Dott.ssa Micol Loppo

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Dott.ssa Micol Loppo

specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta

Ex e figli

Convivo da un anno con un uomo che ha un figlio di 10 anni da una precedente convivenza conclusa per sua volontà 3 anni prima che ci conoscessimo, quando il bambino aveva circa 4 anni. Dal momento della rottura, i due non sono andati da nessun avvocato per definire i termini di affido condiviso e mantenimento del bambino, stabilendo tra loro delle regole economiche e “relazionali”.
Lei non lavora e vive con il figlio in una casa di proprietà della sua famiglia; lui le dà un fisso e, in più, finanzia molte spese accessorie del figlio. Lei divide alcune spese, ma in che modo e in che proporzione non so, perché su questo il mio compagno è vago.
Il suo rapporto con la madre del bambino è falsamente cortese e la comunicazione è ridotta al minimo per esigenze di servizio, mentre il rapporto con il figlio è molto faticoso, perché da quando si è separato dalla ex lei ha cominciato a monopolizzare la sua gestione, instillandogli la paura di allontanarsi da casa senza di lei e la convinzione che lui possa decidere quanto tempo trascorrere con il padre.
Questo ha generato molte anomalie, come per esempio il fatto che il bambino non abbia mai dormito con il padre (né prima, quando non convivevamo, né men che meno ora), non sia mai andato in vacanza con il padre senza la madre (cosa che è accaduta fino al momento in cui non è cominciata la nostra relazione), non passi tempo con il padre che non sia quello di routine (il padre che lo va a prendere a scuola, lo accompagna a fare sport, a qualche visita medica).
Il bambino sa della mia esistenza, ma ci siamo visti solo una volta, in cui eravamo entrambi molto imbarazzati per motivi diversi. Quando il padre ha cominciato a convivere con me, il bambino ha dato segni di “gelosia”, passando poi ad una accettazione silenziosa che finge che io non esista.
Sin dall’inizio, pensando che per creare un rapporto con il piccolo avessi bisogno della complicità del padre, e sapendo che il padre fosse il primo ad avere problemi di relazione con il bambino, ho deciso di farmi da parte completamente nei loro (rari e fugaci) incontri, per dargli modo di costruire una consuetudine e una fiducia nella quale potermi prima o poi inserire un po’ alla volta. Ma in tre anni di relazione ciò non si è mai verificato e io sono rimasta completamente fuori, sebbene anche tra loro i rapporti non si siano smossi più di tanto.
Il mio compagno non mi ha mai chiesto di presenziare a qualche loro incontro. In alcune occasioni ha fatto sì che frequentassi la sua famiglia di origine prima con il figlio e poi separatamente con me e, in un’occasione familiare loro, ho dovuto discutere per fargli capire che non era normale che il bambino ponesse come condizione quella di partecipare con la madre, pena il rifiuto di andarci.
Altresì, non trovo funzionale che la ex sia trattata ancora come una persona di famiglia (viene avvisata e partecipa ad eventi della famiglia), nonostante faccia aperto ostruzionismo nei confronti del mio compagno (e lui sia estromesso da qualsiasi evento della famiglia della sua ex).
So per certo che il mio compagno non provi più nulla per questa persona, ma so anche che la sua tolleranza continua nei confronti dei suoi comportamenti ha generato, genera e genererà tante altre difficoltà per me, che mi sento destinata a vivere il ruolo di un fantasma per tutti fino a che il figlio non crescerà e deciderà che posso esistere.
Vivo con estremo disagio ogni contatto con quella che era la vita del mio compagno prima di me, che sia la sua famiglia, la sua ex o il bambino, perché sento che lui vive la sua vita con me e quella con la “sua famiglia” dividendola in comparti stagni, in cui le contaminazioni sono previste solo se non creano problemi.
Come posso gestire l’insoddisfazione e la frustrazione che vivo?
P.S. Io non ho figli.

Comprendo profondamente il carico di frustrazione e il senso di invisibilità che stai vivendo. Ti trovi in una posizione di estrema complessità, dove i confini tra le persone (e tra il passato e il presente) sono confusi, permeabili e fonte di continuo dolore per te.

Il tuo compagno sta mettendo in atto una strategia di evitamento per gestire il conflitto.

Per timore di rompere un equilibrio già fragile con la madre del bambino (e probabilmente per gestire i propri sensi di colpa genitoriali) ha scelto di mantenere "compartimenti stagni".

Tuttavia, in un sistema familiare, i compartimenti stagni non esistono: ciò che accade in un comparto inevitabilmente condiziona l'altro. Il fatto che tu ti senta un "fantasma" non è una tua percezione distorta, è la conseguenza diretta di una scelta del tuo compagno di non integrare la sua vita attuale con la sua storia passata.

Il tuo compagno vive una situazione in cui lei agisce su di lui attraverso il figlio.

È probabile che lui tema che, ponendo confini chiari (legali o relazionali), il figlio possa allontanarsi ulteriormente o soffrire.

È una trappola classica: si sacrifica la qualità della propria vita adulta e di coppia sull'altare di una "pace" che però è solo apparente e paralizzante.

Hai scelto di farti da parte per non forzare i tempi, ma il problema non è la tua mancanza di pazienza, ma la mancanza di una progettualità condivisa da parte sua.

Non sei tu che devi inserirti, è lui che deve costruire lo spazio affinché la sua nuova compagna e suo figlio possano coesistere in un ambiente sano.

Per non continuare a consumarti nel ruolo di fantasma, è necessario passare dalla passività all'assertività, non per combattere contro il bambino o la ex, ma per chiedere trasparenza alla tua coppia.

Sposta il focus dal "bambino" alla "coppia".

Il bambino è vittima di una gestione genitoriale che non ti compete modificare direttamente. Ciò che ti compete è la relazione con il tuo compagno.

In un momento di calma, comunica il tuo disagio usando un messaggio assertivo: "Quando sento di essere esclusa da segmenti importanti della tua vita per evitare conflitti con la tua ex, mi sento un'ospite nella mia stessa casa e questo sta minando la mia serenità e il mio legame con te".

Chiedi chiarezza sulle "regole del gioco". È tuo diritto sapere (e partecipare alle decisioni) riguardo alla gestione economica e relazionale, poiché queste influiscono sulla vostra vita quotidiana. Se lui è vago, è perché teme il confronto. Aiutalo a capire che l'ambiguità è ciò che nutre la tensione, non la chiarezza.

Definisci i tuoi confini di tolleranza. Chiediti: "Cosa posso accettare per altri 2 o 5 anni?". Se non ci sono segnali di evoluzione (es. il padre che rivendica il suo diritto di passare tempo con il figlio fuori dal controllo materno), la frustrazione rischia di cronicizzarsi in risentimento. Il tuo benessere deve essere una priorità.

Rinuncia al ruolo di "mediatrice". Hai tentato di essere discreta sperando che la situazione si sciogliesse da sola. È evidente che non sta funzionando. Non è compito tuo facilitare il rapporto tra padre e figlio, né proteggere il tuo compagno dalle sue scelte passate. Torna a essere te stessa, smetti di "nasconderti" e riprendi i tuoi spazi.

Tu sei una donna solida e consapevole. Non sei un accessorio della vita di un uomo, ma la sua compagna. Se lui continua a mantenere la porta chiusa tra le sue due vite, è perché non si sente pronto (o in grado) di affrontare la frustrazione che una rottura definitiva degli equilibri con la sua ex gli comporterebbe. Non puoi essere tu a pagare il prezzo di questa sua indecisione.

Quale pensi sia il limite massimo di "invisibilità" che sei disposta a tollerare prima che questa situazione diventi per te insostenibile dal punto di vista emotivo?

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Dott.ssaMicol Loppo

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