Innamorarsi della Terapeuta
Mi rivolgo alla community di Psicologi.it perché sento il bisogno di confrontarmi con un professionista diverso dal mio, prima di (ri)affrontare la questione con la diretta interessata. Prima di iniziare tengo a fare una precisazione. Sto scrivendo sotto pseudonimo perché ho la sensazione che riuscirò ad esprimermi senza timore di venire riconosciuto, e di conseguenza giudicato. Fatta questa premessa permettetemi di fornirvi un po di contesto, così da fugare eventuali dubbi lasciati in sospeso. Mi chiamo Ludovico, ho ventiquattro anni e sono un aspirante scrittore. Vivo in un paesino di provincia del sud dove ho frequentato la scuola pubblica fino al conseguimento del diploma di maturità tecnica. Dopo un anno sabbatico non proprio meritato mi sono iscritto alla facoltà di architettura, senza però portare a compimento gli studi. E' a questo punto della storia che ho deciso di investire la mia giovinezza in funzione della letteratura, e non nell'architettura. Si tratta di un momento di fortissima crisi identitaria, per me, che mi ha portato a desiderare la vita che desidero oggi. Ho mollato l'università all'età di ventun'anni e per una serie di curiose circostanze sono finito a lavorare come benzinaio, in una stazione di servizio non lontana dal centro abitato. La prospettiva di un'entrata umile ma garantita mi ha trasmesso la serenità necessaria per soddisfare una necessità che bramavo da quando frequentavo l'università: affrontare un percorso di psicoterapia. Appena intasco il primo stipendio mi rivolgo subito ad un professionista locale, senza curarami affatto delle referenze o delle specializzazioni: tutto quello che desideravo era affidarmi alle cure di un professionista e che fosse, possibilmente, una donna bella e giovane. Non ricordo un'altra occasione in cui la fortuna ha giocato così tanto a mio favore. Da allora sono due anni che vengo seguito dalla dottoressa B, e non potrei ritenermi più soddisfatto del servizio che mi offre, seduta dopo seduta. Talvolta arrivo a dirmi, fra l'ironia e l'onestà, che se fossi finito nelle mani di un altro terapeuta non avrei evidenziato la stessa soddisfazione di cui tesso le lodi ogni volta che esco dallo studio di psicoterapia. Come ho accennato in capo a questo articolo, sono uno scrittore in erba: la curiosità, unita all'inguaribile desiderio di sapere, agisce in me come una seconda natura. Le persone che servo a lavoro - perfetti sconosciuti che s'intrattengono al massimo per una manciata di minuti - arrivano ad elogiarmi per il mio senso di osservazione, di cui faccio sfoggio per strappare una conversazione amichevole in un contesto forse un po' malfamato. Si tratta della stessa curiosità che mi aveva spinto, più o meno un anno fa, a giustificare quel felice stato d'animo che ho sempre sperimentato nei riguardi della terapeuta sin dalla primissima seduta, e di cui ho accennato poc'anzi. Ho scoperto che questo fenomeno, se di fenomeno si può parlare - ha un nome ed è stato ampiamente trattato e dibattuto nella letteratura scientifica: sto parlando del transfert. Naturalmente, a dubbio fugato, ne ho parlato anche con la diretta interessata. Il risultato di quella seduta, avvenuta ormai un anno fa, non ha fatto che rafforzare la stima che nutro verso i suoi confronti, e più in generale a tutte le persone che si prodigano in questo mestiere tanto bello quanto insidioso. Da qualche tempo a questa parte, diciamo pure tre mesi, questo transfert ha assunto una forma più complessa e che, in qualche modo, fatico a dominare. E' causa di sofferenza e ostacolo alla terapia. Provo dei sentimenti che vanno ben oltre al mero rispetto e all'ammirazione. La dottoressa esercita - sicuramente contro il suo volere - una carica erotica a dir poco travolgente sulla mia persona. Arrivo a dire che la diretta interessata rappresenta l'immagine unica e irripetibile del mio desiderio, anche se fra noi corre un mismatch anagrafico non indifferente. Lasciate che mi spieghi meglio. La signorina B ha trentasei anni, dodici più del sottoscritto, e rappresenta tutto quello che vado trovando in una donna. Tanto per cominciare la natura le ha donato un corpo e una effigee che metterebbero in difficoltà perfino il più fedele degli uomini. E' alta, bionda, con due occhi azzurri attenti e luminosi. La fronte è levigata, il naso è alla francese, la bocca sensuale ma non volgare. Inoltre ha gusto nel vestire, è misurata nel parlare. Si capisce che sa di essere una bella donna, e non ha il timore di esibire la sua bellezza senza sconfinare nella cafoneria. Una donna di gran classe. Ora. Razionalmente mi rendo conto che fra me e questa persona, per quanto ardente sia il mio desiderio, non potrà mai esserci nulla. Ho ragione di credere che la dottoressa sia piuttosto consapevole delle mie inezie, e che, in un modo o nell'altro, mi stia chiedendo di lasciar perdere; alla manierea tacita e gentile che le appartiene. Sono giovane, d'accordo, ma non stupido. Eppure, c' è una parte di me che si ostina al desiderio e si aggrappa come una forsennata alla speranza. E' qui che domando il vostro aiuto. Mi sento con le spalle al muro. Intanto non riesco separare la fantasia dal desiderio: in fin dei conti potrebbe semplicemente trattarsi di una forma di transfert che mi sta sfuggendo di mano. Ma se fosse vero - è questo è motivo di sofferenza - so bene quale risposta mi attenderebbe se confessassi i miei sentimenti alla dottoressa bella e intelligente. E tanto basta a farmi sentire rifiutato. Inevitabilmente, per come sono fatto, interromperei la psicoterapia a causa del risentimento, ma al contempo perderei l'unica fonte di sostegno emotivo e psicologico che ha reale impatto sulla mia persona. Dunque: c' è un modo per discernere la fantasia dal desiderio e capire quanto c' è di vero in quello che provo? Come faccio a liberarmi di questi sentimenti pur di preservare il rapporto terapeutico con la dottoressa?
Gentile Ludovico,
credo che il punto non sia tanto stabilire se ciò che prova sia “vero” oppure sia “solo transfert”. Il sentimento è reale perché lei realmente lo sperimenta. Parlare di transfert significa piuttosto interrogarsi sul significato che quel desiderio assume proprio all’interno di questa particolare relazione.
Visto che lei stesso manifesta una certa curiosità per questi fenomeni, potrebbe interessarle sapere che ciò che descrive non è affatto estraneo alla psicoterapia. Si parla, in questi casi, di transfert erotico: può accadere che sentimenti di attrazione, innamoramento, desiderio o idealizzazione vengano sperimentati nei confronti del terapeuta. Non è di per sé indice del fatto che la terapia stia andando male, né qualcosa di cui vergognarsi. Talvolta, al contrario, proprio la particolare intensità della relazione terapeutica — essere ascoltati con attenzione, sentirsi riconosciuti, poter mostrare aspetti vulnerabili di sé senza essere giudicati — può rendere emotivamente molto significativa la persona che abbiamo di fronte.
Questo, però, non significa che la dottoressa B. sia soltanto una sorta di “schermo” sul quale lei proietta qualcosa. È una donna reale, che può realmente trovarla attraente e affascinante. Il punto interessante del transfert è un altro: perché proprio quelle caratteristiche, in quella persona e dentro quella relazione, hanno acquisito per lei una forza così particolare?
Lei scrive, per esempio, che la dottoressa rappresenterebbe “l’immagine unica e irripetibile” del suo desiderio. È un’espressione molto forte e, forse, terapeuticamente più interessante della differenza d’età o dell’attrazione fisica in sé. Che cosa incarna questa donna ai suoi occhi? La bellezza, certamente, ma anche l’intelligenza, la sicurezza, la capacità di comprenderla, l’autorevolezza, l’essere scelta e riconosciuta da qualcuno che lei stima? E che cosa significherebbe, per lei, essere a sua volta desiderato da una donna alla quale attribuisce tutte queste qualità?
Mi colpisce inoltre che la sofferenza sembri nascere soprattutto nel momento in cui immagina il limite: lei anticipa il rifiuto, il risentimento e infine l’interruzione della terapia. Qui potrebbe esserci un nodo ancora più prezioso dell’innamoramento stesso. È possibile sentirsi importanti per qualcuno senza essere desiderati nel modo in cui vorremmo? È possibile incontrare un limite senza tradurlo automaticamente in un giudizio sul proprio valore e senza dover interrompere il legame?
Per questo non cercherei una tecnica per “liberarsi” dei sentimenti prima di parlarne con la dottoressa. Tentare di eliminarli potrebbe significare perdere proprio l’occasione di comprenderli. E non occorre trasformare la prossima seduta in una dichiarazione d’amore o chiederle se ricambia: potrebbe raccontarle esattamente il conflitto che ha descritto qui, compresa la paura di sentirsi rifiutato e di reagire allontanandosi.
Il mantenimento dei confini terapeutici, del resto, è responsabilità della professionista, non del paziente. Il suo compito può essere quello di portare nella stanza terapeutica anche ciò che prova desiderio, vergogna o paura di mostrare.
Infine, presterei attenzione a una sua frase: definisce la terapeuta come l’unica fonte di sostegno emotivo e psicologico che abbia un reale impatto su di lei. Anche questo merita di essere esplorato, affinché ciò che sta costruendo in terapia possa progressivamente diventare una risorsa spendibile anche fuori da quella relazione.
Forse, allora, la domanda più feconda non è: “Come faccio a smettere di desiderarla?”, ma: “Perché essere desiderato proprio da lei è diventato così importante per me, e che cosa temo che dica di me il fatto di non poterlo essere?”
Da come racconta il rapporto costruito in questi due anni, mi sembra una domanda che valga la pena avere il coraggio di riportare proprio nella relazione in cui è nata.
Un caro saluto.
Dott.ssa Silvia Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta e Sessuologo Clinico - Bari