Violenza estrema, radicalizzazione e disagio psichico. Ripensare il lunatic wolf

Un’autovettura ha investito diversi pedoni nel centro cittadino prima di terminare la corsa contro un esercizio commerciale, e il conducente sarebbe poi sceso dal mezzo armato di coltello, tentando la fuga prima di essere fermato da alcuni passanti. Quanto accaduto a Modena riporta all’attenzione una domanda difficile: siamo di fronte a terrorismo, grievance, disturbo psichiatrico oppure a una configurazione più difficile da classificare?

Alla data di stesura di questo articolo, movente, stato psicologico ed eventuali elementi di radicalizzazione restano aspetti non ancora chiariti. Sul piano delle ricostruzioni giornalistiche sarebbero tuttavia emersi riferimenti a un precedente percorso di presa in carico psichiatrica, a una possibile interruzione delle cure e a una condizione di progressiva marginalizzazione biografica e sociale.

Cosa accade quando un episodio di violenza estrema presenta modalità operative simili a quelle del terrorismo contemporaneo — un veicolo lanciato contro civili, un attacco apparentemente indiscriminato, il possibile ricorso a un’arma bianca — ma senza un movente ideologico attualmente dimostrabile?

Per descrivere casi di questo tipo, alcuni analisti di terrorismo hanno occasionalmente utilizzato il termine lunatic wolf — oggi apparentemente dimenticato nel lessico specialistico — per riferirsi a soggetti difficilmente classificabili, collocati in una zona ambigua tra fragilità psichiche, grievance ed elementi di radicalizzazione.

A differenza del lone wolf terrorist, generalmente inserito in una cornice ideologica riconoscibile, il lunatic wolf tenderebbe a collocarsi in una zona più ambigua, nella quale fragilità psichiche, isolamento sociale, rancore e frammenti ideologici deboli o incoerenti possono intrecciarsi.

Terrorismo o disagio psichico?

Il concetto di lunatic wolf è stato oggetto di critiche da prospettive differenti.

Una prima obiezione riguarda il rischio di psichiatrizzare impropriamente il terrorismo, attribuendo a un disturbo psichiatrico ciò che potrebbe invece derivare da processi di radicalizzazione ideologica, anche individuali o frammentari. La letteratura sul lone-actor terrorism mostra infatti che molti attori isolati agiscono all’interno di una cornice ideologica riconoscibile, pur senza legami diretti con organizzazioni strutturate.

Esiste però anche una critica opposta: quella di sottovalutare la dimensione clinica, interpretando automaticamente come terrorismo forme di violenza estrema nelle quali potrebbero avere un peso rilevante fragilità psicologiche, isolamento sociale o crisi biografiche profonde. Alcuni studi suggeriscono che, nei lone actors, la presenza di disturbi mentali sia statisticamente più frequente rispetto ai membri di organizzazioni terroristiche strutturate, pur senza costituire di per sé una spiegazione sufficiente del comportamento violento.

La difficoltà nasce dal fatto che alcuni casi sembrano collocarsi in una zona intermedia, nella quale può risultare difficile distinguere con chiarezza tra radicalizzazione ideologica, disagio psichico e specificità biografiche, suggerendo la necessità di approcci multidimensionali.


Il caso di Modena attraverso questa lente

Considerato da questa prospettiva, ciò che è accaduto a Modena non offre ancora risposte definitive, ma pone alcune domande rilevanti. Alla data di stesura di questo articolo sembrano emergere almeno tre dimensioni potenzialmente significative, nessuna delle quali — presa isolatamente — appare sufficiente a spiegare quanto accaduto.

Una prima dimensione riguarda una possibile psicopatologia. Sul piano delle ricostruzioni giornalistiche sarebbero emersi riferimenti a un precedente percorso di presa in carico psichiatrica, a una possibile interruzione delle cure e a una condizione di progressiva marginalizzazione biografica e sociale: elementi che, se confermati, potrebbero assumere rilievo interpretativo, pur senza costituire automaticamente una spiegazione del gesto.

Una seconda dimensione riguarda la marginalizzazione biografica e sociale. Integrazione fallita, disoccupazione, percezione di esclusione e progressivo isolamento possono contribuire alla formazione di grievance o vissuti di rancore, soprattutto in soggetti già vulnerabili.

Una terza dimensione riguarda invece l’eventuale radicalizzazione ideologica, che allo stato attuale non sembrerebbe supportata da elementi pubblicamente noti ma resta investigativamente aperta.

Secondo quanto riportato finora, non sarebbero inoltre emersi elementi riconducibili ad alterazione da alcol o sostanze stupefacenti al momento del gesto, un aspetto che tende almeno a ridurre alcune interpretazioni immediate legate alla perdita involontaria del controllo o alla disinibizione comportamentale.

Più che una causa unica, casi di questo tipo sembrano richiamare forme di violenza nelle quali disagio individuale, rancore biografico, identità ferita e possibile deterioramento psichico possono intrecciarsi in configurazioni difficilmente classificabili.

Il caso di Modena e i suoi “precedenti”

Episodi di violenza estrema caratterizzati da forte ambiguità interpretativa non rappresentano un fenomeno del tutto nuovo. Casi differenti per dinamica ma accomunati da diversi gradi di somiglianza con quanto accaduto nel capoluogo emiliano hanno mostrato quanto possa essere difficile tracciare confini tra radicalizzazione ideologica, disagio psichico e grievance, suggerendo configurazioni ibride. Tra questi: Sydney (Australia, 2014), Nizza (Francia, 2016), Westminster (Regno Unito, 2017), Münster (Germania, 2018), Toronto (Canada, 2018), Waukesha (Stati Uniti, 2021) e Magdeburgo (Germania, 2024).

Tra i casi più simili a quello di Modena sul piano operativo vi è Westminster (2017), quando Khalid Masood investì deliberatamente alcuni pedoni sul ponte di Westminster, a Londra, per poi scendere dal veicolo armato di coltello e aggredire un agente di polizia. La combinazione tra veicolo e arma bianca ricorda da vicino quanto osservato a Modena. Nel caso londinese emersero però rapidamente elementi compatibili con una traiettoria jihadista riconoscibile.

Diverso ma ugualmente significativo è il caso di Münster (2018), in Germania, dove un uomo lanciò deliberatamente un furgone contro alcuni passanti seduti ai tavolini di un locale. Anche in quel caso, inizialmente, venne ipotizzata una possibile matrice terroristica. Le indagini successive non evidenziarono però collegamenti jihadisti o estremisti, orientandosi verso un quadro maggiormente riconducibile a disagio psichico e motivazioni personali.

Questi episodi suggeriscono una cautela importante: modalità operative simili non implicano necessariamente le stesse motivazioni o configurazioni causali.

Oltre le categorie interpretative

Il problema non è soltanto comprendere cosa sia realmente accaduto a Modena — operazione che, allo stato attuale, resta inevitabilmente prematura — ma domandarsi se le categorie interpretative tradizionali siano sempre sufficienti.

Alcuni casi sembrano collocarsi in aree intermedie, nelle quali dimensioni biografiche, fragilità psichiche e processi di radicalizzazione possono convergere in modi difficilmente riconducibili a modelli interpretativi lineari o unicausali.

La letteratura sul lone-actor terrorism invita da tempo alla prudenza verso letture troppo rigide che contrappongano radicalizzazione ideologica e disturbo mentale come spiegazioni alternative. In questi contesti, il rischio di ricorrere a interpretazioni riduttive può essere elevato.

Alcuni fenomeni di violenza estrema sembrano emergere dall’interazione di molteplici fattori. Comprenderli richiede modelli interpretativi che prevedono la convergenza di dimensioni psicologiche, biografiche, sociali e ideologiche, senza ridurne prematuramente la complessità.

commenta questa pubblicazione

Sii il primo a commentare questo articolo...

Clicca qui per inserire un commento

cerca psicologo