimostrano di essere generativi di avanzamenti o indici di un rinnovato interesse, ed è con questo spirito, infastidito, che saluto il nuovo filone di ricerche di matrice anglosassone denominato evidence based practice. La pratica basata sulle evidenze (EBP) è un approccio interdisciplinare alla pratica clinica che sta guadagnando terreno dopo la sua introduzione formale nel 1992. E 'iniziato in medicina (EBM) e si è diffusa in altri campi come l'odontoiatria, l'infermieristica, la psicologia, l'educazione, la biblioteconomia, la scienza dell'informazione ecc.. I suoi principi di base sono che tutte le decisioni concrete fatte devono 1) essere basate su studi di ricerca e 2) che questi studi di ricerca sono selezionati e interpretati secondo alcune norme specifiche caratteristiche per EBP. In genere tali norme trascurano studi teorici e qualitativi e si focalizzano su dati quantitativi elaborati su una serie ristretta di criteri, perché ciò che conta è che si giunga ad una prova.

Avviene così che io avverta una sensazione di pericolo nello scoprire invece molti colleghi psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti entusiasti che il proprio approccio sia stato valutato evidence based seppure le prove finiscano per delimitare il campo della loro azione.

Come è possibile che dietro a questa ricerche non si avverta il pericolo di un ritorno ad un modello positivista, riduzionista e utilitaristico, con il rischio della riproposizione di un pensiero scientifico che si impone come egemonico, perché basato sulla prova dei fatti.

Probabilmente, ne prendo atto questa volta consenso di grande amarezza, non è bastata la lezione della critica al modello positivista, iniziata dopo la seconda guerra mondiale, giustificata dalla presa di coscienza delle drammatiche conseguenze della messa in atto di uno sterminio scientificamente pensato. La critica di allora ha ampiamente affrontato il tema dell'impossibilità di pensare all'uomo in termini di macchinicistici, assumendo come impossibile stabilire nella dinamica umana una divisione di ruoli certa e non interferente tra un soggetto, che osserva e un oggetto dell'osservazione.

Non è casuale quindi, che parallelamente all'avanzare degli studi sulla EBP vi sia un rinnovato interesse verso autori, che furono attivi durante la seconda metà del secolo scorso come Focault, Lacan, Bourdieu, Deleuze, De Martino, Gramsci e molti altri, i quali si dedicarono a smantellare, de-costruire il modello riduzionista.

Gli anni '60 e '70 sono stati quelli del cambiamento dei paradigmi, ma la ragione di questo fenomeno epocale va letta alla luce della Storia, come necessità di promuovere un sapere a partire dalla resistenza al nazi-fascismo.

Le molte pratiche psicologiche, educative e sociali non devono piegarsi alla fascinazione di una definitiva soluzione del dibattito se esse abbiano diritto o meno di definirsi scientifiche, e rispondano ad una qualche utilità.

Lacan durante una delle sue lezioni magistrali, dovendo parlare di etica, diede una risposta che mi appare esemplare: “Quando mi chiedono il fine della psicoanalisi, io rispondo che la psicoanalisi insegna ad amare”.

Questa definizione è chiaramente provocatoria, ma va pensata all'interno del suo periodo storico, una fase in cui, vi era l'esigenza di spostare l'attenzione dalla dimensione utilitaristica, del fine che giustifica i mezzi, cioè un pensiero che racchiudeva una antropologia di homo economicus, ad una antropologia dell'uomo relazionale, basata a partire dal singolo su una tensione al migliorarsi.

Scienza e Storia si sono sempre reciprocamente condizionate a vicenda, va quindi letto riproporsi del modello utilitar- riduzionistico in relazione al periodo in cui stiamo vivendo e a quello appena trascorso, tenendo conto sia del luogo dove ha preso avvio; tuttavia l'analisi di fenomeni contemporanei non sono mai facilmente leggibili, poiché risultano chiari solo dopo aver segnato da essi una distanza fisica e psicologica che permette di poterli mettere a fuoco. Il senso di preoccupazione è quindi sostenuto dalla lezione drammatica del Novecento e dell'esperienza nazi-fascista, e stenta a trovare degli ancoraggi in una lettura obbiettiva della contemporaneità, ma la posta in gioco è alla portata di tutti, sta a noi la scelta di rifiutare questi nuovi avanzamenti e scegliere di rileggere la lezione degli insegnamenti dei grandi autori del dopo Guerra.


Genova Novembre 2013

Davide Bonfanti

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