Quando ero docente in una scuola militare e insegnavo pensiero critico applicato alla leadership e ai processi decisionali agli ufficiali dell'Aeronautica, per spiegare loro il bias di correlazione illusoria ricorrevo spesso a questo esempio:
"Dobbiamo capire se una Nazione (la Corea del Nord) dispone effettivamente di armi nucleari. Cerchiamo indizi a conferma della nostra ipotesi. Ebbene, i sismografi hanno effettivamente registrato scosse sotto la superficie nel Nord-Est del Paese. Secondo un esercito avversario (della Corea del Sud), è stato eseguito un test di una potenza cinque volte più forte della bomba atomica sganciata dagli Stati Uniti su Nagasaki nell’agosto del 1945. Il leader del Paese in questione (Kim Jong-un) ha espresso in un comunicato stampa che un missile privo di testata lanciato senza danni nel mezzo dell'Oceano era solo il “preludio” di un possibile attacco. Abbiamo abbastanza elementi per arrivare alla conclusione che quel Paese ha un'arma nucleare?"
Un allievo con competenze in geofisica osservò che le scosse fisiche di un terremoto artificiale indotto da un esperimento nucleare, rispetto a quelle di un terremoto naturale, hanno diverse firme di riconoscimento (“signature”).
I fatti, a distanza di tempo, hanno comunque dimostrato che quel Paese aveva sviluppato tali armi.
Ma non è questo il punto.
Il focus era la qualità inferenziale del ragionamento nel momento in cui si decide, ovvero quanto gli elementi a nostra disposizione autorizzino davvero una determinata conclusione, non il fatto che un'ipotesi possa rivelarsi poi corretta pur ricorrendo a un azzardo. Perché da quella conclusione sarebbero derivate decisioni ad altissima responsabilità, capaci di attivare una catena di conseguenze difficilmente prevedibili e potenzialmente catastrofiche.
Per comprendere meglio il problema, proviamo a sospendere per un momento il fatto che, col senno di poi, la Corea del Nord abbia effettivamente sviluppato capacità nucleari.
Immaginiamo di trovarci nel momento della decisione. Disponiamo soltanto degli elementi raccolti fino a quel momento. Siamo davvero autorizzati a considerare quegli indizi sufficienti per arrivare a una conclusione certa?
Qui emerge un primo aspetto spesso sottovalutato: la sufficienza dell’evidenza.
Avere alcuni elementi a sostegno di un’ipotesi non significa necessariamente averne abbastanza per considerarla dimostrata. La nostra mente tende spesso a trattare la presenza di più segnali convergenti come qualcosa di automaticamente conclusivo. Se tre, quattro o cinque elementi sembrano andare nella stessa direzione, la tentazione è quella di pensare: «Non può essere una coincidenza».
Eppure, il numero degli indizi non coincide automaticamente con la loro qualità.
Non tutti gli elementi informativi hanno infatti lo stesso peso probatorio. Una dichiarazione pubblica di un leader politico può rappresentare propaganda, deterrenza o tattica comunicativa. Una rilevazione sismica, invece, potrebbe suggerire qualcosa di meno ambiguo — ma solo se interpretata alla luce delle sue caratteristiche tecniche e non per la sua semplice presenza. E sempre tenendo conto dei limiti delle nostre conoscenze sull’argomento, oltre che di criteri di probabilità e approssimazione.
Questo introduce un secondo elemento cruciale: la forza probatoria differenziale degli indizi.
Alcuni segnali sono debolmente compatibili con molte spiegazioni differenti. Altri sono più discriminanti e permettono di restringere il campo delle ipotesi plausibili. Confondere questi livelli rischia di portarci a trattare elementi molto diversi come se avessero tutti lo stesso valore esplicativo.
Immaginiamo di sentire un forte odore di bruciato in casa, notare per un istante un leggero abbassamento della corrente e vedere una luce tremolare in cucina. Potremmo arrivare rapidamente alla conclusione che ci sia un cortocircuito o un principio d’incendio.
Eppure, quegli elementi potrebbero essere compatibili con spiegazioni molto diverse: una pentola dimenticata sul fuoco, un elettrodomestico surriscaldato, un problema esterno alla rete elettrica e una coincidenza tra eventi tra loro scollegati.
Diverso sarebbe il caso in cui emergessero segnali più discriminanti: fumo visibile proveniente da una presa, odore di bachelite bruciata, scintille, interruzioni ripetute della corrente o un allarme antincendio attivato.
In altre parole, non tutti gli indizi “pesano” allo stesso modo e non tutti autorizzano la stessa stima di plausibilità.
Un insieme di indizi può essere compatibile con una determinata ipotesi senza per questo dimostrarla.
Questo non accade soltanto nell’intelligence, nei contesti militari o nelle analisi geopolitiche. Dinamiche molto simili si verificano continuamente nella vita quotidiana, nelle relazioni e nei processi decisionali delle organizzazioni.
Gli elementi osservati possono essere coerenti con la nostra interpretazione. Ma essere coerenti non significa ancora essere dimostrativi.
È proprio qui che può insinuarsi un errore cognitivo sottile: trasformare una convergenza di segnali in una conclusione certa.
Quando più elementi sembrano “incastrarsi”, la mente tende spontaneamente a costruire una narrazione coerente. Ed è comprensibile: gli esseri umani sono eccellenti riconoscitori di schemi. Cerchiamo connessioni, relazioni e significati perché questo ci aiuta a ridurre l’incertezza e a decidere più rapidamente.
Il problema nasce quando iniziamo a vedere come inevitabile una spiegazione che, in realtà, rappresenta soltanto una delle molte possibili.
Perché compatibilità degli indizi e certezza della conclusione non coincidono.
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