Hai letto tutto sulla gestione della rabbia. Allora perché continui ad arrabbiarti?
Negli ultimi anni la gestione della rabbia è diventata un argomento sempre più presente nei libri di psicologia, nei podcast e sui social media. Esistono tecniche di respirazione, strategie cognitive, esercizi di mindfulness, strumenti per la comunicazione assertiva. Le informazioni non mancano.
Eppure molte persone continuano a fare la stessa esperienza.
Sanno riconoscere la rabbia. Sanno persino spiegare perché si sono arrabbiate. Hanno letto articoli, seguito corsi, ascoltato esperti. Nonostante questo, si ritrovano ancora a reagire in modi che non comprendono fino in fondo.
La domanda, allora, cambia.
Non riguarda più ciò che sappiamo sulla rabbia.
Riguarda il motivo per cui questa conoscenza, da sola, spesso non basta.
Uno degli equivoci più diffusi consiste nel credere che la rabbia coincida con la sua manifestazione più visibile.
L'esplosione.
La discussione.
La reazione impulsiva.
In realtà, quando arriviamo a quel punto, il processo è iniziato molto tempo prima.
La rabbia è spesso il risultato di un accumulo progressivo. Una lunga sequenza di episodi, frustrazioni, rinunce, aspettative deluse e bisogni ignorati che il sistema nervoso registra ben prima che la mente ne diventi pienamente consapevole.
Per questa ragione molte persone descrivono le proprie reazioni come improvvise.
Dal loro punto di vista lo sono davvero.
Quello che non vedono è tutto ciò che è accaduto prima.
Quando una situazione ci provoca una reazione emotiva intensa, tendiamo a pensare che la causa sia interamente davanti a noi.
Una frase.
Un comportamento.
Una discussione.
Spesso, però, l'intensità della rabbia non dipende soltanto dall'evento presente.
Dipende anche dalla storia che quell'evento incontra.
Le nostre esperienze relazionali, le modalità con cui siamo cresciuti, il modo in cui abbiamo imparato a gestire il conflitto, le regole implicite che abbiamo interiorizzato rispetto alle emozioni continuano a influenzare il nostro funzionamento anche in età adulta.
Per alcune persone la rabbia è stata apertamente scoraggiata.
Per altre è stata temuta.
Per altre ancora rappresentava l'unico linguaggio emotivo disponibile all'interno della famiglia.
Comprendere questi aspetti significa andare molto oltre la semplice domanda: "Perché mi sono arrabbiata?".
Nell'esperienza clinica esiste una dinamica ricorrente.
Molte donne non hanno difficoltà a riconoscere i bisogni degli altri.
Faticano maggiormente a riconoscere i propri.
Sono attente, responsabili, collaborative. Hanno sviluppato competenze relazionali raffinate e una notevole capacità di adattamento.
Qualità preziose che, in alcune circostanze, possono trasformarsi in una forma di sovraccarico cronico.
Quando una persona si abitua a dare priorità alle esigenze altrui, il malessere raramente compare all'improvviso. Si accumula lentamente.
Una richiesta accettata controvoglia.
Un limite non espresso.
Una responsabilità assunta in più.
Una rinuncia considerata necessaria.
Per settimane, mesi o anni, tutto sembra funzionare.
Poi arriva un momento in cui la rabbia emerge con una forza che appare sproporzionata persino a chi la prova.
In realtà, spesso, non sta reagendo soltanto a ciò che è accaduto quel giorno.
Sta reagendo a molto altro.
Nella cultura contemporanea esiste una forte tendenza a considerare la rabbia come il fenomeno principale.
Ma la rabbia è frequentemente l'ultima emozione che vediamo, non la prima.
Sotto possono esserci delusione, senso di impotenza, vergogna, paura dell'abbandono, bisogno di riconoscimento, solitudine o esaurimento.
Quando ci concentriamo esclusivamente sulla gestione della reazione rischiamo di trascurare ciò che la genera.
È un po' come cercare di abbassare il volume di un allarme senza verificare perché abbia iniziato a suonare.
L'obiettivo non dovrebbe essere eliminare il segnale.
Dovrebbe essere comprenderne il significato.
Le tecniche sono utili.
La respirazione, la regolazione fisiologica, la consapevolezza dei pensieri e la comunicazione assertiva rappresentano strumenti importanti.
Tuttavia nessuna tecnica può sostituire un lavoro di comprensione più profondo.
Nessun esercizio respiratorio può modificare automaticamente una storia personale costruita intorno alla paura del conflitto.
Nessuna strategia cognitiva può sciogliere da sola anni di adattamento relazionale.
Nessun consiglio pratico può sostituire il processo attraverso cui una persona impara a riconoscere i propri bisogni, i propri limiti e i propri schemi emotivi.
È per questo che alcune persone conoscono perfettamente le tecniche e continuano comunque a trovarsi nelle stesse situazioni.
Il problema non è la mancanza di informazioni.
Molto spesso le informazioni sono già presenti.
Manca, piuttosto, uno spazio in cui collegarle alla propria storia e alla propria esperienza concreta.
Quando viene osservata con curiosità anziché con giudizio, la rabbia racconta molto di noi.
Parla dei nostri confini.
Delle nostre vulnerabilità.
Delle aspettative che nutriamo verso gli altri.
Delle rinunce che stiamo compiendo.
Delle parti di noi che chiedono maggiore attenzione.
Per questo motivo il lavoro psicologico sulla rabbia raramente riguarda soltanto la rabbia.
Riguarda il modo in cui una persona entra nelle relazioni, gestisce i conflitti, interpreta i propri bisogni e costruisce il proprio equilibrio emotivo.
È un percorso che va ben oltre il semplice controllo delle reazioni.
E forse è proprio questa la ragione per cui, dopo aver letto decine di articoli e ascoltato centinaia di consigli, alcune persone continuano a sentirsi bloccate.
Non perché stiano sbagliando qualcosa.
Ma perché stanno cercando una soluzione tecnica a un'esperienza che, in realtà, parla della loro storia, del loro corpo, delle loro relazioni e del modo in cui hanno imparato a stare nel mondo.
Bibliografia
Psicologa - Aosta
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