Dott.ssa Erica Dragonetti

Dott.ssa Erica Dragonetti

Psicologa e specializzanda in psicoterapia

Crisi esistenziale

Buonasera, sono in un momento molto delicato della mia vita. Ho 34 anni, e sono al quinto mese di gravidanza. A causa del lavoro da commessa, sono in maternità, quindi ho molto tempo libero, quando posso, tra le visite, vado dai miei genitori che abitano a 1 ora e mezza di macchina da me. Il mio compagno lavora, e ha la gestione del figlio di 16 anni fa un precedente matrimonio, dove la ex moglie fa poco e niente e il mio compagno, giustamente vuole essere partecipe della vita del figlio. Negli ultimi mesi sono andata una settimana al mese dai miei, il mio compagno non mi dice di no, ma quando sono la e ci sentiamo al telefono mi dice che l'ho abbandonato. Se dapprima era solo una battuta, credo che ora stia invece parlando sul serio, quando io torno a casa, è una crisi tremenda, sto male e piango tanto. Mi mancano i miei, e il non averli vicini mi pesa non poco. D'altronde io sto iniziando ad essere pratica e qui in zona non ho nessuno a cui affidarmi se ho dei problemi. E quindi ho iniziato un po' per scherzo prima, ma ora più seriamente a proporgli di trasferirci la dai miei. Col mio lavoro posso chiedere il trasferimento e lui potrebbe invece trovare un lavoro migliore (ha 52 anni e si preoccupa di non trovare un lavoro ben remunerato come questo e gli mancherebbe suo figlio). Ma io comunque vivo male questa doppia vita e non so come conciliare i due aspetti e come stare meno male al momento dei saluti. Da inizio gravidanza sento molto di più le emozioni e ho la lacrima facile.

Salve Anna,

leggendo le sue parole mi arriva soprattutto la fatica di trovarsi in questo momento in mezzo a due bisogni importanti, entrambi profondamente legittimi: da una parte il desiderio di sentirsi accudita, vicina ai propri genitori, di avere intorno una rete familiare che possa rappresentare un punto di riferimento in una fase così delicata della vita; dall'altra il desiderio di costruire una quotidianità con il proprio compagno, rispettando anche il suo ruolo di padre e il legame con suo figlio.

Mi colpisce, in particolare, l'espressione "doppia vita": come se in questo momento una parte di lei potesse stare bene solo allontanandosi da casa, mentre il ritorno portasse con sé il peso di una separazione, forse anche il senso di dover scegliere tra legami che non vorrebbe mettere in contrapposizione.

Credo che potrebbe essere importante provare a guardare a questa situazione non tanto come a una decisione da prendere subito (trasferirsi o restare), quanto come a un momento di riorganizzazione familiare che coinvolge tutti: lei, il suo compagno, suo figlio e la famiglia d'origine. L'arrivo di un bambino modifica inevitabilmente gli equilibri, fa emergere bisogni nuovi e, talvolta, rende più visibili anche fragilità e distanze che prima riuscivano a trovare un loro equilibrio.

Mi domando anche se, dietro quelle battute del suo compagno sul sentirsi abbandonato, non ci sia una difficoltà a esprimere il timore di perdere il proprio posto nella relazione, proprio mentre lei sente così forte il bisogno di ritrovare il suo posto accanto alla famiglia d'origine. Sarebbe interessante poter dare spazio a entrambi questi vissuti, senza che il bisogno di vicinanza dell'uno venga percepito come un rifiuto dell'altro.

Non credo che in questo momento debba rimproverarsi per la sua sensibilità o per le lacrime: forse stanno semplicemente trovando voce bisogni che meritano ascolto e attenzione. E non è necessario avere già tutte le risposte.

Se sente il bisogno di uno spazio in cui fermarsi, dare un senso a ciò che sta vivendo e provare a individuare insieme nuove possibilità, sono una psicologa e ricevo a Modena e Formigine, oltre che online. Potrebbe essere un'occasione per non affrontare da sola questa fase di passaggio, in un luogo accogliente e privo di giudizio.

Un abbraccio,

Erica Dragonetti

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