Dott.ssa Enza Dimilta

Dott.ssa Enza Dimilta

Psicologo/Psicoterapeuta in formazione

Difficoltà a relazionarsi

Ho un figlio di 21 anni che da piccolo era vispo e aperto. Tutto è iniziato a cambiare durante le elementari, dove ha fatto amicizia con 4/5 bambini che, tutt’ora, sono quasi gli unici che frequenta. Infatti le maestre mi dicevano che era un po’ chiuso, meno maturo per l’età che aveva, ma che sicuramente avrebbe recuperato con l’età.
Così è andato avanti con il liceo che, per me, a causa del Covid, ha peggiorato il tutto. Rimaneva chiuso nella stanza e usciva solo per mangiare. Di tutti i compagni di liceo non ha fatto amicizia o creato complicità con nessuno e sia loro che i professori, da quanto raccontato da lui quando era saturo, lo schernivano perché partecipava poco o “si sentiva” poco e lui si ritirava ancora di più.
Ho provato a mandarlo dalla psicologa della scuola, ma lei in poche sedute mi ha detto che è fondamentalmente timido e quindi fatica, ma nulla di più.
Sin dalle elementari l’unico sport o sfogo per lui è la palestra, ha anche gareggiato e vinto. Io e il papà lo abbiamo sempre sostenuto.
Gli unici amici con cui esce sono rimasti quelli delle elementari e, se loro, per puro caso, coinvolgono altri conoscenti o vanno a qualche serata organizzata, lui non partecipa quasi mai perché mi dice che con la confusione “non si sente a suo agio”.
Poi ho notato che da piccolo si faceva fotografare tranquillamente e sorrideva, mentre dalle superiori è restio ai selfie, anzi, se scopre che lo sto fotografando si copre il viso e si critica sempre sull’aspetto. Ed è un bel ragazzo, fisico asciutto, non ha problemi se non che fino alle medie portava gli occhiali da vista, poi li ha tolti e non vuole rimetterseli né usare le lenti a contatto perché non riesce a metterle e toglierle. Si critica sempre.
Ora, tramite una conoscenza, parente di uno dei cosiddetti unici amici, da quasi un anno vive in Germania. Lavora e si è iscritto in palestra. Tra alti e bassi è andato avanti, ma ieri sera per la prima volta si è sfogato piangendo al telefono, non tanto per il mestiere che fa, ma per il suo carattere chiuso, incapace di fare altre conoscenze o amicizie. Solo il saluto fra colleghi e basta.
Inizia a sentirsi criticato dai colleghi che lo bollano, come a scuola, come “trasparente” o “muto”. Lui ne soffre e si maledice perché sa di essere così ma non riesce a cambiare, perché dice di essere fatto così.
Lo sproniamo sempre, sin da piccolo, io e il padre, a cercare di farsi scivolare addosso tutte le critiche e di provare a cambiare un poco. Gli abbiamo sempre detto che, se non si trova bene, casa è sempre aperta. Ha una sorella più grande, sposata, nata dal mio primo matrimonio e anche con lei si confida poco.
Come posso aiutarlo?

Gentile Signora,

dalle sue parole emerge tutta la preoccupazione di una madre che negli anni ha visto il proprio figlio fare sempre più fatica nelle relazioni e soffrire profondamente per questa difficoltà. Il fatto che sia riuscito a lasciarsi andare al pianto e a parlare apertamente del suo disagio è un elemento importante: probabilmente, dietro il suo apparente “chiudersi”, c’è una sofferenza che per molto tempo ha cercato di gestire da solo.

Quello che descrive non sembra semplicemente “timidezza”. Suo figlio pare vivere un disagio nel contatto sociale, accompagnato da paura del giudizio, e una tendenza a ritirarsi quando si sente osservato o criticato. Anche il rapporto con la propria immagine, il coprirsi nelle fotografie e l’autocritica costante fanno pensare a una fragilità dell’autostima che negli anni potrebbe essersi consolidata, soprattutto dopo esperienze scolastiche vissute come umilianti o escludenti.

È importante sottolineare che il problema non è una mancanza di volontà: spesso chi vive queste difficoltà sa bene cosa vorrebbe cambiare, ma non riesce a farlo semplicemente “sforzandosi di più”. Per questo frasi come “devi fregartene” o “prova a cambiare” — pur dette con amore e con le migliori intenzioni — rischiano involontariamente di aumentare in lui il senso di incapacità.

Allo stesso tempo, dal suo racconto emergono anche risorse significative: suo figlio ha lavorato, si è trasferito all’estero, mantiene alcuni legami stabili nel tempo e ha trovato nella palestra un contesto in cui sentirsi competente e valorizzato. Sono aspetti molto importanti da cui partire. 

Credo che in questo momento potrebbe essergli utile un percorso psicologico mirato, che lo aiuti a comprendere più a fondo il proprio funzionamento emotivo e relazionale, in un suo spazio dedicato in assenza di giudizio. Spesso, quando queste difficoltà vengono accolte e comprese in uno spazio adeguato, è possibile lavorare sull’autostima, sulla gestione dell’ansia sociale e sul modo di stare in relazione con gli altri.

Anche lei, come madre, può aiutarlo soprattutto continuando a offrirgli ascolto e vicinanza emotiva, trasmettendogli il messaggio che non deve affrontare tutto da solo.

Se lo desidera, resto disponibile per un colloquio di approfondimento, così da comprendere meglio la situazione e valutare insieme quale tipo di supporto possa essere più adatto per lui e per voi come famiglia.

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