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Mia figlia maggiore non accetta più il mio nuovo compagno

Gentile Dott.ssa mi rivolgo a lei in quanto vivo una situazione difficile e non so come gestirla ; mi spiego meglio .. Mi sono separata da mio marito e papà dei miei due bambini Femmina di quasi 11 anni è maschio di 6, il papà purtroppo è sempre stato molto assente e violento a livello psicologico nei miei confronti .. e dopo anni di discussioni ho scelto di chiedere io la separazione per il bene di tutti... i miei bimbi sono sempre stati attaccati quasi morbosamente alla mia figura probabilmente anche per le carenze del papà ...da un anno ho finalmente scoperto cosa significhi essere amata da lo mio nuovo compagno... che la mia bambina ha sempre accettato con grande entusiasmo costruendo anche un bel rapporto con lui .. avendo lui la casa di proprietà siamo propensi a una convivenza ... tutto rose e fiori finché non dico chiaramente a mia figlia che lui è il mio compagno e che progettiamo una vita insieme ... a mia figlia ho sempre detto che lui era un amico intimo della mamma che mi voleva molto bene.. ma si intuiva fossimo in una relazione ... da quel momento in poi mia figlia non vuole più stare con me, dice di voler stare a vivere dai nonni... “odia “ il mio compagno non glielo si può neanche nominare .. e mi tratta male ...mi risponde .. mi aggredisce verbalmente ... sembra io sia diventata la sua rivale...mia figlia con me ha sempre avuto un rapporto unico ... sono triste... finalmente mi sembrava girasse tutto per il verso giusto ...chiedo a voi come affrontare la situazione che mi destabilizza fortemente ... grazie

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Come faccio ad avere la mia indipendenza?

Buongiorno, sono una studentessa di 21 anni. Scrivo qui dopo aver fatto varie esperienze di lavoro interiore, soprattutto con una tecnica energetica, il thetahealing, che mi ha aiutata a trovare una consapevolezza molto maggiore di quella che prima avevo. La cosa che mi ha sempre creato parecchie difficoltà, è il rapporto con la mia famiglia, in particolare con i miei genitori. Premessa: non sono due persone "cattive", diciamo così, cioè so che quello che fanno o dicono non lo fanno con cattiveria, ma non ne posso piú. Sono sempre stata una persona sensibilissima, so che forse piú risultare esagerato, ma infine è la verità. Sono una persona introversa, o meglio, al di fuori della famiglia sono anche molto estroversa, ma faccio fatica a parlare di cose personali, magari faccio sempre la pagliaccia di turno, ma delle cose private faccio fatica a parlare, e nella maggior parte dei casi, le ho raccontate a persone che poi mi hanno fatto sentire molto sminuita e che mi hanno portato a chiudermi ancora di più. Suono il violoncello (studio al conservatorio). La mia famiglia, come dicevo, non è "cattiva", ma sono persone che hanno subito nel corso della loro vita dei grossi traumi, mai guariti. Questi traumi sommati al modo in cui sono stati cresciutti, li hanno portati ad essere delle persone ansiosissime e super apprensive, a livelli che per me, specialmente da bambina, risultavano insopportabili. Mio padre è cresciuto in una famiglia in cui era zero seguito. I suoi genitori sono buonissimi ma anche molto "ignoranti", non ne senso spregiativo del termine, proprio nel senso del "non sapere". Ha avuto amici per lo piú tossicodipendenti o alcolizzati, ma non si è mai drogato. Credo che l'apice dei suoi traumi sia stata la morte di suo fratello per overdose ( erano 4 fratelli, di cui uno deceduto, e uno alcolizzato e farmacodipendente, e anche con quest'ultimo fratello ha avuto parecchie difficoltà perché lavoravano assieme). Il suo "guarire" i traumi é sempre stato reprimerli. Con me è sempre stato una persona molto ansiosa, super autoritario, del tipo che 2/3 delle cose che volevo fare da bambina erano un "no", ma anche cose tranquillissime e normalissime, tipo anche fare scout con la chiesa o cose del genere. Ha sempre fatto di tutto per tenermi sempre sotto il suo controllo, a partire da quando giocavo al parco da bambina coi miei amici, quando dovevo essere sempre sotto la sua supervisione, senó andava in panico, ad ora, che cerca di controllare gli aspetti della mia vita come cosa dovrei studiare. Al liceo per esempio, avrei voluto fare il liceo musicale o artistico, ma l'arte é sempre stata vista come qualcosa che non ti dà.futuro, non ti dà lavoro, o se ti va bene sei un precario,quindi piú come una cosa "inutile". Mi sono sempre sentita senza la possibilità di fare quello che mi pareva, dalla scuola che volevo fare, agli amici o fidanzatini da avere, cioè c'era sempre quel "giusto" giudicato da mio padre, e quello che invece volevo fare io che o "non troverai mai lavoro, è inutile, ma sei sicura?, ma cosa vuoi fare tu, ah si la scuola in cui non si studia nulla"... cioè ogni mia opinione praticamente la vivevo come se non valesse nulla, non riuscivo ad impormi per le mie insicurezze e mancanza d'autostima. Mi sentivo veramente impotente, non so come spiegare. Ora come ora so che mi diceva tutto perchè pensava che fosse il meglio per me, ma anche quando gli provavo a spiegare le mie ragioni per cui volevo fare una certa cosa o frequentare una certa persona (per esempio il mio ex ragazzo, che una persona stupenda ma mip padre ogni due per tre mi diceva che era troppo diverso da me o robe del genere, senza lasciare che fossi io a vivere le mie esperienze. Mi è sempre sembrato come se volesse.fare tutto al posto mip, come se avessi dovuto vivere la vita che lui non ha voluto vivere. Anche quando uscivo, mi metteva.orari super rigidi, se magari tardavo di un quarto d'ora mi faceva sentire super in colpa. Dall'altra parte, mia madre:sua madre è rimasta incinta involontariamente a 17 anni, ha avuto mia madre a 18 circa, ed ha un disturbo ossessivo compulsivo mai "curato", che temo mia madre abbia parzialmente ereditato. Mia madre è ansiosa a livelli allucinanti, mio padre andava in panico quando non ero sotto il suo controllo, specie da bambina, ma quando le cose erano come voleva era più tranquillo, mia madre invece ha questa ansia perenne in qualsiasi occasione. Credo che entrambi siamo profondamente depressi, quando sono fuori casa cercano di fare gli splendidi, ma dentro casa si trasformano e ritornano col loro vero volto. Li vedo che sono tristei, frustrati, insoddisfatti, tra loro hanno problemi di coppia, anche a livello sessuale credo, che non cercano di sistemare. Mia madre mi ha sempre chiesto consigli sulla loro relazione da quando ho 8-9 anni. Lei non riesce ad assumersi le sue responsabilità, è da quando ho 7 anni che faccio tutto da sola, a parte lavorare (anche qui, mia madre se fosse stato per lei sarei dovuta andare a fare una scuola professionale ed andare a lavorare subito, mio padre un liceo classico, e fa una fatica ad accettare che io faccia anche magari solo i lavoretti da studente fintanto che faccio l'università.... se.fosse per lui dovrei fare tutto esattamente come calcolato da lui:finire l'università ed andare a lavorare in comune, cosa che proprio no ahahahah io sono una persona completamente diversa da.come mi sembra che lui vorrebbe che fossi... ho aspirazioni e passioni completamente diverse...). Tornando a mia madre, credo di essermi sempre assunta responsabilità che lei avrebbe dovuto assumenrsi nei confronti miei e di mia sorella, quando ero bambina (e tutt'ora, ma da bambina questa cosa la vivevo parecchio male) si dimenticava sempre tutto di ció che mi riguardava, all'asilo dovevo ricordarmi io tutto perchè lei se lo dimenticava, magari cose di scuola (es. Dovevo vestirmi in un certo modo in un certo giorno, le dicevi di ricordarsi questa cosa, la dimenticava e io arrivo a scuola vestita nel modo sbagliato o cose del genere). Poi mi sono sempre sentita.come se mi rovesciasse addosso tutti i problemi che ha coi suoi genitori, se la prendeva con me per tutto, anche quando nonc'entravo nulla, aveva sempre questi toni arrabbiati, arroganti, come se fossi io la causa di cose in cui invece non c'entravo nulla. Inoltre, come mia nonna, è fissata.con l'ordine e la pulizia, si trascura un sacco a livello estetico, parla dando ordini senza mai chiedere, esce di casa pochissimo, la maggior parte delle.volte.solo per andare a lavoro.... mio padre invece per esempio a livello estetico si cura di piú, ma sul resto si trascura molto anche lui... neglio ultimi 3 anni comunque è migliorato molto rispetto a quando ero piú piccola, ma comunque sminuisce, scherza su cose che magari per me e mia sorella sono delicate, fa critiche sottoforma di scherzo... magari le maschera scherzando ma si sa che le pensa davvero... a livello di coppia poi appunto, le cose non vanno, mia mamma si comporta cosí abbastanza con tutti a parte che coi suoi genitori, che non sopporta ma di cui è succube e scarica tutto su di noi.... a me dispiace vederli cosí, ma mi sono resa conto che comunque sono loro che sono fatti così e se non si vuole cambiare, non si cambia... però appunto, ci sono ancora cose su cui devo lavorare. Non ho scritto per fare drammi, anche perché ci sono persone con situazioni molto peggiori di questa.... peró al contempo se avete dei consigli da darmi sono super ben accetti. Grazie per chi leggerá!

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Scoprire se sono un Machiavellico

Ultimamente mi sono piuttosto convinto di far parte di questo costrutto psicologico, ma il dubbio rimane: mi ci immedesimo o lo sono? Preciso che sembro avere tutte le carte in regola: "superati" bene tutti i test (HEXACO, B5Q, MACH-IV, SD3 e DTDD), non dico mai cosa mi passa per la testa, mento in continuazione per ottenere quello che voglio, sono stato invischiato in diversi reati finanziari (rimasto impunito, no ovviamente non mi sento in colpa mi rivedo molto nella citazione di Mr. Robot:<<è il mio contratto con la società, se riesci a prendermi andrò in prigione altrimenti me li sarò guadagnati >>) e sono ossessionato da come la gente pensa: non faccio altro che analizzare quali comportamenti le persone hanno, cosa desiderano, come sono e cerco di far leva su tutto per ottenere quello che voglio cercando di imparare ogni volta analizzandoli nel complesso. A essere proprio onesto a volte non credo neppure di vedere le persone sempre totalmente come persone, meno le ritengo intelligenti e più le vedo (nella mia immaginazione) come gusci con un'ombra nera al loro interno da capire come se fossero dei robot che rispondono a possibili input senza libero arbitrio (che poi io non credo nel libero arbitrio in generale ma è un altro discorso). Organizzo piani per tutto (io prima di studiare, studio come si studia per dire...) e creo continuamente strategie, anche semplicemente condividere un post su facebook mi porta a domandarmi se qualcuno a cui sono interessato o dal quale mi serve qualcosa possa vederlo e ponderare la scelta. Anche con le partner raccolgo informazioni, cerco di capire cosa vogliono e poi divento quello che vogliono. Manipolo anche gli psicologi dai quali vado (mi diverte molto capire se voi capite che non sono quello che dico di essere, è un pò una challenge per me) e sono riuscito a farvi fare diverse cose, tant'è che l'ultima credo abbia capito che stava facendo delle cose per me che con altri non si sarebbe sentita in obbligo di fare: bella come l'alba e intelligentissima. Ho sempre usato diverse tecniche narcisistiche: come quelle per ristabile le dinamiche di potere nella coppia o il gaslighting. Ma non ho mai "distrutto" le ragazze come fanno i Narcisisti, in genere io quando smetto di amare lascio e ciao, fare del male a una persona psicologicamente in maniera immotivata non ha nessuna utilità per me, non cerco di minarne la sicurezza, anzi, se non migliora come persona standomi accanto questo mi porta spesso ad allontarami da lei avendo io un amore principalmente di tipo PRAGMA. In solitudine ho fantasie deliranti di illimitato potere e conoscenze (dominare il mondo in segreto e in solitudine) ma NON fama, sono introverso e ho un paio di amici da almeno 10 anni ai quali voglio molto bene. Non so se provo empatia: ricordo quando mia madre piangendo mi disse che mio padre era morto (ci avevo avuto poco a fare) io risposi "Ah ok" e tornai a fare le mie cose scordandomi ciò che mi fu detto e che mia madre piangeva. Non mi sembra di essermi mai dispiaicuto per qualcuno veramente, sto cercando di ricordare, ma non mi sembra. Mentre provo empatia per il dolore fisico: vedere una persona presa a martellate mi provoca letteralmente la sensazione della botta sulla testa. Ma per le emozioni altrui non sembra essere lo stesso, anzi a volte c'è anche una leggera componente sadica nel vedere qualcuno soffrire psicologicamente. Sono nevroticissimo (sempre incazzato e ansioso) ma ho un controllo degli impulsi estremo: nessuno mi ha mai visto scattare al di fuori della mia famiglia o qualche partner ma mai usato violenza fisica. Il dubbio mi viene perchè fino ai 15 anni non mi ricordo così disumano: mentivo, copiavo a scuola e rubavo si (il mio primo piccolo furto risale a 4 anni, il mio primo grosso furto a 8-9), ma non ero così estremo, e mi sembra di esserlo diventato ancora di più da quando ho compreso cosa sono: prima sentivo un minimo di senso di colpa quando proprio esageravo, ora mi giustifico totalmente. Per me è importante sapere se faccio parte di questo costrutto perchè mi sono sempre sentito molto differente da tutti gli altri e tutto comincerebbe ad avere un senso. Un pò di giorni fa ho deciso di dire al mio migliore amico ciò che pensavo che fossi e lui ha reagito con <>. E nel suo caso è vero, mi piace chiamarmi più "motivatore" rispetto a "manipolatore", spesso ho agito sulle sue emozioni per forzarlo a fare delle cose per il suo bene che altrimenti non sarebbe riuscito a fare. Quanto è valida una diagnosi psicologica? Non è per essere troppo diffidente della vostra categoria ma contando che non capite neppure quando uno vi mente (si comprendo che il vostro lavoro non sia scovare i bugiardi, non voglio creare polemiche...) ma chi mi dice che "immaginarmi alcune persone come gusci senza nulla dentro" non sia solo un auto-condizionamento al quale poi lo psicologo stesso crederà? Ho visto che in svariate ricerche (mi sono spulciato tutto pubmed e scholar) si utilizzano le varie tecniche di neuroimaging e sarei anche disposto ad affrontare la spesa. Sapreste aiutarmi e indirizzarmi verso persone compoteneti che possono darmi un "certo grado di sicurezza"? Grazie

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Bipolarismo. Va via da solo??

Salve, sono Stella e ho 29 anni. Sono stata diagnosticata con disturbo bipolare tipo 2 nel 2014. Da allora sono stata in terapia con Xanax, esitalopram e olanzapine. Da gennaio 2018 ho smesso di prendere i medicinali e non vado più dallo psicoterapeuta. Ultimamente mi sento insicura della mia scelta. Ho avuto una bimba, ho ottenuto il lavoro dei miei sogni, ma delle volte mi sento depressa con me stessa (non con la vita familiare). Qualche volta vado anche "su di giri" con l'ottimismo, lo ammetto. È possibile che si possa stare (bene e tranquilla abbastanza) così a lungo senza psicofarmaci o c'è la possibilità di una diagnosi sbagliata? Apprezzo ogni parere. Grazie in anticipo, Stella

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Quanto influisce l'esperienza del terapeuta nella riuscita della terapia?

Quanto influisce l'esperienza del terapeuta nella riuscita della terapia? Ho già fatto terapie in passato con terapeuti agli esordi con fascia di prezzo bassa (50 euro per seduta) e con la maggior parte non ho grandi risultati, viceversa ho fatto alcune sedute mirate con un terapeuta esperto (70 per seduta) e ha subito inquadrato problemi e possibili soluzioni da mettere in pratica. Potendo vorrei risparmiare, ma mi chiedo se ne valga la pena.

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Terapia sistemico-familiare e disturbi d'ansia

Una terapia di questo indirizzo si concilia con i disturbi d'ansia? Soffro di fobia sociale, ansia anticipatoria ed evitamento, ma ho anche vissuti di conflitti familiari, in particolare con mio padre e difficoltà relazionali. Sono un ragazzo e ho 29anni. Mi chiedo se nel mio caso sia più indicato un terapeuta uomo o donna

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Setting terapeutico

Buongiorno
sono una persona che è alle prese con una relazione terapeutica dove il setting imposto dalla terapia gli va stretto.
La terapia è solo ed esclusivamente un rapporto professionale. Dove un/a professionista definisce delle regole “setting” e il paziente che si senta a suo agio o meno deve adeguarsi. Il che ci può stare e’ il paziente ad avere bisogno del professionista. Quindi la flessibilità è richiesta al paziente.
Adeguarsi alle regole può starci ma vedo veramente critico fidarsi è co affidarsi. Più passa il tempo più sento il/la professionista una persona, la seduta un luogo, dove aprire e chiudere porte e argomenti, definire dei confini dei limiti che permettano di chiudere degli argomenti per risolvere singoli problemi e arrivare a degli obbiettivi.
Sarà un mio limite, voglio vedere il mio problema la mia difficoltà dagli occhi di un professionista non i miei di paziente. Tuttavia per come sono fatto penso che solo un ingenuo può pensare di fidarsi. A livello istintivo e razionale non mi viene da fidarmi co affidarmi ne da parlare dei dubbi difficoltà. Sono una scatola ben chiusa sigillata.
Ma Io stimo apprezzo il/la professionista ma non riesco a comunicare e fidarmi. Fidarmi perché nn mi fido in generale di nessuno e comunicare perché parlare nella relazione non è il mio punto forte.
Parla del “setting” mentre personalmente lo detesto. Apprezzo le regole Sono necessarie ma queste non vogliono dire veramente un @@@@@. Questo dannato setting terapeutico mi fa sentire un autentico incapace, di far funzionare la relazione di stare nella relazione di progredire e comunicare. Non so dire se sono più frustrato con la rigidità della professionista o con me stesso per non trovare la strada per comunicare in maniera efficace. Non riesco a razionalizzare la situazione è trovare la strada la soluzione. Continua a ripetere delle frasi “ne parliamo in seduta” , “la seduta si fa in presenza” mi sento impotente nel gestire la relazione. Mi domando e vi domando ci sarà un modo di usare i limiti i vincoli i problemi che il setting porta a mio vantaggio? Non vedo l’utilità del setting nella terapia di questo. Ammetto sicuramente è per mia ignoranza ma mi va stretto come la fiducia nel terapeuta per responsabilità mia difficoltà mia non riesco a crearla per quanto mi impegno. La cosa che mi manda avanti è che la terapia è utile lo so. Devo solo trovare la strada corretta per riuscire. Ma da solo il/la terapeuta non può fornirmi alcun contributo in ciò.
Ps.: con questo non sto assolutamente svalutando il/la professionista è il suo operato e contributo, anzi è capace e in gamba. Ma se devo fidarmi di qualcuno mi fido di me stesso.
Grazie per le risposte e del vostro tempo.SalutiSB

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Terapia/Cattivo Paziente

Buonasera,
vi scrivo per avere un confronto professionale sulla terapia e relazione terapeutica. Inerente ad una difficoltà che come paziente riscontro in seduta. Probabilmente sono un cattivo paziente potrebbe essere. Sicuramente sono curioso e tenace. Finche non ho compreso il motivo, non demordo e continuo a cercare di capire. Come e cosa cambiare del sottoscritto.
Sono in seduta per cambiare per divenire consapevole. Ma per farlo devo capire il motivo devo razionalizzare qualcosa che mi fa stare male (parlare) e dare un significato (sul perché lo scrivere non va bene). Senza comprendere è impensabile per come sono fatto, darsi una meta un obbiettivo da aggiungere. Stare in seduta e parlare.Non è oggetto di discussione il professionista. Trovo difficoltà nel modo scelto per perseguire la terapia: il parlare in seduta in presenza. Mi va molto stretto. Tuttavia riconosco ad ognuno la sua professione. Motivo per cui sono qui con voi. Voglio cambiare ma per farlo devo capire.
Probabilmente la difficoltà dipende da un mio limite personale. Non mi sento a mio agio a parlare in generale a maggior ragione in seduta. Prediligo lo scrivere come forma di comunicazione efficace. Non lo metto in dubbio di essere un cattivo paziente una seccatura una spina nel fianco nella relazione terapeutica. Ma sono qui per pendere consapevolezza dove sbaglio e collaborare in maniera più efficace con il mio terapeuta.Ho provato a esprimere i dubbi ma il risultato è stato peggiorativo. Da li ho capito che in terapia i dubbi me li tengo per me.
So di essere tenace cocciuto, testardo, de coccio. Alle volte credo che il professionista mi vorrebbe dire.: Ascolta non ti sei ancora stancato di chiedere ..... Il professionista con cui collaboro è capace, disponibile a modo suo e come vuole lui e dove vuole lui, Lo rispetto perché ne io ne lui molliamo di un cm. Tuttavia è fermo sulle sue idee. Mi ripete "La terapia non si fa via mail ma solo vis to vis". Ok questa è la regola mi adeguo. Fra me e me mi dico : "ma che due palle... ".
Vorrei capire perché mi mette sempre in un angolo del ring sapendo che questo comporta frustrazione e paura e timore. Mi mette in difficoltà volontariamente. E' come patire sapendo di avere una ruota bucata.Non capisco il motivo del suo operato. Dico comunicare è comunicare, Se come paziente dico chiaramente che a parlare vis to vis sono incapace imbranato, in difficoltà ci sto male. Perché il professionista insiste nel voler seguire un percorso sapendo già che metti in difficoltà il paziente? A che pro? Sei consapevole che fai star male una persona.
Vorrei con il vostro contributo capire da una prospettiva diversa dalla mia dove sbaglio approccio. Il perché lo scrivere usare la mail come strumento per fornire supporto psicologico non va bene?
Vi auguro buona serata e ringrazio coloro che risponderanno.

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