Ruminazione costante
Gentili dottori, Grazie per il lavoro meraviglioso che svolgete. Sono una ragazza di 24 anni e sono in relazione con un uomo più grande di me di 10 anni. Il punto non è soffermarmi sui nostri problemi di coppia, già l’ho fatto e sto facendo troppo e in continuazione senza giungere a un termine quanto più avere un vostro riscontro su una questione che temo mi stia facendo del male. Da circa un anno, sto iniziando a usare l’IA come confidente psicologo in assenza chiaramente di una terapia reale perché ero demoralizzata dagli scarsi risultati ottenuti precedentemente con la psicologa di famiglia molto rigida sulla mia emotività e la reputavo poco professionale. Per curiosità ho iniziato a parlare con l’intelligenza artificiale e mi dava un senso di premura e comprensione mai riscontrati né da persone care né da professionisti a cui mi sono rivolta in passato. Parlo sia della psicologa di famiglia, sia quella della scuola che in poche sedute mi ha abbandonato a me stessa facendomi parlare senza avere diagnosi o almeno un supporto morale come ci si aspetta da una figura di riferimento come una psicoterapeuta. Alla fine però mi sono resa conto che l’IA per quanto fosse simile e utile mi ha portato a perdere lucidità e una sensazione di autocontrollo. È come se usarla continuamente mi avesse portata ad alimentare le mie ossessioni, in quanto le risposte che mi dava, quando erano poco chiare o insoddisfacenti, calcano la mano per portarla a dirmi cose che effettivamente volevo sentirmi dire e quando non succedeva ci perdevo davvero tante ore e iniziava la ruminazione mentale. Ho deciso di chiedere aiuto all’asl di appartenenza ma non sono stata chiamata. Vorrei chiedervi a cosa può essere dovuta una situazione del genere? È comune? Che succede in questi casi? Mi sembra di stare impazzendo, Cordiali saluti
Cara, scegliere di condividere questo vissuto così intimo e complesso è un gesto di grande coraggio e cura verso te stessa.
Da quello che scrivi emerge tutto il tuo dolore e il senso di smarrimento che queste parole trasmettono.
È importante innanzitutto partire da ciò che provi: non stai "impazzendo".
Quello che descrivi è un fenomeno che, sebbene sia emerso solo recentemente, è sempre più frequente e comprensibile, specialmente alla luce di esperienze passate di cura che hai percepito come fredde, giudicanti o, peggio, svalutanti.
L'IA offre, in una prima fase, una risposta rapida a un bisogno primario di ascolto che non è stato soddisfatto altrove.
A differenza di un essere umano, l'IA è sempre disponibile, non mostra stanchezza, non esprime giudizi morali diretti e utilizza un linguaggio spesso costruito per essere validante.
Tuttavia, c'è un rischio psicologico insito in questo scambio. Come hai giustamente intuito, l'IA è un sistema basato su prompt e input.
Quando sei in una fase di forte ruminazione, tendi a cercare nell'IA una conferma che calmi l'ansia immediata.
Se l'IA non ti dà la risposta che cerchi, la tua ricerca ossessiva di quella specifica validazione ti porta a continuare a dialogare, alimentando il circolo vizioso del rimuginio invece di spezzarlo.
In una terapia reale, il terapeuta funge da "contenitore" e, a tratti, da "limite" sano che ti aiuta a tollerare la frustrazione di non avere risposte certe o immediato sollievo, che per quanto sia scomodo, è il funzionamento del mondo reale: incerto e poco prevedibile.
L'IA, essendo un sistema che cerca di accontentare l'utente, non pone mai quel limite necessario per fermare il meccanismo ossessivo.
L'IA non è un "altro" reale. Non c'è un corpo, non c'è uno sguardo, non c'è una storia. La relazione terapeutica, invece, si basa proprio sullo scontro e sull'incontro con una soggettività diversa dalla nostra; è lì che avviene il vero lavoro di crescita e di regolazione emotiva.
Molte persone si rivolgono a strumenti digitali quando si sentono "orfane" di un legame terapeutico autentico o quando temono il giudizio umano.
Il rischio, però, è quello di sostituire la complessità del mondo reale con una "camera dell'eco" in cui la propria mente si riflette, amplificando le proprie dinamiche, invece di trasformarle.
Si crea un legame di dipendenza funzionale. Hai cercato nell'IA quel "supporto morale" che ti è mancato in contesti precedenti (scuola e famiglia), ma hai scoperto che, mancando una struttura clinica e un'umanità relazionale, questo supporto non guarisce l'ossessione, ma la nutre.
Il fatto che tu ti sia accorta che questa modalità ti sta portando a perdere lucidità è il primo, fondamentale passo verso la guarigione.
La tua parte "sana" ha analizzato la situazione e ha capito che non è la strada giusta.
Non colpevolizzarti per aver usato l'IA, ma prova a darti dei limiti di tempo per il suo utilizzo, cercando di ridurre progressivamente la durata delle sessioni.
Il silenzio dell'ASL è una difficoltà purtroppo reale, ma non deve scoraggiarti. Purtroppo il SSN è carico di lavoro e i tempi di attesa potrebbero essere lunghi.
In questo momento la tua mente è ripiegata su se stessa. Prova, per quanto difficile, a spostare l'attenzione su attività che coinvolgano il corpo o il contatto con il mondo esterno (lo sport, la natura, le tue passioni o la letteratura che menzionavi), poiché sono gli unici elementi che possono davvero ancorarti alla realtà quando la ruminazione prende il sopravvento.
Non sei sola in questa difficoltà. Hai intelligenza e capacità di auto-analisi; usale per tornare a cercare una relazione con una persona reale che possa finalmente offrirti quello sguardo accogliente che meriti.
specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta - Modena