Figlio che rifiuta i genitori
Gent.mi Dottori,
chiedo cosa ne pensate di quanto sta accadendo al figlio del mio compagno. Dopo la separazione dei genitori, già avvenuta rispetto a quando io li ho conosciuti, il ragazzo, che ora ha 28 anni (all’epoca ne aveva 15), ha iniziato a mostrare una feroce insofferenza nel rapportarsi e vivere, anche se a giorni alterni, con la madre.
Lui con me parlava e si confidava; cercai di spiegargli che è normale avere dissapori tra familiari, ponendo ad esempio me stessa con i miei figli, che bisogna cercare di comprendersi e volersi bene. Risultato: litiga furiosamente con la madre, pare per un rimprovero di troppo, e decide di non volerla più vedere per nessun motivo al mondo.
La madre decide di andare a vivere all’estero e lui, in un primo momento, vivendo in una città diversa rispetto alla nostra per rimanere vicino al luogo di lavoro, opta per essere ospitato in un appartamento condiviso con altri due lavoratori. Dura un anno: ci comunica che non si trova bene con i coinquilini, che lo rimproverano di non attenersi alle regole sulla pulizia delle parti comuni e, per questa ragione, chiede a noi di trasferirsi presso la nostra dimora; gli trovo un lavoro e trasloca.
In questo frangente imparo a conoscerlo sempre meglio: è un ragazzo pigro, apatico, passa il tempo libero davanti al PC, senza amici né passioni; l’unica che ha è per la fidanzata, con la quale passa intere giornate chiuso in casa. Durante la convivenza gli viene spiegato che alcuni suoi comportamenti, ad esempio entrare ed uscire di casa senza salutare, mancare di rispetto, ecc., non sono accettabili e qualunque rimprovero (in modo sempre garbato) gli viene mosso, capiamo che non è preso da lui come un’esortazione a migliorarsi.
Passano 12 anni e finalmente, con sua grande gioia, va a vivere con la fidanzata. Prima di uscire di casa ci sono stati alcuni episodi in cui è stato ripreso e, a quel punto, decide di chiudere i rapporti con il padre e la sottoscritta: non risponde alle telefonate né ai messaggi e da due anni ogni tentativo è stato vano.
La gravità della situazione è data dal fatto che, interrogato dalla zia paterna sul motivo del suo comportamento, inventa episodi non veritieri che mettono in cattiva luce il padre, lamentandosi del fatto che lo ha abbandonato a se stesso (cosa assolutamente non vera), nonostante, prima di andare ad abitare dalla ragazza, lo abbiamo riempito di regali per la nuova casa, attenzioni, ecc.
Percepisco che sta riproponendo lo stesso comportamento di non gestione del rapporto, adoperato nei confronti della madre o di chi gli fa osservare che il suo comportamento non è adeguato.
La mia domanda è la seguente: è solo un ragazzo egoista, narcisista o si può pensare a un problema psichico, tipo psicosi?
Grazie per la vostra attenzione.
Gentile,
dalla descrizione che fornisce non emergono elementi tali da far pensare a una psicosi (definita) in senso strutturale. Neppure la definizione di “egoismo” o “narcisismo”, intesi in senso comune, aiuta realmente a comprendere ciò che accade: sono categorie descrittive o morali, non cliniche.
Ciò che invece appare - dal racconto - è uno schema ripetitivo nelle relazioni: ogni volta che nel rapporto compare una richiesta, un limite, un rimprovero o anche solo un’osservazione sul suo comportamento, il legame viene interrotto in modo netto. Lo schema torna - nel racconto - con la madre, con i coinquilini e ora con voi.
Credo quindi possa trattarsi innanzi tutto di una difficoltà a tollerare l’alterità dell’altro e la frustrazione che ogni relazione comporta. Il rimprovero o la richiesta non vengono vissuti come occasioni di confronto o crescita, ma come un attacco all’immagine di sé, a cui si risponde eliminando il rapporto. Sarebbe inoltre da approfondire la relazione con la fidanzata. Non credo che il ragazzo stia bene in questa dinamica con l’Altro ma non è detto che sia pronto a lavorarci su (anche il ricorso a racconti non veritieri non va inteso necessariamente come menzogna deliberata o segno di perdita di contatto con la realtà, bensì come una modalità difensiva).
Ai fini della vostra relazione, mi chiedo quale sia l’utilità di conoscere l’inquadramento diagnostico. Capisco quanto questo vissuto e questa relazione siano difficoltose però credo che il piano vada spostato sull’affettivo più che sul clinico. Sempre ci sia ancora voglia di provare a entrare in contatto con il ragazzo.
Cordialmente
Psicologo Clinico, Psicodiagnosta - Bologna - Catanzaro