Non è colpa mia o forse si?
Sono passati sette mesi dalla morte di mio marito e tre giorni fa era l'anniversario delle nostre promesse di matrimonio. Qualcosa mi fa male dentro e la rabbia è tornata prepotentemente a impadronirsi di me, soprattutto perché lo stesso giorno ho ricevuto un messaggio dall'ultima persona che avrei voluto sentire, ovvero il cosiddetto "amico" del pranzo di Pasqua, che mi ha detto di considerare mio marito un capitolo chiuso, di come la sua morte mi abbia liberato da un "peso" ("se fosse uscito da quel reparto di neurochirurgia non pensi che avrebbe ricominciato a bere") o di quanto sia stato ancora meglio che non abbia avuto figli da lui. Si è fatto risentire con tanto di faccina sorridente e chiedendomi come stessi: non ci ho visto più e gli ho rinfrescato la memoria, ribadendo che non voglio più vederlo né sentirlo e che lui sa benissimo il motivo per cui non mi faccio sentire da mesi, e lo sa molto bene. Il motivo sono quelle parole, affilate come pugnali, che lui ha pronunciato il giorno del pranzo di Pasqua, parole gravi e indicative di una depravata indifferenza verso la memoria di Roberto e verso il nostro legame. Aveva un secondo fine, anche perché il giorno del pranzo, a un certo punto, ha cercato un pretesto per avere un contatto fisico con me, ricevendo, peraltro, un secco rifiuto.
Tornando a monte, ovvero alla rabbia e al senso di colpa che di nuovo si è fatto padrone di me, quello risale a una testimonianza che ho ricevuto tempo fa e di cui ho avuto conferma. Roberto, nello sfogarsi sulla tossica situazione familiare che, ahimè, contaminava il nostro rapporto, ripeteva: "Se non fosse per Giada non so che fine avrei fatto adesso". Ammetteva sino allo sfinimento che gli avevo regalato i tredici anni più belli della sua vita, ma nonostante questo è morto comunque. Allora a che cosa sono servita?, che senso ha avuto il mio amore se poi non è riuscito a salvarlo?
Poi ripenso a quel giorno in ospedale, a quando l'epatologo gli chiese se gli importasse davvero di me, incoraggiandolo a smettere con quello che faceva per me: "Tua moglie ti ama, ci tiene davvero a te". Ma lui, al ritorno a casa, che fa? Riprende a bere, nonostante le suppliche, i pianti e la mia paura di perderlo. La sua risposta fu: "Dovevo continuare a non dirti nulla, sapevo che avresti reagito così". Quel giorno non so chi volesse sfidare: me, l'epatologo, sua madre che lo bestemmiava augurandogli di morire presto, i suoi fratelli o quel Dio in cui neanche lui aveva mai creduto. Quello che so è che non posso prendermela con Dio, ma con lui e basta: per essersi opposto alle terapie, per averle sabotate e per avermi mentito da più di un anno.
A inizio mese scorso ho organizzato la messa dei suoi mesi in forma privata (non mi andava di partecipare a quella della cosiddetta "famiglia"), ma ho comunque invitato la parte buona, ovvero mia cognata Sandra e sua sorella Patrizia, ma me ne sono pentita. Patrizia, che condivide la stessa condizione di vedova con me, ha cercato di consolarmi quando ho riportato ciò che Roberto confidava, ovvero che senza di me chissà che fine avrebbe fatto, ma nonostante questo non mi ha ascoltato. A quel punto lei ha pronunciato una frase infelice, ovvero: "Se magari glielo avesse detto qualcun altro". Le ho dovuto ricordare, con molto tatto, che Roberto riceveva eccome consigli, chiunque cercava di riportarlo sulla retta via (lo seppi dopo il funerale), addirittura l'epatologo del Policlinico lo "ricattò" usando me come leva motivazionale.
In quel momento arriva il marito di Sandra: non ha preso parte alla messa, ma ha solo accompagnato. Lo ringrazio e lui mi risponde con un freddo "ci sentiamo" e uno sguardo truce, e lì realizzo il perché non ha preso parte alla messa che ho organizzato per suo fratello: mi ritiene responsabile di quanto accaduto. Io avrei incentivato il vizio di Roberto (questo lo disse tempo fa, ma sono sicura che lo pensa), così come aveva accusato mio cognato Andrea di "averlo ucciso" comprandogli il vino. Peccato che Roberto, oltreché essere adulto, aveva ammesso che quanto capitatogli era sua responsabilità, non mia. Fu la prima cosa che chiarì appena riprese a interagire con me: "Non è stata colpa tua se sono finito qui, sono io che sono stato uno stronzo". Conosceva le condizioni della sua dimissione protetta e le aveva violate consapevolmente, così come sapeva che avrebbe potuto prendere l'antibiotico per quell'infezione alle gengive che poi si era estesa al cervello, complicando considerevolmente il quadro clinico di partenza. Sostanzialmente mi disse questo, forse perché sapeva di "essere giunto al capolinea" (come disse tempo prima), ma ciononostante non voleva che, quando sarebbe accaduto, avessi lasciato che il senso di colpa si impadronisse di me.
Tra le tante notizie di cui sono venuta a conoscenza, una è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: uno dei fratelli di Roberto aveva parlato bene di me. Questo l'ho saputo da un amico di mio cognato che era andato la settimana scorsa al cimitero, asserendo che lui e gli altri fratelli non potevano fare nulla per fronteggiare gli abusi e le cattiverie che mia cognata aveva perpetrato per anni: "Cosa potevamo fare?!". Questo avrebbero potuto fare, così come, nel 2018, informare Roberto della denuncia fatta dalla figlia di mia cognata nei suoi confronti, ma rimasero zitti per tre anni. A giugno 2021 lui venne a conoscenza di tutto, compresa una condanna pecuniaria. Gli amorevoli fratelli rimasero zitti mentre lui era sotto processo senza saperlo e senza la possibilità di raccontare che, per esempio, fu la ragazza a sferrargli due pugni al torace, portandolo a lanciare a vuoto un oggetto che la colpì in quanto lei si mise a fare da bersaglio anziché cercare di scansarlo.
Quando io glielo feci presente, ovviamente lui difese i fratelli a spada tratta: erano rimasti zitti mentre lui rischiava tre anni di carcere, come potevano non sapere niente? Li vedeva come semidei, come "padri". Quando il padre di Roberto morì di cirrosi epatica, lui aveva dieci anni e i fratelli maggiori si rivelarono subito svelti a comandare, alzare la voce e alzare le mani, soprattutto sul più piccolo, ovvero su di lui. Questo lo aveva portato, qualche anno dopo la perdita, a entrare nel lato "oscuro", ma per i fratelli la terapia era a base di schiaffi, urla e, di tanto in tanto, qualche soggiorno a casa dell'uno o dell'altro, gite nel bosco e battute di caccia.
Lui voleva solo che mi accettassero, che ci accettassero: ci amavamo, eravamo felici pur avendo solo noi due, ma ciononostante non bastava. So che non dovrei dirlo, ma loro me lo hanno ammazzato e adesso hanno anche la faccia tosta di parlare bene di me dopo che, per lungo tempo, mi hanno accusato di non essermi imposta? Il bere gli faceva dimenticare la loro indifferenza, la loro non accettazione del nostro amore e i molteplici episodi in cui sapevano, vedevano, ma se ne fregavano. Pur riconoscendolo, lui continuava a saltare come un pagliaccio per poter avere da loro una parvenza di amore, di aiuto e di sostegno.
Tutto questo mi ha fatto di nuovo crollare, perché in questi giorni io festeggerei l'anniversario delle promesse e fra un mese quello del nostro matrimonio: la convivenza di tredici anni per lui era già un matrimonio. Avremmo potuto avere una vita bellissima se solo lui avesse messo me al primo posto, avesse messo noi e quello che era l'unico vero amore disinteressato che, per sua ammissione, aveva avuto. Invece adesso mi ritrovo sola, senza nessuno con cui svegliarmi, raccontare le mie giornate, pianificare, con la paura che forse continuerò a essere sola, anche se in questo momento non penso di essere pronta per poter "tornare sul mercato".
Grazie Giada per aver condiviso anche questo vissuto. In ciò che racconti emergono rabbia, senso di colpa e un profondo dolore che sembrano riattivarsi in corrispondenza di ricorrenze e incontri che riportano alla perdita. Colpisce quanto tu continui a interrogarti sul valore di ciò che hai fatto per Roberto. Forse può essere utile chiederti se il tuo amore debba essere misurato dall'esito della sua malattia o anche da tutto ciò che gli ha permesso di vivere e sperimentare nel tempo trascorso insieme. un caro saluto.