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1 - INTRODUZIONE

In una società in cui la longevità è un traguardo ambito dai più la malattia di Alzheimer fa sempre più paura in quanto sembra rappresentare un ostacolo serio nei confronti di un percorso di vita accettabile e immune, tra l'altro, dall' annientamento dell' io che una malattia degenerativa cerebrale può comportare come conseguenza.

Nel grosso pubblico prevale l'opinione che si tratti di una malattia sui generis da debellare, ed oggetto di studi e ricerche il cui scopo pratico dovrebbe essere quello di individuarne soprattutto rimedi e cure efficaci. Chi però ha avuto l'occasione di leggere a più riprese in libri, riviste e articoli, anche solo accenni relativi a questa malattia, non può non essersi sentito frustrato nel constatare le diversità di opinione espresse da parte dei rispettivi autori i quali ne fanno risalire la causa, a volte anche semplicisticamente ,a fattori disparati spesso tra di loro irriducibili.

C' è chi pone in risalto l'inquinamento ambientale, altri lo stress ossidativo o la formazione di AGE ( prodotti finali della glicazione avanzata ), altri ancora vedono nei processi cronici di infiammazione sistemica l'evento distruttivo determinante nei confronti della funzionalità cerebrale. C'è in ballo anche la teoria vascolare e quella della tossicità del glutammato, ecc. Ma quella più accreditata alla quale fanno riferimento i più è la teoria cosiddetta dei BAP-tisti che individua nella proteina beta-amiloide la causa scatenante dell' AD. In realtà trattasi di un peptide composto da 42 aminoacidi ,così tagliato dall'enzima Beta-secretasi a partire da una proteina l' APP ( proteina precursore amiloide ) inserita sulla superficie cellulare e le cui funzioni non sono del tutto chiare. Il peptide Beta-amiloide depositato all'esterno del neurone sarebbe tossico in quanto darebbe vita ad una serie a cascata di reazioni che alterano il corretto funzionamento cellulare e che si riverserebbero anche all'interno del neurone modificandone la struttura e compromettendo il trasporto delle sostanze nutritive indispensabili per la sua sopravvivenza.

La questione non è così semplice e lineare come parrebbe a prima vista. In realtà la presunta tossicità della beta-amiloide non è così comprovata in modo convincente, mentre invece alcuni pensano che la sua comparsa non rappresenti la causa della malattia bensì una reazione di difesa rispetto ad un danno che risiederebbe altrove.

Inoltre il peptide beta-amiloide non è che compaia ad un certo punto quasi esclusivamente nei malati di Alzheimer, ma si deposita in tutti i cervelli durante un lungo processo che inizia sin dalla gioventù. Non c'è da meravigliarsi quindi che venga rinvenuta in maniera copiosa nei cervelli anziani molti dei quali, nonostante ciò ,non presentano i sintomi della malattia. Viceversa a complicare il quadro vi sono soggetti con un minor numero di placche amiloidi i quali accusano invece i sintomi della malattia.

Un' altra teoria alternativa pone l'accento sui grovigli neurofibrillari all'interno del neurone la presenza dei quali finirebbe per comprometterne il normale funzionamento. La responsabile di questi grovigli sarebbe la proteina tau quando subisce una modificazione in seguito a processi di fosforilazione che ne compromettono l'assetto chimico. Questa proteina è implicata nel sostegno strutturale del neurone e nei processi di trasporto al suo interno di sostanze indispensabili per la sopravvivenza.

I grovigli di proteina tau sarebbero quindi all'origine dei processi di degenerazione neuronale a causa delle gravi conseguenze indotte dalle modificazioni di questa proteina, mentre le placche beta-amiloidi costituirebbero solo un fenomeno secondario.

Grovigli e placche hanno sicuramente un ruolo fondamentale nei processi di degenerazione neuronale, ma quale dei due ne rappresenti la causa fondamentale non si sa. E' probabile che ambedue costituiscano lo sbocco finale di una serie di processi interattivi in cui giocano fattori di diversa estrazione.

Nell' Alzheimer poi non manca l'influenza genetica che però solo in alcuni casi è determinante. Alterazioni nel cromosoma 21 del gene codificante l ' APP ( la proteina precursore dell'amiloide ) portano ad una ineluttabilità degenerativa che si verifica quando un soggetto eredita da un genitore questo gene difettoso. Ma si tratta di un'eventualità piuttosto rara. Altre varianti genetiche sono quelle relative all' APOE ( proteina per il trasporto del colesterolo) nel cromosoma 19 che danno origine ad alleli tra cui il più temibile viene denominato epsilon 4. Queste varianti aumentano il rischio di contrarre la malattia ad una certa età ,ma non vi è ineluttabilità, cioè si può restare immuni dall' Alzheimer anche se sono presenti in un soggetto alleli quali quello citato.

Se c'è molta incertezza ed indeterminazione sulle cause della malattia, le cose non vanno meglio sul versante dei rimedi. L' Alzheimer in verità appare una malattia complessa che coinvolge varie aree cerebrali compreso l'ippocampo. Quest'ultimo viene particolarmente colpito dalla malattia quando la degenerazione del centro colinergico del prosencefalo basale supera certi limiti, per cui l'attivazione ippocampale ne risulta compromessa e quindi anche il suo corretto funzionamento. L'ippocampo è , per quanto ancora poco compreso, un struttura indispensabile per i processi di memorizzazione e apprendimento, e come si può immaginare non è possibile apprendere alcunché se si dimentica ciò che si è fatto pochi secondi prima.

Nell' Alzheimer, sono i neuroni contenenti l'acetilcolina ad essere più seriamente compromessi ,nonostante che la degenerazione coinvolga anche altri neurotrasmettitori.

Si è provato quindi a rimediare cercando di controbilanciare il deficit neuronale aumentando la presenza di acetilcolina a livello delle sinapsi. Ciò è possibile se si inibisce l'azione di un enzima, l'acetilcolinesterasi, la cui funzione è appunto quella di degradare l'acetilcolina presente nello spazio sinaptico dopo che ha attivato i propri recettori.

I farmaci che agiscono in tal senso sono numerosi ma i loro benefici modesti o nulli ,senza contare gli effetti collaterali negativi. I farmaci in questione infatti non agiscono in maniera mirata ma approssimativa, producendo un aumento generalizzato della trasmissione colinergica mentre è probabile che la loro azione dovrebbe per lo più riguardare essenzialmente i recettori nicotinici più coinvolti nell' AD rispetto a quelli muscarinici.

Va ricordato che l'acetilcolina non è solo implicata a livello del SNC ma agisce anche in altri distretti corporei. Sull'apparato muscolare e quello gastrointestinale ha una funzione eccitatoria mentre sul cuore ha una funzione inibitoria. In conseguenza di ciò si può venire a soffrire di spasmi muscolari ,di acceleramento del transito intestinale e di rallentamento della frequenza cardiaca.

In linea con la teoria eccitotossica del glutammato è stato sintetizzato un principio attivo, la memantina, con funzione antagonista in grado di frenare la trasmissione di questo neurotrasmettitore ,il più diffuso nel cervello, ma i risultati sono deludenti. Non mancano poi anche qui svariati effetti collaterali negativi.

In varie occasioni sono state veicolate dalla stampa notizie positive sull'azione contro il rischio di AD che avrebbero avuto farmaci in uso quale le statine per il colesterolo, o gli antiinfiammatori non steroidei o le terapie estrogeniche. Tutte informazioni che sono servite ad alimentare false speranze e che non hanno avuto riscontri nell'esperienza clinica.

Da quanto menzionato fin ora viene il sospetto che la malattia di Alzheimer abbia un eziologia complessa e complicata e non riconducibile ad un unico fattore. Questo spiegherebbe anche le difficoltà quasi insormontabili nel reperire cure farmacologiche efficaci nonostante decenni di ricerche, investimenti e tante promesse. Anche in futuro un eventuale uso delle cellule staminali appare non percorribile per una malattia così complessa, mentre potrebbe esserlo per il Parkinson che ha un 'eziologia più semplice e lineare.


2 - PROCESSI DEGENERATIVI E INVECCHIAMENTO

Lo stress ossidativo è la conseguenza di uno squilibrio fisiologico deficitario ,tra la formazione di radicali liberi da un lato ed una loro eliminazione da parte degli antiossidanti dall'altro. Una tale condizione, più si protrae nel tempo e più tende ad associarsi a patologie varie tra cui il Parkinson e l' Alzheimer.

Il danno, in particolare a livello del cervello , si spiega con il fatto che il suo metabolismo è molto elevato e che in esso abbonda la materia grassa così sensibile all' azione dei radicali liberi. La perossidazione dei lipidi genera aldeidi che causano danni alle membrane cellulari ed anche alle componenti interne delle cellule favorendo la formazione di AGE. Inoltre porta ad una riduzione di presenza del glutatione, un antiossidante fondamentale nella sostanza grigia.

Lo stress ossidativo può danneggiare anche la mielina, il rivestimento lipidico degli assoni, dando luogo così alla formazione di placche. L'integrità di questo rivestimento è indispensabile per una corretta trasmissione degli impulsi nervosi. Per un efficace mantenimento dei nostri organi è necessario che il corredo genetico che abbiamo ereditato resti protetto e integro, purtroppo i radicali liberi sono in grado di penetrare nel nucleo della cellula ,tanto è vero che ogni giorno il DNA deve difendersi da migliaia e migliaia di attacchi da parte di questi. Esistono meccanismi di difesa a tal proposito, ma con il tempo aumentano le probabilità che eventuali permanenti modificazioni genetiche portino a contrarre gravi malattie.

Lo stress ossidativo ,se da una parte è legato ad un deficit progressivo di antiossidanti che anche con l'età si intensifica ,dall'altra dipende non poco da stili di vita non corretti che spesso tendiamo a sottovalutare.

Tra i comportamenti a rischio ne possiamo annoverare alcuni quali la cattiva o eccessiva alimentazione. Anche l'attività fisica ,quando non è moderata, favorisce un accrescimento notevole di produzione dei radicali liberi per l'aumentato consumo di ossigeno. Questi si formano soprattutto a livello dei muscoli interessati compromettendone pure il rendimento.

Anche l'esposizione al sole prolungata ,oltre a danneggiare la pelle ,fa raddoppiare la produzione di radicali liberi.

Che dire dell'eccessivo consumo di alcol che produce aldeidi tossici, come avviene anche durante l'ossidazione dei lipidi o del fumo di sigaretta. Ogni boccata provoca la formazione di miliardi di radicali liberi nei polmoni. L'irraggiamento cosmico non è da sottovalutare per chi prende l'aereo sovente, come le frequenti radiografie che espongono ad una ossidazione simile a quella del fumo di sigaretta.

Da ricordare che l'anziano ha maggiori difficoltà a metabolizzare le sostanze alcoliche in quanto possiede una percentuale corporea di liquidi inferiore alla norma per cui l' alcol ne risulta maggiormente concentrato.

Un altro processo sinergico a quello legato alla formazione di radicali liberi e che è in grado di accelerare l'invecchiamento è la glicazione che si verifica quando le molecole di zucchero si legano ad una proteina dando origine agli AGE, prodotti cioè finali della glicazione avanzata. Questa altera in modo irreversibile la struttura e la funzionalità delle proteine interessate, inducendo inoltre l'insorgenza di processi infiammatori. I tessuti tendono così a diventare più rigidi ,come ad esempio le vene o le arterie ,il che favorisce arteriosclerosi o alterazioni varie di tipo neurologico.

La glicazione degli acidi nucleici porta a mutazioni del DNA e quella sui lipidi ad una loro ossidazione. La maggior parte degli AGE viene indotta da processi che si sviluppano all'interno del corpo ed è incrementata dall'assunzione di cibi ricchi di zuccheri, soprattutto semplici come il fruttosio, e amidi.

Una fonte esogena, anche se minore di AGE, è legata al consumo di cibi fritti ,carni abbrustolite, grigliate, cibi cotti per lungo tempo o ad alte temperature, semi tostati come chicchi di caffè e arachidi, ecc.

La metilazione è un altro processo di fondamentale importanza per il controllo delle modificazioni epigenetiche del DNA, ma è coinvolta in numerose funzioni che può modulare quali quella che riguarda la flessibilità dei fosfolipidi presenti nelle membrane cellulari.

La metilazione è una reazione chimica consistente nel cedere un gruppo metilico (CH3 ) ad un substrato , e se avviene sul DNA è in grado di attivare o bloccare l'espressione di svariati geni. Purtroppo con l'età il meccanismo si altera per cui si assiste ad una diminuzione di reazioni di metilazione a carico del DNA ,il che porta ad una sregolazione dell'espressione genica che può associarsi alla perdita di svariate funzioni neurocognitive nella tarda età.

Oltre all'ipometilazione si può andare incontro al fenomeno opposto ,e cioè all'ipermetilazione ,che si correla tra l'altro all'insorgenza di malattie neurovegetative. La diminuzione dei siti metilati nel DNA concorre allo sviluppo dell'aterosclerosi.

I processi di metilazione sono implicati anche nella sintesi di vari neurotrasmettitori, nella formazione dei fosfolipidi e della mielina, la guaina che avvolge gli assoni dei neuroni.

Anche l'equilibrio dell' omocisteina è legata alle metilazioni che ne riducono il livello nel sangue. L'omocisteina è un aminoacido derivante dalla metionina e se in eccesso costituisce un pericolo per l'apparato cardiovascolare ma anche per il cervello.

Purtroppo queste alterazioni delle proprietà funzionali dei processi di metilazione sono inevitabili con il passare del tempo, ma possono essere accentuate da deficit più o meno cronici di sostanze metilanti quali alcune vitamine del gruppo B , o della SAM che è uno dei più importanti donatori di metile del nostro organismo. Un deficit di quest'ultima si ripercuote notevolmente tra l'altro sulla sintesi di svariati neuromodulatori monoamminici.

Una sua carenza può favorire l'insorgenza della depressione nelle persone anziane.

L'omocisteina derivante dalla metionina, un'aminoacido essenziale attraverso vari processi di metilazione, può essere eccedente anche a causa di un eccessivo consumo di cibi proteici che la contengono.

Riguardo al deficit di vitamine del gruppo B, in particolare la B6, la B9 o acido folico e la B12, questo può essere spiegato a volte come una conseguenza di abitudini poco salutari quali il fumo o dell'assunzione di bevande alcoliche o contenenti caffeina che ne provocano l'assorbimento e quindi la carenza.

I danni provocati dallo stress quando tende a cronicizzarsi sono molteplici ,ma ne accenneremo solo alcuni, i più pertinenti alla presente trattazione. In particolare si assiste ad un aumento dello stress ossidativo a livello cerebrale indotto da una accelerazione del metabolismo. Ad un accrescimento di glucocorticoidi e catecolamine fa riscontro una maggiore presenza di mediatori proinfiammatori quali il TNF-alfa e un deterioramento dei processi di riparazione nonché delle funzioni immunitarie, e la riduzione del glutatione un importante antiossidante endogeno.

Va ricordato inoltre che livelli elevati di cortisolo ( l'ormone surrenale dello stress con azione catabolica ) hanno effetti distruttivi sui neuroni ,mentre l'aumento della glicemia nel sangue che ne consegue, accelera la formazione di AGE che sono composti tossici proinfiammatori.

In particolare nel cervello vengono ad essere danneggiati i mitocondri, le centrali in cui il glucosio viene trasformato in energia ( ATP ), in quanto questi vengono sottoposti ad un superlavoro finendo così per essere i bersagli privilegiati da parte degli ossidanti.

La presenza continua di ormoni surrenalici nel cervello è responsabile di una degenerazione ippocampale che ne compromette anche la neurogenesi nel giro dentato ,e sappiamo che nella malattia di Alzheimer la perdita di memoria e l'incapacità di apprendere svolgono un ruolo non indifferente.

Nelle dinamiche dei processi degenerativi dell'invecchiamento si fa spesso riferimento all'azione di sostanze xenobiotiche, come ad esempio il mercurio ,da alcuni considerato una delle cause principali del morbo di Alzheimer. I metalli pesanti e di transizione che si accumulano nel tempo quali il ferro, il cromo, il mercurio, il piombo, ecc. ,all'interno dell'organismo si ionizzano e creano legami con proteine, enzimi, e vari gruppi trai quali quelli sulfurei ( SH ) particolarmente presenti in organi lipidici come il cervello.

Vengono così ad essere danneggiati ,a causa dello stress ossidativo ed infiammatorio che ne consegue, i mitocondri la cui ridotta funzionalità produce anche un deficit energetico.

Ma gli inquinanti ambientali sono numerosissimi, basti pensare ai gas di scarico, ai solventi chimici, allo smog, ai pesticidi, agli additivi alimentari, ecc.

Tutti questi veleni penetrano dentro il nostro corpo attraverso la pelle, la respirazione e l'intestino. La trasformazione di queste sostanze estranee all'interno delle nostre cellule produce agenti distruttivi come appunto i radicali liberi.

Anche il sistema immunitario con l'avanzare degli anni è soggetto ad una lenta trasformazione, ad un declino funzionale. I macrofagi e i neutrofili, che fanno parte del sistema immunitario innato diventano meno attivi ,mentre aumenta il livello delle citochine proinfiammatorie. Non sono esenti da questa involuzione i principali organi del sistema immunitario quali il timo, il midollo osseo, la milza, i linfonodi. Le cellule NK ( natural killer ), fondamentali per combattere infezioni e tumori, possono aumentare e le persone che campano a lungo ne hanno un buon numero.

Per quanto riguarda l'immunità specifica si riscontra nei linfociti T una bassa percentuale di cellule vergini ,il che rende l'individuo più vulnerabile nella lotta contro i nuovi antigeni non ancora sperimentati, dato che sono assenti i relativi linfociti T di memoria.

Inoltre sembra che i linfociti T CD4 ( T helper ) si riducano di numero mentre aumenta quello dei T CD8 ( T citotossici). Quest'ultimi sono deputati alla distruzione degli agenti patogeni ma per attivarsi hanno bisogno di un segnale tramite l'interleuchina 2 da parte dei T helper ,che sono quelli che decidono ed danno il via se è il caso alla risposta immunitaria costituendo così una sorta di autorità superiore. Se questi sono deficitari alla fine lo sarà anche la stessa risposta immunitaria, in quanto i linfociti citotossici non verranno attivati adeguatamente.

Con l'età anche il numero dei linfociti B che producono anticorpi decresce mentre aumenta quello dei linfociti B che producono autoanticorpi. La risposta ai vaccini tende a ridursi.

Oltre che dall'avanzare degli anni il sistema immunitario viene ad essere indebolito da vari altri fattori tra quali ricordiamo lo stress cronico e la depressione, i traumi, l'immunodeficienza congenita, la malnutrizione ,la mancanza di proteine.

Sia un deficit di ferro che un suo eccesso possono nuocere alle difese immunitarie. Anche lo zinco ed il selenio svolgono un ruolo non secondario per un corretto mantenimento dell'omeostasi immunitaria.

Con la senescenza anche l'equilibrio del sistema neuro-ormonale viene meno. L'apparato endocrino si basa su di una omeostasi complessa e delicata e quando questa viene alterata ,per il venir meno di alcuni ormoni che con l'età diminuiscono ,ecco che il sistema non è più in grado di sostenere le funzioni vitali come prima promuovendo così l'invecchiamento del corpo. Tali squilibri possono riguardare sia la sfera psicologica sia quella organica determinando malattie quali le demenze, l'osteoporosi, i disturbi dell'umore, della memoria, l'indebolimento dell'apparato immunitario, ecc.

I sistemi più coinvolti sono le gonadi ( testosterone, estradiolo), il surrene ( DHEA e cortisolo ), l'ipofisi ( GH ) e l' epifesi ( melatonina ).

Quest'ultima se troppo carente provoca una serie di disturbi collegati alla sfera del sonno, ma pure una elevata tendenza a contrarre raffreddori ed infezioni. Inoltre viene a mancare la sua funzione positiva come antiossidante che esplica in tutto l'organismo potendo penetrare in tutte le cellule del corpo. In particolare in quelle del cervello che risulta così protetto dall'attacco dei radicali liberi e dall'attività distruttiva della MAO, un enzima che con l'età elimina con eccessiva velocità i neuromodulatori che finiscono così per essere deficitari.

Il cortisolo con il passare degli anni non tende a diminuire, ma anzi a volte ad aumentare ma soprattutto vede alterato il suo ritmo circadiano. E' l'ormone principale dello stress che a livelli moderati esplica un'azione positiva sul corpo e sulla psiche consentendoci di superare brillantemente le situazioni emergenziali. A dosi cronicamente elevate diventa però tossico. Quando il suo ritmo è alterato risulta carente al mattino quando ce ne è più bisogno ed eccessivo la sera e durante la notte ,rendendo così più difficile l'addormentamento ed il sonno, e ciò a causa di un' involuzione funzionale delle surrenali.

La DHEA è un ormone a carattere anabolico che invece con la senescenza può scendere a livelli molto bassi. Cortisolo e DHEA si modulano reciprocamente e se il primo è l'ormone dello stress il secondo tende ad limitarne gli eccessi distruttivi ,cosìcché una sua carenza può rompere un equilibrio positivo indispensabile per una molteplicità di funzioni.

Il DHEA svolge un ruolo protettivo riguardo alla sopravvivenza neuronale e gliale. L'incremento del rapporto cortisolo / DHEA con l'avanzare dell'età si pensa abbia un ruolo importante nella patogenesi delle malattie degenerative dell'anziano.

Per quanto riguarda in particolare il cervello va ribadito che come tutti gli altri organi del corpo è soggetto a decadimento con l'età, anche senza che vi siano segnali di demenza. Volume e peso tendono a diminuire ,i solchi si appiattiscono e i ventricoli si allargano. E' noto che la circolazione cerebrale con il tempo si riduce provocando così un apporto di ossigeno alle cellule sempre minore. Nella sostanza bianca avanza il processo di demielinizzazione. Si formano delle lesioni sulla guaina degli assoni (iperintensità) che rendono più difficoltosa la trasmissione degli impulsi nervosi.

Ma non tutte le regioni corticali vengono colpite allo stesso modo. Vi sono aree più vulnerabili, si tratta delle aree che si sono formate filogeneticamente in stadi evolutivi recenti. Si tratta delle regioni associative eteromodali che comprendono anteriormente la corteccia prefrontale e posteriormente la corteccia temporale e parietale inferiore che sono anche le ultime a maturare nel corso degli anni dopo la nascita. Altre aree , come quelle sensomotorie, più antiche dal punto di vista filogenetico, vengono risparmiate dal decadimento neurologico che colpisce invece, ma in maniera moderata, strutture quali i gangli della base, il cervelletto, l'ippocampo, e l' amigdala.

Il declino dovuto all'età sembra colpire di più l'emisfero destro apparentemente più fragile del sinistro e ciò farebbe supporre che l'area corticale destra rappresenti lo stadio più avanzato dell'evoluzione e quindi l'anello più debole.

L'attività decisoria in situazioni di ambiguità e novità spetta soprattutto alla corteccia prefrontale destra che deve impostare , immaginare, e mettere in atto le strategie più consone, a secondo del momento, delle priorità, e della rilevanza degli obbiettivi da perseguire.

Nell' Alzheimer, nonostante che venga data molta più attenzione al deficit colinergico dell'ippocampo ,che appare maggiormente danneggiato rispetto a ciò che si verifica in un normale processo di invecchiamento, si riscontrano chiari segni di disfunzione frontale a volte scambiata per depressione. L'indecisione, l'incapacità di iniziativa, l'affidarsi agli altri per fare delle scelte, rilevano il declino funzionale cognitivo in atto nella corteccia prefrontale.


3 - PROCESSI OMEOSTATICI E STRESS

Da quanto sin ora detto pare credibile che il decadimento cerebrale riscontrato nell' Alzheimer sia la conseguenza di una serie di processi legati all'invecchiamento piuttosto che il risultato finale di una causa specifica sconosciuta. Probabilmente abbiamo a che fare non con una malattia sui generis, bensì con le conseguenze di un processo di senescenza molto accelerato che in un certo numero di individui porta ad una precoce e devastante degenerazione neuronale. Si spiega così anche la difficoltà e forse l'impossibilità nel reperire farmaci in grado di contrastarne l'avanzamento, a meno che qualcuno non riesca ad inventare un giorno la pillola della giovinezza.

Il vero problema è che con il tempo vengono ad incepparsi quei meccanismi delicati enormemente complessi di regolazione omeostatica i quali garantiscono il buon funzionamento dell'organismo e pure il suo benessere.

La conseguenza di tutto ciò sono le malattie sia mentali che organiche quali le demenze, l'osteoporosi, i disturbi cardiovascolari ecc.

Il concetto di omeostasi è fondamentale, inteso come equilibrio dinamico in grado di fluttuare entro certi parametri per facilitare un'ottimale funzionalità del sistema in rapporto alle variazioni dell'ambiente sia interno che esterno.

Se la vecchiaia comporta inevitabilmente ed intrinsecamente la messa in crisi dell'omeostasi da una parte, dall'altra pare evidente che gli stili di vita non sono indifferenti nel compromettere oppure frenare quegli stessi processi degenerativi cui abbiamo fatto riferimento.

Ad alcuni lo stile di vita appare come qualcosa di fluttuante, un fattore individualistico e soggettivistico e quindi non regolamentabile. Ma le cose non stanno così se facciamo riferimento alla fisiologia del nostro organismo ,in particolare a quella cerebrale dove non ci sono dubbi che la nostra stessa sopravvivenza e benessere siano strettamente correlati a meccanismi di regolazione omeostatica la cui compromissione è fonte di malattia e malessere. Possiamo definire a questo punto uno stile di vita adeguato quello che è in grado di promuovere e mantenere l'omeostasi generale a livello ottimale. Al contrario uno stile di vita è inadeguato e disadattattivo nella misura in cui ne compromette la funzionalità.

Va ricordato che l'omeostasi è governata da segnali di trasmissione nervosa i quali agiscono con rapidità e da segnali di tipo ormonale più lenti e che agiscono per periodi di tempo prolungati.

Concludendo non possiamo non notare la coincidenza sostanziale tra i termini di squilibrio omeostatico e stress. Quest'ultimo infatti, anche nel senso comune sta ad indicare una situazione di squilibrio tra le richieste dell'ambiente e le nostre capacità di risposta. A livello psichico ciò produce ansia e tensione, a livello organico una serie di cambiamenti che ,se lo stress non viene risolto e si prolunga eccessivamente, logorano l'organismo. Stress psichico e stress fisico si condizionano reciprocamente. Gli squilibri degli organi interni sono veicolati a livello percettivo attraverso una via enterocettiva che fa capo all'insula anteriore la quale ne codifica il grado di emotività negativa e che si integra con le relative risposte motorie.

Le cattive abitudini come ad esempio i disordini alimentari o gli eccessi di attività fisica innalzano enormemente il livello dello stress ossidativo, una boccata di fumo di sigaretta produce nei polmoni un trilione di radiali liberi, il che comporta una condizione di stress con conseguente attivazione del sistema immunitario e la relativa risposta infiammatoria.

Un' insufficiente assunzione di liquidi, soprattutto nell'anziano ,provoca uno stress idrico il quale alla lunga compromette il suo stato generale di salute.

Nel cervello un deficit cronico di DA e NA compromette l'omeostasi dell'ipotalamo ,organo deputato all'equilibrio interno per le sue strette connessioni con tutte le principali aree del sistema nervoso. Il relativo stress tende a generalizzarsi e si ripercuote sull'epifesi e l'ipofisi coinvolgendo il sistema endocrino, quello limbico, il sistema nervoso vegetativo e quello immunitario.

Ma vi sono forme di stress che nelle epoche passate erano poco se non del tutto sconosciute. L'aspetto più subdolo di tali forme di stress consiste nel fatto che non se ne è granché consapevoli ,in quanto appaiono dei semplici fenomeni di massa legati ai costumi tipici della civiltà moderna. E la consapevolezza sarebbe il requisito principale per affrontare lo stress, poiché ne riduce l'impatto distruttivo dovuto alla mancanza totale di controllo.

Parliamo di una squilibrio come quello causato ad esempio dallo stress da sovrappopolazione, deleterio per le società e la salute, causa di tensioni e conflitti per l'accaparramento del territorio e le sue risorse idriche, minerarie, ecc. Quando una società è troppo congestionata, dove si è costretti a muoversi troppo rapidamente, la rabbia e l'ostilità covano latenti pronte ad esplodere alla minima contrarietà.

Quante tensioni sono legate agli spostamenti, agli ingorghi, a ritardi imprevisti, spesso si torna a casa con un tasso di adrenalina e cortisolo molto sopra le righe. Una volta si tornava a casa dal lavoro per trovare una pausa, un momento di ristoro, ma per molti oggi la vita lavorativa e fuori dalle mura domestiche è meno sgradevole di quella all'interno della famiglia e scaricare qui le tensioni accumulate durante il giorno diventa un grosso problema.

Un'altra forma di stress una volta sconosciuta è quella legata alla sovraesposizione nei confronti dei media. Ad esempio si pensa che guardare la televisione la sera possa servire un po' anche a rilassarsi. In realtà vi sono studi che stanno ad indicare il contrario, in definitiva si va a letto più tesi di prima.

Non è da sottovalutare poi l'ansia indotta da notizie quasi sempre negative ,se non catastrofiche, che sono veicolate dalla televisione e dai mass media. Vengono così ad essere rinforzate continuamente le emozioni negative, vi è l'anticipazione di pericoli imminenti, che pure esistono, ma che per molte persone predisposte costituiscono una sorta di combustibile sempre disponibile in grado di alimentare uno stato di stress latente cronico.

Ma ciò che più colpisce è lo stato di insoddisfazione cronica di massa legato alla sovraesposizione a modelli fasulli di persone e di vita veicolati dalla televisione e dal cinema.

Si tratta di modelli spesso eccentrici ,anticonformistici ,e comunque irrealistici. Una forma di stress subdolo un tempo sconosciuta che fa sì che le persone si sentano di riflesso profondamente insoddisfatte della loro immagine e della loro routine quotidiana.

Anche gli accessi di svago e di divertimento fanno parte della modernità e sembra che rappresentino sempre più un bisogno imprescindibile per tirasi su e controbattere magari la monotonia del lavoro. Inutile dire che se si entra nel vortice del divertimento si finirà per esagerare, cercare sempre nuovi tipi di svago frenetici ,occasioni di stress ,mentre la vita quella vera apparirà per contrasto sempre più insignificante e noiosa.

E che dire del sonno. Sembra che questo nel mondo occidentale sia diminuito in media del 20% rispetto ad un secolo fa. Lo stress che ne deriva favorisce durante la notte ad una diminuita secrezione di melatonina un aumento del cortisolo. Sono presenti anche alterazioni riguardanti il metabolismo del glucosio a cui si accompagna una ridotta sensibilità all'insulina. Ciò comporta un'accelerazione dei processi di glicazione e quindi di formazione degli AGE causa di un cattivo invecchiamento.

Tra le varie forme di stress peculiari dell'età moderna e sottovalutate accenneremo alle enormemente accresciute difficoltà decisionali causate dalle innumerevoli opzioni di cui disponiamo in ogni settore. Scegliere è diventato un problema quando disponiamo di un numero di alternative troppo elevato, il che compromette invece di facilitare le nostre capacità di giudizio. Paradossalmente se ne ricava la sensazione di non avere la possibilità di scelta e ciò produce tensione. Si va in crisi anche per scegliere un semplice regalo o comprare un giocattolo per il figlio.

Un' ultima considerazione tra le altre vorrei farla riguardo al senso di incompletezza, e quindi di stress che se ne ricava, che accompagna di solito i ritmi frenetici della vita moderna. Fra i due vi è un rapporto diretto. Quando si devono svolgere più compiti in contemporanea è facile non riuscire a portarli a termine come si dovrebbe e nel modo che sarebbe più consono. Questo comporta uno strascico di insoddisfazione spesso inconscia legata alla procrastinazione, che si protrae a volte indefinitivamente rispetto a questa o quella incombenza ,o al fatto di non aver completato le cose nel modo desiderato. Una vita caotica non giova alla salute sia mentale che fisica.


4 - CONCLUSIONI

Riassumendo ,abbiamo visto che il morbo di Alzheimer è la conseguenza con probabilità di un processo vasto di degenerazione neuronale che investe varie aree corticali evolutivamente recenti, e in particolare una struttura sottocorticale e cioè l'ippocampo indispensabile per il buon funzionamento della memoria così detta anterograda. Il processo degenerativo sembra coinvolgere soprattutto il sistema colinergico con i suoi recettori nicotinici piuttosto che quelli muscarinici.

Con il tempo si assisterebbe così ad un accumulo all'interno del neurone di grovigli neurofibrillari e di placche beta-amiloidi negli spazi extra cellulari. Si pensa anche ad un deficit funzionale dei macrofagi ,deputati a ripulire tali spazi da proteine anomale. Ma si sa che con la vecchiaia e la conseguente involuzione del sistema immunitario l'attività dei macrofagi risulta comunque indebolita e meno efficace in tutte le persone.

Il dilemma che si pone a questo punto è come sia possibile che certi soggetti con i segni neurologici dell' Alzheimer non vengano significativamente colpiti dal morbo. In altre termini ,si assiste al fenomeno che un cervello esteriormente acciaccato è invece ancora abbastanza efficiente da punto di vista funzionale. Questa forma di neuroprotezione pare dovuta all'efficienza dei circuiti nervosi corticali quando essi sono ricchi di connessioni sinaptiche e dotati di una buona organizzazione. Si pensa anche che questi soggetti abbiano accumulato nel corso della loro vita una riserva cognitiva che conferisce capacità al cervello di resistere ai danni anatomici che si verificano durante la senescenza proteggendoli così dalla demenza.

Riserva cognitiva è un termine in uso che sta ad indicare una sufficiente densità neuronale ricca di connessioni sinaptiche capace di garantire l'interscambiabilità tra le varie aree corticali quando ciò sia necessario ,e che è frutto di un'attività mentale vigile e costruttiva esercitatasi durante il corso della vita. In generale si può dire che l'istruzione garantisce un certo grado di protezione nei confronti dell'AD, anche se non pare certo indispensabile, visto che vi sono tante persone di età molto avanzata che non presentano i sintomi dell'Alzheimer pur avendo bassi livelli di istruzione. Di solito, in un'ottica di prevenzione, si consiglia comunque di interessarsi alle cose e agli altri, di fare nuove esperienze emotive e cognitive, acquisire nuove competenze e abilità ed essere in definitiva disponibili ad imparare ed a respingere quello che potremmo definire un atteggiamento deleterio e passivo nei confronti della realtà e delle sue sfide.

Vi sono sparse in varie aree del globo comunità ristrette, come ad esempio gli Hunza, note per la loro longevità e buona salute i cui livelli di istruzione media sono inconsistenti- Ciò che li contraddistingue in particolare rispetto a noi è un atteggiamento nei confronti della vita relativamente positivo, semplice ed ottimistico, nonché la costanza dell'umore. Inoltre di fronte alle avversità ,sono concilianti, non si alterano troppo, non sono ansiosi, impazienti, suscettibili ,e sembrano immuni pertanto da ogni genere di malattie mentali.

Queste caratteristiche rivelano un equilibrio psichico invidiabile che li porta ad affrontare gli stress ,in un ambiente non certo facile, in modo ottimale.

Da noi lo stress è usurante, in particolare per la salute dei neuroni, in quanto si tende ad affrontare le sfide della vita o con un atteggiamento pessimistico di sofferenza e quindi di impotenza o con un atteggiamento tracotante di chi vuole competere, primeggiare, raggiungere traguardi sempre più impegnativi. In quest'ultima evenienza lo stress è tutt'uno con lo stile di vita, rappresenta il mezzo per dimostrare a se stessi ed agli altri le proprie capacità allo scopo di mantenere alto il livello traballante di una autostima bisognosa di rinforzi esterni continui.

Nell'opinione corrente il termine stress ha acquisito una connotazione del tutto negativa, ma in realtà è il nostro modo di percepirlo ed affrontarlo che ce lo rende più o meno positivo o negativo. La sua negatività di fondo è praticamente legata ad un deficit dell'io che porta l'individuo a soccombere di fronte alle sfide o a servirsene all'opposto per mascherare la debolezza dell'io. Quando questo è sufficientemente forte l'organismo si trova invece in uno stato omeostatico ottimale, o se vogliamo in uno stato omeodinamico, che garantisce la salute mentale e fisica ed è in condizione di resistere al meglio agli inevitabili processi degenerativi dell'invecchiamento.

La cura migliore per l'Alzheimer potrebbe essere dunque la prevenzione. Chi è stato fisicamente e mentalmente attivo nel corso della sua vita ne viene ricompensato nella fase del declino avendo acquisito una specie di armatura neuronale in grado di compensare le alterazioni anatomiche tipiche della senescenza. Ci riferiamo però ad un'attività non coatta bensì costruttiva ,capace di mantenere stabile l'omeostasi che controlla lo stato di tutto l'organismo e che dipende in definitiva dall'ipotalamo.

L'ELS ( durata essenziale della vita ) negli esseri umani è di circa 45 anni, e rappresenta nella nostra specie il tempo occorrente per crescere, svilupparsi, maturare e riprodursi. Andando avanti oltre questo limite la sopravvivenza e lo stato di salute dipende dalla capacità del nostro organismo di contrastare efficacemente ed adattarsi alle varie fonti di squilibrio esterne ed interne. E' indispensabile che i meccanismi dell'omeostasi restino efficienti ,come a monte i geni che ne sono coinvolti. Si tratta di numerosi geni detti “vitageni” la cui funzionalità può essere mantenuta e migliorata nel tempo stimolandone l'espressione in modo oculato. Ciò significa che gli stati di stress che coinvolgono il nostro organismo possono favorire l'omeostasi a patto che non si cronicizzino come avviene in situazioni di surmenage e submenage.

Coloro che vivono di continue sfide, come quelli che al contrario per timore le evitano totalmente, creano senza saperlo le condizioni alla lunga che favoriscono la disregolazione omeostatica, che può avvenire a carico di differenti sistemi i quali risulteranno ora ipofunzionanti ora iperfunzionanti . Ciò provoca a livello psichico sofferenza, mentre nell'organismo si vengono a creare le premesse per una rapida accelerazione dei processi di invecchiamento di cui a livello cerebrale l'Alzheimer ne rappresenta il triste epilogo.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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