Ho perso mio marito otto mesi fa e da quel momento gli amici sono spariti
Otto mesi fa mio marito è venuto a mancare per complicazioni ospedaliere legate a una grave malattia al fegato, la stessa che anni prima uccise suo padre quando lui era ancora un bambino. Come ho spiegato nelle domande precedenti, ho dovuto dirgli addio dopo tredici anni e quattro mesi di matrimonio (lui mi considerava sua moglie da prima e per me era lo stesso), ma questo non è stato l'unico lutto.
Tutte le persone che credevo amiche, o comunque la maggior parte, si sono volatilizzate, compresi anche i nostri testimoni di nozze. Una volta ero a prendere un caffè al bar dove andavo con Roberto, è entrata una mia ex compagna di scuola con la zia e, appena mi ha intercettato, è uscita immediatamente. Per altro, durante la degenza di Roberto mi mandava un sacco di messaggi affettuosi, tra cui "ci sono se hai bisogno". Ho avuto modo di notarlo quel giorno.
Stesso discorso per una mia ex collega con cui avevo legato molto: era bullizzata da colleghi e supervisor e, dopo che l'altra collega con cui aveva legato non venne confermata a lavoro, io divenni il suo riferimento. Dopo che a sua madre venne diagnosticato un tumore al seno, io le raccontai il mio passato da paziente oncologica e lei mi aveva definito una forza ispiratrice.
Il giorno che mi avevano confermato il decesso di Roberto, nel pomeriggio uscimmo a prendere un tè. Due giorni dopo mi accompagnò al funerale, ma nei giorni successivi cominciò a evitare messaggi e chat e a trovare ogni scusa per non vedermi. A quel punto mi disse che lei per me non poteva fare niente (come se avessi qualche pretesa) e che, se avessi coltivato altri spazi, non starei così male per un marito che lei stessa mi aveva consigliato di lasciare un paio di mesi prima, in quanto le avevo confidato che attraversavamo una crisi per colpa del nipote teppista e tossicodipendente. Ma io non solo non avevo seguito i suoi consigli, ma addirittura mi ero macchiata dell'orrendo crimine di rifiutare un lavoro (mio marito era morto da un mese) e lei, al mio posto, non lo avrebbe fatto: la signorina perfettini avrebbe marciato verso l'indipendenza.
Il peggio è stato quando aveva detto: "Bisogna vivere per se stessi e non per gli altri", come se amare una persona in modo assoluto fosse un crimine aberrante.
Da parte mia ho risposto che non rinnegavo i problemi che Roberto dava col suo comportamento, ma allo stesso tempo tredici anni assieme erano: tredici Natali, feste, compleanni, estati, condivisione e quotidianità. Quando io mi ero ammalata di tumore lui si era preso cura di me: non ha fatto domande, né chiesto niente, c'era e basta. Come potevo abbandonare la mia famiglia senza neanche provare a salvare il salvabile? Questo le dissi, aggiungendo che per lei era facile blaterare quando le mie scarpe non le indossava: a differenza mia poteva contare sulla sua famiglia di origine e il suo compagno, nonostante le pessime abitudini alimentari e l'obesità cronica, respirava ancora.
Queste considerazioni gravi sono state precedute anche da un recap: quattordici anni fa ero andata via da casa dei miei genitori, arrangiandomi come potevo, dormendo a casa di amici e poi lavorando in un call center per pagare l'affitto. D'estate vendevo giornali. Insomma, sapevo eccome cosa volesse dire rimboccarsi le maniche e lei non aveva il diritto di giudicarmi, né di sputare veleno sul dolore che provavo. Io per lei c'ero stata e, quando al lavoro la bullizzavano, le davo aiuto e amicizia, per non parlare dell'affetto e dell'empatia che le avevo dimostrato dopo la diagnosi di sua madre. Preciso in maniera disinteressata, perché io sono così sin da quando ero piccola: sempre pronta a correre in aiuto degli altri, come diceva la mia maestra delle elementari. Ma chi corre in mio aiuto quando ne ho bisogno?
Un'altra che conosceva anche mio marito mi disse una cosa terribile: la sua morte era un segno di Dio per confermarmi che lui non era adatto a me, non era quello "giusto". Ero disgustata.
Roberto aveva fatto lavori come tuttofare a casa di una signora, la cui figlia maggiore si professava come una seconda sorella per me. "Da oggi ti starò molto vicina", mi disse a parole, ma a fatti rivelò altro.
Passai le feste natalizie da SOLA, nella casa dove io e Robi abbiamo vissuto per tredici anni, cercando di soffocare pianti, urla e pensieri suicidi (questi ultimi non li ho più), in modo da non farmi sentire da mia suocera (venuta a mancare quattro mesi fa), a cui non avevamo detto nulla.
Quando chiesi alla mia "amica" se avesse fatto qualcosa per Natale, lei mi disse che non faceva nulla. Eppure sapeva tante cose, compreso che avevo tentato il suicidio il giorno che mi hanno chiamato dall'ospedale per dirmi del decesso di Roberto. Sapeva quanto sarebbe significato per me passare le feste con chi aveva voluto bene a mio marito e a me, almeno così mi sembrava.
La sua "vicinanza" consisteva in telefonate interminabili dove mi prospettava il ricorso a psicofarmaci che avrebbero placato i miei comportamenti ossessivi e ripetitivi legati al lutto, a cercare di dare un senso.
Sua madre ancora peggio: asserì che dovevo chiedermi anche io cosa avessi avuto da farmi perdonare con Roberto e lei, per giustificare l'uscita infelice, fece il paragone col suo divorzio a seguito di un tradimento del marito: se fosse stata davvero una brava moglie non sarebbe stata tradita e la stessa cosa valeva per me, se fossi stata davvero una "fantastica moglie", lui non avrebbe cercato rifugio nel bere. La madre mi disse pure: "Questo non si può sentire, addirittura una fantastica moglie?".
In questi giorni, in queste ricorrenze che riaprono vecchie ferite (un anno dalle promesse, quattordici anni assieme), io non mi sono trattenuta e ho sfogato con questa cosiddetta amica tutto il mio dolore e tutto il mio essere delusa e ferita.
Il mese scorso mi chiese di vederci e, appena io raccolsi l'invito, anche perché stavo attraversando una crisi lavorativa e, unitamente a quello che era successo, erano riaffiorati i vecchi pensieri e ricevere quel messaggio era una boccata di ossigeno. Lei rispose più di una settimana dopo dicendo che il mio era un grido di aiuto che meritava attenzione, ma ciononostante non ricevetti alcuna attenzione.
Tra ieri e oggi, alla grande dottoressa (è neurologa), gliele ho cantate e suonate, ricordandole anche quando, dopo che espressi un giudizio per altro positivo sui suoi genitori, lei tirò fuori cose che avrei detto in passato ma di cui non mi ricordo, accusandomi di non aver mai potuto vedere la sua famiglia. Avevo seppellito mio marito da neanche due mesi e questa era la sua "vicinanza".
Io però avrei potuto tirare fuori che a settembre 2023 facevo la baby sitter a sua figlia e la bambina mi rendeva la vita impossibile con significativi dispetti e provocazioni, a cui altri adulti non avrebbero reagito con la stessa calma che ho mostrato io. Per non parlare di quando lei ci provò con mio marito durante una delle sue giornate di lavoro a casa di sua madre.
Mi sono limitata a passare in rassegna la sua "vicinanza", asserendo quanto questo mi abbia ferito e deluso: affrontare una perdita non significa essere malati o infetti, perché così io sono stata trattata: il caso umano da cui stare alla larga, perché sennò potrebbe infettare le loro vite ovattate.
Gli unici episodi di solidarietà li ho avuti da un amico comune a me e a Robi (non quello del pranzo di Pasqua) e dalle signore che ho conosciuto portando il cane di famiglia al parco. Tolto questo, zero assoluto. Per me non c'è una chiamata, un messaggio per uscire anche a fare una passeggiata.
Una decina di giorni fa mi ero sentita con una ex collega di lavoro con cui avevo legato molto, le proposi un'uscita con le altre ragazze e lei mi rispose: "Appena siamo libere organizziamo", non c'è stato NULLA.
So bene che le persone hanno la loro quotidianità, i loro problemi e le loro "rogne", ma c'è un limite a tutto, anche all'indifferenza e all'omertà nonsense.
"Sempre pronta a correre in aiuto degli altri, Giada, ma chi ti difende quando tu hai bisogno?", disse la mia maestra delle elementari. Parole sante, a distanza di trent'anni confermo.
Ero integrata e benvoluta al lavoro, ma non più di tanto evidentemente. Mi torna in mente quando Roberto mi disse: "Non esistono gli amici ma i conoscenti". Come aveva ragione.
Un'altra delle mie fantastiche "amiche", che mi diceva "ti voglio bene come una sorella", pochi giorni dopo il funerale di mio marito mi disse: "Per te ci sono, quando vuoi usciamo"... Chi l'ha più vista?
Le avevo anche proposto di passare l'estate al mare assieme, ma chi l'ha sentita? Le poche volte che si fa sentire risponde dopo giorni, assolve il compitino e poi sparisce, come per dire: "Tanto mi sono scaricata la coscienza".
Tanto cosa ne può capire lei? Il suo compagno respira ancora, può progettare un futuro, una famiglia con lui e tanto altro, mentre io a 39 anni sono SOLA dopo tredici anni in cui ho amato e sono stata amata, con la paura che non potrò più essere amata da nessuno né diventare madre.
Lei che ne sa? Ha il suo compagno e due genitori che le vogliono bene.
Io non pretendo di imporre la mia presenza agli altri, non lo facevo al liceo e non lo faccio neanche ora. Allo stesso tempo penso di aver fatto un grande atto di coraggio sfogando tutto il mio dolore e la mia sofferenza alla mia "amica dottoressa" per la vicinanza mostrata in questi mesi.
L'unica mia "pretesa", se così posso dire, è quella di non essere vista come un caso umano da evitare, la cui presenza potrebbe infettare le perfette vite degli altri.
Ciao Giada, grazie per aver condiviso una storia così dolorosa. Oltre al lutto per tuo marito, sembra che tu stia elaborando anche il lutto per alcune amicizie e per l'idea che avevi di esse. È una ferita profonda. Talvolta il modo in cui le persone reagiscono al dolore altrui racconta anche i loro limiti e le loro difficoltà nel sostenerlo, più che il valore di chi lo sta vivendo. Forse può essere utile chiederti quali relazioni, anche poche e inattese, ti abbiano invece offerto una presenza autentica, per poter investire le tue energie dove oggi esiste una reale possibilità di reciprocità.