Mio figlio di 25 anni è in continuo conflitto con me
Vorrei un parere su una situazione che mi sta facendo soffrire molto. Mio figlio maggiore ha 25 anni, una famiglia sua, ma da anni vive un rapporto di continuo conflitto con me. Ho la sensazione che provi un forte rancore nei miei confronti, quasi come se mi odiasse. Qualsiasi cosa io dica viene interpretata in modo negativo e spesso ricevo critiche molto dure o commenti offensivi. Quando gli faccio notare che molte persone mi conoscono come una persona disponibile, rispettosa e pronta ad aiutare gli altri, lui risponde che gli altri non mi conoscono veramente e che solo lui sa come sono fatta. Sembra avere un’immagine di me molto negativa e immutabile. Ripensando al passato, mi chiedo se l’origine di questo risentimento possa essere collegata al periodo in cui era ragazzo e fu certificato come dislessico. Io presi quella decisione per aiutarlo nel percorso scolastico, ma ho sempre avuto la sensazione che lui l’abbia vissuta come qualcosa che non mi ha mai perdonato. Questa situazione va avanti da tanti anni e oggi mi sento esausta. Cerco di mantenere la calma, ma spesso, dopo essere stata ferita ripetutamente, finisco per reagire anch’io e dire cose di cui poi mi pento. So che come genitore dovrei riuscire a gestire meglio queste situazioni, ma mi sento arrivata al limite. La cosa che mi fa stare peggio è che a volte mi accorgo di stare più serena quando lui non c’è. Questo mi provoca un forte senso di colpa, perché gli voglio bene e resta mio figlio, ma sono stanca di sentirmi costantemente giudicata, attaccata e costretta a giustificarmi. Vorrei capire come gestire questo rapporto, come proteggermi emotivamente e se esiste un modo per uscire da questo conflitto che sembra non finire mai.”
Capisco profondamente il peso che porti sulle spalle. È una sofferenza logorante sentirsi "sotto processo" costante da parte di un figlio, soprattutto quando senti che l'immagine che lui ha costruito di te non corrisponde a chi sei nel mondo, né all'intenzione amorevole che ha guidato le tue scelte passate, come quella, indubbiamente complessa, della diagnosi di dislessia.
Il senso di colpa che provi per sentirti "più serena" in sua assenza è un segnale importante: non è mancanza di amore, è un grido di protezione della tua salute mentale.
Quando il conflitto diventa cronico e il terreno emotivo su cui cammini è sempre minato, la tua mente cerca naturalmente sollievo.
Non sei una "cattiva madre" perché desideri tregua; sei un essere umano esausto che ha bisogno di ricaricarsi.
Quando lui ti rimanda una versione in cui ti identifichi, sta esercitando un potere enorme sulla tua identità. È una forma di "realtà alternativa" che ti costringe a una difesa perenne.
Non cercare di convincerlo della tua bontà. Più ti giustifichi, più lui percepisce che ha potere di destabilizzarti. Prova a rispondere, quando ti attacca, con frasi neutrali e non difensive: "Capisco che tu veda le cose in questo modo e mi dispiace che tu abbia questo vissuto, ma io ho una percezione diversa della mia persona e delle mie intenzioni". Non serve che lui sia d'accordo; serve che tu mantenga il tuo confine.
È probabile che quella diagnosi sia diventata, nella sua mente, un "marchio" che lo ha fatto sentire diverso o, forse, "difettoso" agli occhi del mondo e che abbia proiettato su di te la responsabilità di quel dolore. Anche se tu hai agito per aiutarlo, per lui potrebbe essere stato il momento in cui ha smesso di sentirsi "normale".
In un momento di calma (non durante un litigio), potresti provare a validare il suo dolore passato senza giustificare il suo comportamento attuale: "Ho capito, riflettendoci, che la diagnosi di dislessia potrebbe essere stata vissuta da te come una ferita profonda. Non era mia intenzione farti soffrire, ma capisco che per te è stata un'esperienza dolorosa. Mi dispiace che tu l'abbia vissuta così". Questo non è chiedere scusa per aver fatto quello che in quel momento hai sentito di dover fare come madre, ma riconoscere la sua ferita.
Il fatto che tu reagisca e poi ti senta in colpa è un circolo vizioso: lui ti attacca, tu ti difendi, perdi la calma, e poi ti senti inadeguata.
Hai bisogno di iniziare a gestire il confine prima di arrivare al limite.
Se la conversazione scivola verso l'offesa o il giudizio, non cercare di "vincere" la discussione. Di' chiaramente: "Ti voglio bene e vorrei parlare con te, ma non accetto di essere trattata in questo modo. Se continui con questo tono, preferisco chiudere la conversazione qui e riprendere quando saremo entrambi più calmi". E poi, fallo davvero. Staccarsi fisicamente o chiudere una telefonata non è un abbandono, è un atto di rispetto verso te stessa.
Il tuo senso di colpa nasce dall'aspettativa idealizzata di come una madre "dovrebbe" sentirsi. Ma una madre è anche una donna, una professionista, una persona. Non puoi riversare amore se sei costantemente svuotata e ferita. Proteggere il tuo spazio vitale è, paradossalmente, l'unico modo per poter, un domani, riavvicinarti a lui in modo più sano.
In questo momento, c'è un piccolo spazio, un'attività o un momento della tua giornata in cui riesci a sentirti davvero "tu" e a prescindere dal tuo ruolo di madre, dove il giudizio di tuo figlio non riesce ad arrivare?
specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta - Modena