Autostima: imparare a riconoscere il proprio valore
Quando lo sguardo degli altri diventa lo specchio attraverso cui impariamo a guardarci.
Prima ancora delle parole, ci sono gli sguardi.
C'è il modo in cui siamo stati accolti, ascoltati, riconosciuti. Il modo in cui qualcuno ha incontrato il nostro sguardo quando cercavamo una risposta, quando avevamo paura, quando eravamo felici per qualcosa che avevamo scoperto.
Erving Polster ha dedicato molta attenzione al modo in cui l'esperienza relazionale prende forma anche attraverso ciò che precede le parole: il tono, la presenza, lo sguardo, il modo in cui l'altro ci incontra.
È anche attraverso queste prime esperienze che cominciamo, lentamente, a costruire un'immagine di noi.
Quando parliamo di autostima pensiamo spesso alla capacità di sentirci sicuri, capaci, all'altezza delle situazioni.
Ma l'autostima è qualcosa di più profondo.
Ha a che fare con il modo in cui riconosciamo il nostro valore e con la possibilità di sentirci degni di ascolto, di rispetto e di considerazione anche quando sbagliamo, quando attraversiamo una difficoltà o quando qualcuno non ci approva.
Una persona con una buona autostima non è necessariamente una persona che si sente sempre sicura.
È una persona che, anche nei momenti di fragilità, riesce progressivamente a rimanere in contatto con sé.
A volte impariamo a guardarci soprattutto attraverso lo sguardo degli altri.
Ci sentiamo abbastanza quando veniamo apprezzati, scelti, cercati, approvati.
Ci sentiamo importanti quando qualcuno ci conferma il nostro valore.
E quando questa conferma viene meno, possono comparire insicurezza, paura, senso di inadeguatezza.
“Avrò fatto qualcosa di sbagliato?”
“Perché non mi cerca?”
“Perché non mi apprezza?”
“Cosa devo fare per essere abbastanza?”
Sono domande che possono accompagnare la vita quotidiana e, soprattutto, le relazioni.
Quando il nostro senso di valore dipende fortemente dalla risposta dell'altro, può diventare difficile distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che facciamo per essere amati, accettati o riconosciuti.
È qui che l'autostima si intreccia con le relazioni e, in alcuni casi, con la dipendenza affettiva.
Nella prospettiva della Gestalt, la persona esiste sempre nella relazione con il proprio ambiente.
Siamo esseri in contatto.
Abbiamo bisogno degli altri, del loro riconoscimento, della loro presenza. Allo stesso tempo abbiamo bisogno di poter sentire ciò che accade dentro di noi e di riconoscere i nostri bisogni, desideri e confini.
L'autostima può allora essere vista anche come la possibilità di abitare questo spazio di relazione con maggiore consapevolezza:
posso incontrare l'altro senza smarrire me stessa.
Posso ascoltare ciò che l'altro pensa senza trasformarlo automaticamente in una verità su di me.
Posso ricevere un rifiuto senza sentirmi rifiutata nel mio valore.
Posso dire “no” senza sentirmi una persona egoista.
Posso desiderare qualcosa anche quando qualcun altro desidera qualcosa di diverso.
Nel lavoro di Maria Menditto, autostima e sicurezza interiore sono temi profondamente collegati alla relazione e alla possibilità di realizzazione di sé.
È un pensiero che sento particolarmente vicino al mio modo di intendere il percorso psicoterapeutico: costruire uno spazio nel quale la persona possa tornare ad ascoltare la propria esperienza e riconoscere, passo dopo passo, le proprie risorse.
A volte abbiamo imparato a guardarci attraverso uno sguardo molto severo.
Ci giudichiamo per ciò che non abbiamo fatto.
Ci confrontiamo continuamente.
Diamo più valore ai nostri errori che a ciò che abbiamo saputo affrontare.
Ci chiediamo di essere sempre forti, disponibili, efficienti, all'altezza.
E forse una parte del percorso consiste proprio nel poter sperimentare uno sguardo diverso.
Uno sguardo più curioso.
Più rispettoso.
Più capace di riconoscere ciò che siamo, insieme a ciò che possiamo ancora diventare.
Avere autostima non significa smettere di avere dubbi.
Significa poter attraversare il dubbio senza perdere completamente il contatto con sé.
Significa poter dire:
“Non so ancora come affrontare questa situazione, ma posso ascoltarmi.”
Significa poter riconoscere un errore senza trasformarlo in una condanna.
Significa poter chiedere aiuto senza viverlo come una sconfitta.
Significa poter stare in una relazione senza avere continuamente bisogno di dimostrare il proprio valore.
E, soprattutto, significa poter fare esperienza di sé al di là dello sguardo degli altri.
Ci sono momenti in cui la difficoltà a riconoscere il proprio valore comincia a incidere profondamente sulla vita.
Può accadere nelle relazioni, quando la paura di perdere l'altro diventa più forte del desiderio di stare bene.
Può accadere nel lavoro, quando ci sentiamo continuamente inadeguati, svalutati o costretti a dimostrare quanto valiamo.
Può accadere nelle scelte quotidiane, quando diventa difficile capire cosa desideriamo davvero perché siamo troppo concentrati sulle aspettative degli altri.
In questi momenti, un percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio nel quale fermarsi, ascoltare ciò che sta accadendo e dare un significato alla propria esperienza.
Non per diventare una persona diversa.
Piuttosto, per poter incontrare con maggiore consapevolezza la persona che siamo.
Forse l'autostima non nasce dal convincersi di essere perfetti.
Nasce anche dalla possibilità di riconoscersi nella propria interezza: nelle risorse e nelle fragilità, nei desideri e nelle paure, nelle parti di noi che conosciamo già e in quelle che ancora chiedono di essere ascoltate.
A volte il percorso comincia proprio da una domanda semplice:
“Come mi sto guardando?”
E da lì può aprirsi uno spazio nuovo.
Uno spazio nel quale imparare, poco alla volta, a riconoscere il proprio valore senza doverlo continuamente cercare nello sguardo dell'altro.
Perché incontrare sé stessi può diventare il primo passo per incontrare l'altro in modo più libero.
E in quello spazio, nella relazione con sé e con l'altro, si crea benessere.
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