Psicoterapia

Psicologia di uno Psicoterapeuta

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Prefazione

La testimonianza che il dr Roberto Ruga consegna oggi alla stampa della sua esperienza psicoanalitica con Aldo Carotenuto può considerarsi una interessante appendice del volume monografico che il Centro Studi Psicologia e Letteratura ha dedicato nel 2006 a questo Maestro della Psicoanalisi nonchè fondatore dello stesso Centro Studi nel 1991.


Si sono già dette e scritte molte opinioni a proposito dello psicologo e dell'uomo Aldo Carotenuto e tante altre forse ancora se ne scriveranno. In questo spassionato ed anche liberatorio (per l'apprendista stregone) racconto di un'analisi i lettori troveranno molti curiosi episodi nei quali l'analizzando è stato protagonista attento e perspicace.


Le agili pagine che compongono quest'opera sono pervase di luci e ombre, calore e freddezza, furore di apprendimento e tristezza per le delusioni sofferte e vissute alla scuola di un personaggio che brilla alto e solitario nella costellazione di Psiche.


Ho letto con curiosità e simpatia questa storia di una cura che si è trasformata prima in un'amicizia - nei limiti stretti e spesso scomodi in cui sapeva vivere questo legame Aldo Carotenuto - e quindi in un’investitura che ha plasmato un nuovo psicoanalista.


Uno psicoanalista creativo, e dunque capace di partorire libri, come piaceva a Carotenuto che ironizzava spesso sui colleghi che si autodefinivano “eminentemente dei clinici” ma che non sapevano scrivere di psicoanalisi applicata alla terapia, all'arte e alla vita.
Ecco allora che Roberto Ruga, pur critico spietato di quelli che ritiene gli errori del suo analista, diventa anche l'ammiratore delle strategie (volute o casuali?: qui lascio decidere ai lettori) messe in atto dal Professore.


Siamo così spettatori in questo libro-film, composto infatti di tanti succulenti capitoli quasi cinematografici, della formazione di un analista che si promette diverso dal Maestro, proprio in virtù di quegli errori che scorge in lui e con lui ha bisogno di impegnarsi in un duello mortale (simbolicamente) perché ogni vero analista, secondo me deve essere in grado di disarcionare il suo maestro se vuole vincere la partita che lo incoronerà unico, autonomo, indipendente e capace.


Sì, direi che analisti si nasce sugli errori del proprio analista.
E analisti si diventa creando un proprio personale stile professionale.
Questa è a mio parere la vera scuola carotenutiana attualmente operante: numerosi, numerosissimi analisti ciascuno distinto e ben distinguibile dall'altro con un solo, prezioso, brillante denominatore comune: la passione per questo lavoro, la dedizione totale e incondizionata a quest'arte, the difficult art - come suona la traduzione inglese di uno dei suoi libri più belli.


Con questo racconto Roberto Ruga ha stipulato ormai il suo patto col demone della psicoanalisi e nessuno dubiterà di ciò quando sarà giunto alla fine di questo simpatico libro, popolato (e ricco) di Maestro e margherite, arsenico e dolci merletti.



Amedeo Caruso


Presentazione

Esistono a mio avviso, più aspetti della genialità di Aldo Carotenuto (AC). Ne esiste una ufficiale, eloquente, ben visibile, diciamo pure “scritta”, che si trova quindi nei sacri testi e coinvolge alcuni concetti chiave della visione carotenutiana della terapia, in particolare del transfert, e del controtransfert. E poi esiste un’altra genialità, quella un po’ spicciola ma sottile, che si dipana ad esempio nelle sedute di psicoterapia, o quella velatamente nascosta all’interno di aneddoti ed accadimenti, che mi sono impegnato a ricordare e raccontare nel libro. E’ soprattutto questo secondo tipo di genialità, minore, meno ufficiale, che ha attratto la mia attenzione, perché mi sono sentito il destinatario e dunque il coprotagonista di fugaci situazioni quotidiane, o, scene di (stra)ordinarie sedute, che mi hanno svelato un modo unico e originale, persino geniale, di concepire una terapia che per più di un motivo, ho chiamato eroica.


Ogni aneddoto raccontato in modo scenografico, e perciò facilmente immaginabile, racchiude in sé quella che potrei chiamare l’atmosfera delle mie sedute, composte di svariate situazioni, nelle quali erano di scena le due forme di creatività del Maestro, soprattutto la seconda, a volte in contrasto con quella “ufficiale”, perché fuori da schemi e regole classicamente condivise, ma che stanno strette ad ogni uomo di genio.


Nello scrivere, molti ricordi mi sono riaffiorati alla mente, e molte scene sono state tagliate perché costituivano un insieme di fotogrammi slegati tra loro. Penso a quando svolgemmo una seduta nella sua camera da letto mentre il professore era febbricitante, ed io potevo scorgere il giusto atteggiamento di fronte al dolore: combattere eroicamente (ma anche, più semplicemente, non perdere una seduta). Penso ancora ad un party tenuto in casa del Maestro con i suoi allievi, immortalato da una telecamera che mi è capitata fra le mani e di cui conservo il filmato. Il Maestro mi appariva nell’inusuale veste del padrone di casa, che intrattiene gli ospiti con simpatia, raccontando anche di sé. Penso a quando non si presentò all’appello d’esame perché aveva assunto la pillola sbagliata ed era in preda a conati di vomito. Allora capii che anche gli eroi hanno i loro limiti. Quella volta, svolsi gli esami dispiaciuto e stranito dal non vederlo al suo posto, dietro la cattedra e mi confrontai con la dolorosa sensazione che prima o poi, sarei rimasto senza quel punto di riferimento. Non sapevo ancora che ne stavo creando di miei.


Ecco, tutte queste piccole cose non le troverete nel libro. E poi non troverete tutto ciò che ho completamente dimenticato!


Ora, il punto è che ho scritto proprio per dimenticare. Per fare spazio nella mente e liberare memoria (come si dice in merito ai computer). La memoria si libera, fissando nero su bianco ciò che è stato, seppure un po’ arricchito e trasformato dal tempo, alla luce dalla cosiddetta realtà psichica. Scrivo per archiviare definitivamente un vissuto, un’emozione, un fatto. Il punto è proprio questo, scrivo per dimenticare. Così, consegno a queste pagine una storia da custodire, perché io voglio creare per me un più ampio spazio interiore. E voglio che sia mio. Nuovo.


Dimenticare si, ma solo dopo aver intimamente scavato, portato alla luce, elaborato, rivisto, rinarrato. Narrare e rinarrare fino a trovare una poetica definitiva, una narrativa liberatoria. Scrivere, equivale al trasferimento di un file dalla mente (dove occuperebbe una memoria eccessiva) alla pagina scritta, perciò eterna. Scrivo dunque per mettere al sicuro. Per scaricare un peso. Per dire la mia verità, per diffondere sapere, per capire chi siamo. E scrivo, ovviamente, per condividere. Condividere intimità. Per convincere, persuadere e in ultimo, per essere compreso. Scrivo affinché qualcuno –anzi molti- possano riconoscersi. Dunque approvare. Scrivo in attesa di un sì. Ma so anche, da bravo allievo di AC, che quel sì dovrò essere io a concedermelo. Ecco che scrivo per permettermi concessioni. E vorrei concedermi autonomia, individualità, capacità di tollerare solitudine.


Mi accingo perciò a parlare del mio Maestro, spero per l’ultima volta (dove per “ultima” è da intendersi in senso psicologico, dunque liberatorio), consapevole del fatto che ogni uomo di genio merita di essere ricordato. E come amava ripetere il mio Maestro, dimenticato. Spero di aver fatto mia, questa massima solo apparentemente assurda. Così dopo aver diligentemente studiato e raccontato il “mio” AC, mi auguro la cosa più bella che ogni maestro vorrebbe per il suo allievo: di poter fare affidamento solo su se stesso. Quando si parla di un personaggio controverso come AC, non è facile evitare di farlo in maniera univoca e unilaterale, perciò poco equilibrata. Il mio lavoro mira ad integrare vari aspetti e a creare equilibrio tra verità contrastanti ed emozioni diverse. Lui stesso ci ha insegnato che se un albero ha una grande chioma, deve necessariamente avere delle radici profonde. Le “radici” sono ciò che nel sottotitolo del libro è rappresentato dalla parola “Altro”. Naturalmente, quello che tutti noi tendiamo a vedere è la chioma, la parte luminosa e creativa.
Il libro nasce con l’intento di raccontarmi e raccontare l’analista e l’uomo AC, in un modo che non sia parziale, ma che consideri anche gli aspetti oscuri, nel tentativo di offrire al lettore una visione globale, “intera”, equilibrata, costituita dall’unione a volte armoniosa, a volte contraddittoria dei vari (almeno due) aspetti di un uomo e del suo operato. Un uomo, che collocava la propria arte terapeutica all’interno della corrente chiamata psicologia umanistica.
Qualcuno mi ha detto di aver provato imbarazzo e disagio nel leggere il libro, perché vi sono dette cose troppo personali e intime. Questo lo considero un complimento. Un libro deve dire, deve “smuovere”, deve essere ricco di parole piene, sofferte e liberatrici, dunque creatrici di coscienza. Un libro è come l’aratro che solca e mescola il terreno della nostra psiche rendendolo più fertile, e anche se nel fare ciò, lacera la terra procurandole ferite, noi sappiamo che saranno proprio tali ferite che rimarginandosi col tempo, permetteranno alla terra stessa di donare i suoi preziosi frutti.


A mio avviso, questo libro sarebbe piaciuto ad AC, anzi, posso dire che gli è piaciuto nella misura in cui racconta cose, che quasi continuamente erano oggetto di discussione durante le nostre sedute. Ciò poteva accadere perché AC amava circondarsi e frequentare persone talentuose e sincere, che non la pensavano esattamente come lui, a volte lo contestavano, certamente lo stimavano. E lui contraccambiava, gratificava, onorava di incarichi, offriva collaborazioni e soprattutto faceva sentire speciale chi osava essere sincero con lui. Lo premiava.


Accanto a lui mi sono sentito speciale e spesso premiato. Era un genio in questo: riusciva a convincerti profondamente del tuo valore, che gli appariva subito chiaro, laddove invece tu, da sempre, vedevi sfuocato. Per esprimere sinteticamente questo concetto ho coniato l’espressione “psicoterapia eroica”, indicando l’intima convinzione dell’analista rispetto alle potenzialità ancora inespresse del paziente.


E’ per questo che nonostante le molteplici contraddizioni insite nel modo di fare analisi di AC, era pressoché impossibile abbandonare prematuramente il percorso analitico, se non si possedeva almeno una ben strutturata autonomia psicologica, espressa in una solida identità. Nel peggiore dei casi, l’abbandono del percorso analitico, poteva essere l’espressione mascherata di una strategia difensiva, mirante a proteggersi dalla destrutturazione, inevitabile in un percorso analitico che ha come obiettivo la rinascita. Con il mio analista non esistevano compromessi: o si diceva sì al tipo di percorso proposto, con le sue modalità stabilite, le sue strettoie, o si andava via, dunque si abortiva. Ma chi accettava il percorso, certamente accettava l’uomo. E nell’andarsene, lo rifiutava.


Per coloro che, come me, hanno detto di sì, il dilemma poteva essere costituito dalla domanda: “per quanto tempo?”. Quanto doveva durare un’analisi ben fatta? La mia risposta suonerà un po’ ruvida, ma solo apparentemente amara: finché non si coglieva una profonda verità, che oserei creativamente identificare come l’assurdità dell’analisi stessa. Ecco perché mi piace dire che questo libro sarebbe piaciuto ad Aldo Carotenuto, in quanto attesta la giusta e “sana” ribellione di un paziente all’assurdità della situazione analitica, dunque il tentativo di un suo superamento e la liberazione dall’invischiamento. E’ un tale atteggiamento creativo, che attesta la riuscita di una (auto?)analisi. In altri termini, quando il paziente si accorge che l’analisi non serve a guarire, ma a far ammalale e, per giunta, ha l’impressione che non venga fatto nulla dall’analista per risolvere il nuovo problema insito e congenito alla stessa situazione psicoanalitica -la cosiddetta nevrosi da transfert- allora, paradossalmente, vuol dire che è finalmente “guarito” e che l’analisi può concludersi.


AC è stato un abilissimo creatore di nevrosi da transfert. Ogni suo comportamento, a mio avviso, era mirato a fabbricare, mattone dopo mattone, l’edificio complesso di questa nuova nevrosi artificiale sapientemente indotta. Perché? La risposta si evince da ciò che Freud e Jung scrissero su questa particolare condizione del paziente. I due giganti della psicoanalisi ne parlarono cautamente, utilizzando “note” a piè pagina e non paragrafi, titoli altisonanti o libri dedicati al tema (La psicologia del transfert di Jung resta uno dei libri più difficili, soprattutto per l’inapplicabilità clinica dei concetti espressi); come se dovessero sussurrare questa profonda verità, per paura che il “segreto” si diffondesse tra chi doveva necessariamente restarne ignaro: il paziente.
AC ha analizzato soprattutto studenti di psicologia, e questo fatto creava una curiosa situazione: la terapia poneva l’essere ignari del “segreto”, come condizione stessa per la sua riuscita. Ma, ovviamente, prima o poi, uno studente (magari modello) viene in possesso del segreto. E allora che succede? Che succede quando chi dovrebbe essere ignaro, sa? Beh, si fanno le cose ad arte, si confondono le idee. Il principio guida resta sempre quello: ogni guarigione passa necessariamente attraverso la nevrosi da transfert. Dunque, tocca al terapeuta provocarla, suscitarla e fomentarla, farla esplodere nel paziente e utilizzare questa esplosione per accedere ai nuclei più riposti e profondi dell’essere. E dopo che succede? Se dovessi rispondere con la mia esperienza di paziente, direi che AC mi ha lasciato tutto il tempo per elaborare e superare da me la mia nevrosi da transfert, limitandosi (e non è poco) a restare accanto a me. Silenziosamente vicino. Ma credo che in questo passaggio, si celi il tallone d’achille della psicoanalisi. Infatti, già Ferenczi, lamentava a Freud di non aver analizzato il suo transfert negativo. Ce ne parla Giorgio Antonelli in un suo delizioso articolo sul numero 1 del Giornale Storico di Psicologia e Letteratura (ottobre 2005) analizzando un illuminante lapsus “bancario” di Ferenczi, il quale avrebbe inviato l’onorario della sua analisi con Freud ad una banca con cui questi non aveva nulla a che fare: un onorario che non arriva a destinazione (questa la penetrante interpretazione di Antonelli) è un po’ come un’analisi finita ma non terminata, in virtù di un non analizzato e dunque irrisolto transfert negativo (nevrosi da transfert?).


Dobbiamo dedurre che Freud non manteneva ciò che nei suoi scritti prometteva? O, semplicemente, che non sapesse analizzare il transfert negativo? In ogni caso, non sembra si sia comportato in maniera freudiana. E ciò varrebbe anche per Carotenuto, abilissimo, ora nel gratificare l’Io del paziente, ora nel mortificarlo. Certo, sappiamo che la mortificazione dell’Io è un passaggio necessario a quella discesa-morte-rinascita, che rappresenta il percorso analitico, a patto però che ci sia una finale elaborazione-risoluzione. Ma ciò non avvenne, né nel caso di Ferenczi, né nel mio. Il percorso freudiano e quello carotenutiano sembrano in questo simili, il secondo l’imitazione del primo. Dunque, niente di veramente innovativo all’orizzonte del nuovo millennio. Non credo di esagerare nel dire che il futuro della psicoanalisi si gioca sulla delicata questione di come gestire, analizzare e risolvere una nevrosi da transfert. Se ci sarà qualche promettente psicologo disposto ad immaginare la continuazione e l’evoluzione del discorso, a partire da quelle minute note di Freud e Jung, allora avrà un senso parlare di “nuova” psicoanalisi. E solo da questo punto di vista AC farebbe parte della “vecchia” psicoanalisi, quella che si è fermata di fronte alla nevrosi da transfert, affidandone l’elaborazione al solo paziente (per questo anche lui eroico?). Finendo l’analisi, senza terminarla. Sarà forse, che il paziente di un analista eroico se la sa cavare da solo con la sua nevrosi da transfert?


Così è stato per me e questa è la mia personale verità sull’analista AC: un genio che nonostante avesse una parte “mostruosa” albergante in sé, non solo non la nascondeva ma coraggiosamente riusciva sovente ad addomesticarla, e, dandoti l’esempio di persona, ti conduceva, “deo concedente” (come egli stesso amava dire), a confrontarti e a dialogare col tuo demone, regalandoti la rara quanto preziosa convinzione di potertelo permettere. A te veniva solo richiesto di tollerare (un’apparente?) solitudine. Eroicamente, certo. Non so quanti pazienti abbia analizzato nella sua vita AC, e non posso sapere quante analisi possano considerarsi riuscite oppure no. Posso solo parlare della mia. Lascio al lettore la mia impressione sulla riuscita terapeutica di un percorso enigmatico quanto affascinante che è stato il mio.
Ripensando a quel percorso, mi nasce spontanea una domanda: cosa vorrebbe un buon genitore per i propri figli? Una vita felice, al riparo dal dolore. Ma, sappiamo tutti che ciò non è possibile. Allora un buon genitore vorrebbe che al proprio figlio spettasse la giusta dose di dolore. Il suo dolore, non quello di un altro.


Un concetto simile esprimeva Rilke, citato sistematicamente da AC. Trasliamolo in campo psicoterapeutico: cosa desidera un buon psicoterapeuta per i propri pazienti? Che spetti loro la giusta dose di angoscia. Direi, ad ognuno la sua nevrosi da transfert e non un’altra. Il buon genitore, l’analista, conosce il punto di rottura di ogni anima e si spinge fino al limite della sopportazione, sapendo che più elevato è il rischio, più alta sarà la ricompensa, ovvero la rinascita.
La nevrosi da transfert calibrata su misura per ogni paziente, ne smantella l’Io, creando il vuoto fertile, un preludio ad ogni rinascita.
Ecco che si va in analisi per sperimentare angoscia sotto controllo, angoscia sperimentale. L’idea non è del tutto nuova, il concetto è già presente, a suo modo, nella Bibbia sottoforma della “messa alla prova” per temprare la fede del figlio di Dio. E di fede si tratta in analisi. Emblematica è la storiella del fedele che passeggia con Gesù in riva al mare. Voltatosi indietro, nell’osservare le orme sulla sabbia, il fedele nota che da un certo punto in poi, non sono più doppie. Pensa allora di essere stato abbandonato dal Maestro nei frangenti in cui aveva più bisogno di lui. Ma questi gli rivela che proprio in quei momenti gli è stato più vicino, portandolo in braccio. Chissà, che non sia questa, una visione plausibile del senso di solitudine sperimentato dal paziente in analisi?


L’analisi è essenzialmente destrutturazione e ricostruzione, ma è anche altre cose insieme. Di questo insieme di cose interagenti, non sempre intelligibili, ho cercato di parlare, di narrare e di mostrare attraverso una lunga serie di aneddoti, che esprimono in maniera condensata e simbolica, ma a volte estremamente eloquente, la creatività e l’eroicità di un terapeuta costretto a venire a patti, se non a combattere una perenne e spesso fruttuosa battaglia con i propri demoni interiori.
Dall’interazione dialettica tra le esigenze reali e contingenti, emergenti nel qui e ora della seduta e la propria pulsante realtà interiore, nasce, nel caso di AC, un compromesso creativo unico, che costituisce il valore e l’essenza stessa della sua arte-terapia. L’aspetto artistico, che prende forma, come racconto nel libro, in un aldilà delle sedute, appunto “oltre” la terapia, costituisce il fondamento stesso della terapia eroica di Aldo Carotenuto.

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