Famiglia e bambini

Il sistema comportamentale d'accudimento

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Il sistema d’accudimento, o caregiving system, ha come preminente funzione la protezione genitoriale dei figli ed è così tanto legato a quello d’attaccamento da andare incontro ad un’evoluzione simultanea. Bowlby (1989) spese molte energie alla ricerca di tutti quegli elementi attivatori e disattivatori del sistema d’attaccamento infantile, elementi riconosciuti in stimoli interni ed esterni associati a situazioni generatrici di paura o stress nel bambino che, di conseguenza, necessita dell’aiuto genitoriale. Partendo da questo presupposto, Cassidy e Shaver (2002) hanno individuato i corrispettivi fattori in grado di avviare il sistema d’accudimento in quegli stimoli interni ed esterni riguardanti contingenze di vita che il genitore percepisce come spaventanti o stressanti per il proprio figlio; ad esempio, si tratta di situazioni quali, separazioni, segnali verbali e non verbali di disagio e di stress da parte del piccolo. Una volta attivatosi, spetta al genitore mettere in atto i comportamenti adeguati al raggiungimento dell’obiettivo di protezione, ovvero la vicinanza fisica al bambino, il prenderlo in braccio, il guardarlo, il consolarlo, il chiamarlo a sé e il sorriso. La condotta dell’adulto dipende dalla valutazione delle fonti d’informazione in gioco: sicuramente le più rilevanti sono ravvisabili nel tipo di segnali inviati dal bambino e dalla propria percezione di pericolo o minaccia (Cassidy e Shaver, 2002). Così come il sistema d’attaccamento viene disattivato dalla vicinanza fisica e psicologica del caregiver al figlio, la disattivazione del sistema d’accudimento avviene mediante lo stesso tipo di prossimità indicatrice di tranquillità, conforto e soddisfazione che il bambino ha ricevuto dal genitore. Naturalmente, sia l’attaccamento sia l’accudimento sono strettamente intrecciati a forti emozioni (ad esempio, rabbia e gaiezza), nel primo caso dipendenti dalla lontananza/prossimità del caregiver al bambino e, nel secondo, dalla possibilità/impossibilità sperimentata dal genitore in merito alla protezione della prole (Cassidy e Shaver, 2002). Da tutto ciò non è difficile intuire come il caregiver debba essere sempre emotivamente e fisicamente attento alle necessità del figlio, diventando quel “genitore sensibile” e, per dirla con Winnicott, “sufficientemente buono” in grado di dar senso ai vissuti del piccolo senza pretendere che sia quest’ultimo, tramite la condiscendenza, ad adattarsi ai gesti genitoriali trovandone da solo un significato e di essere pronto ad abbandonare la propria simbiosi col figlio non appena questi senta di volersi “emancipare”. Inoltre, il caregiver sensibile è colui che agevola nel figlio l’emergere della continuità dell’esistenza, la quale consente il sano strutturarsi della personalità e che, in un primo tempo, riduce al minimo gli urti ai quali il bambino è esposto e, in un secondo tempo, lo supporta nel momento in cui deve affrontarli in prima persona (Winnicott, 1965). Solomon e George (1996) hanno precisato che il genitore deve trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di proteggere il figlio e il bisogno di perseguire altri obiettivi, quindi la migliore strategia d’accudimento postula una certa flessibilità genitoriale, ma esistono anche altri pattern:

  • Accudimento flessibile: è caratterizzato da un elevato livello di coinvolgimento nella prima infanzia e da un controllo meno diretto in età successive; la flessibilità è fondata sulla capacità del caregiver di occuparsi del figlio soppesando sia i segnali provenienti da quest’ultimo sia quelli ambientali, al fine di stabilire quando sia il momento adatto per provvedere alla protezione. Si tratta, quindi, di caregivers emotivamente e fisicamente attenti alle necessità filiali, svolgenti a pieno la funzione di “base sicura” che consiste nel dimostrarsi pronti a rispondere se chiamati in causa, incoraggianti, rispettosi verso il comportamento d’attaccamento del figlio, consapevoli del fatto che genitore e bambino sono due individui ben separati e con personalità ed esigenze necessariamente differenti, capaci di lasciare al bambino le giuste possibilità di esplorazione e di arricchimento, degni della fiducia filiale perché dimostranti una certa stabilità e soddisfazione nelle relazioni; tali genitori, inoltre, dimostrano di essere  capaci di sintonizzarsi con le manifestazioni di autonomia espresse nel gioco. Coincidente a questo tipo di accudimento, sarebbe l’attaccamento sicuro del bambino (Cassidy e Shaver, 2002).
  • Protezione a distanza: nelle situazioni in cui, per il caregiver, è salutare che il figlio diventi al più presto indipendente potrebbe essere messa in atto la strategia del “fornire cure a distanza”; si tratta di genitori (soprattutto madri) che, nell’ambito dei compiti interattivi, aiutano e sostengono emotivamente poco i figli, tendono a essere fredde, distanti e non eccessivamente ansiose nei momenti di separazione dal figlio, anche se piccolo; secondo quanto sostenuto da Van Ijzendoorn (1995), dietro a tale comportamento interattivo potrebbe nascondersi un desiderio di maternità minore rispetto a quello delle donne favorenti l’attaccamento sicuro filiale
  • Stretta protezione (o protezione da vicino): se è desiderabile che venga ritardato il processo di completa crescita del bambino potrebbe essere preferibile un tipo di cura incoraggiante la vicinanza fisica e psicologica; tali madri si comportano, quindi, in modo tale da interferire con l’autonomia e l’esplorazione dei bambini; secondo quanto sostenuto da vari autori (Haft e Slade, 1989; Crowell e Feldman, 1988; Kobak et al., 1994), i suddetti caregivers proverebbero difficoltà di separazione a prescindere dall’età del figlio, per cui, anche una volta cresciuto, ci sarebbe la possibilità di una eccessiva preoccupazione ogni qualvolta madre e figlio si trovino in luoghi differenti; addirittura, tale comportamento parentale porta a pensare che, in situazioni di necessaria e sana solitudine, (ad esempio, la vita universitaria fuori sede), il ragazzo non abbia le capacità per cavarsela.

Nel secondo caso, l’associazione è con l’attaccamento evitante, nel terzo con quello ambivalente. In entrambi i casi, si tratta di strategie di accudimento condizionale che offrono al piccolo la possibilità di rimanere prossimi alla figura di riferimento, nonostante lo espongano ad un livello di vulnerabilità maggiore rispetto a quello provato dai bambini riceventi un accudimento flessibile, e di strategie sufficientemente buone giacché impostate intorno allo scopo protettivo (Cassidy e Shaver, 2002).

  • Abdicazione all’accudimento: i genitori di bambini disorganizzati forniscono un tipo di accudimento inadeguato, poiché vengono meno al loro compito di caregiver tutelativi. Per la precisione, si tratta di un caso di “rinuncia all’accudimento” (Cassidy e Shaver, 2002) dovuto a una presunta incapacità di tutelare e difendere i figli dalle minacce esterne; si parla, in questi casi, di genitori (soprattutto madri) che si rappresentano come non aiutati da risorse esterne supportive, necessitanti di una troppo complicata riorganizzazione del Sé dovuta a un mancato senso del controllo circa sia la propria persona sia il bambino descritto come impossibile da consolare e da calmare. Tali caregivers, quindi, rinunciano all’accudimento poiché pensano di non avere le capacità oppure perché danno per scontato che sia inutile; molto spesso, per tali madri le apprensioni relative alla propria persona superano quelle relative ai bisogni e/o ai problemi dei figli (problemi, nel peggiore dei casi, di cui sono totalmente inconsapevoli); naturalmente, questa rinuncia rende incompetente il sistema di accudimento che non riesce a mediare tra il sistema d’attaccamento materno e quello filiale e, di conseguenza, favorisce un disequilibrio tra i due sistemi; studi sull’argomento (Main e Hesse, 1990) ipotizzano che si debba parlare di adulti “irrisolti”, ovvero adulti che si sentono minacciati, isolati e spaventati dalla mancanza di risorse, dalla paura di perdere il controllo delle proprie emozioni, da eventuali traumi o lutti non elaborati, dalle ipotetiche sfide sollevate dal bambino o dalle circostanze.

Il successo dei suddetti modelli dipende da alcune variabili concernenti i costi e i benefici sia nei riguardi dei genitori sia in quelli dei figli, <<ma, se si parte dall’assunto che l’obiettivo dell’accudimento sia la protezione del bambino, si possono considerare “abbastanza buone” un’ampia gamma di strategie di accudimento, fino al limite in cui il comportamento materno in condizioni di minaccia del bambino si organizzi per dare protezione. Inoltre consideriamo che, da questa prospettiva, madri di bambini classificati come evitanti e ambivalenti, possono essere considerate “sufficientemente buone” come le madri di bambini sicuri. Contrariamente a queste madri, diciamo che le madri di bambini classificati come disorganizzati potrebbero essere etichettate come “inadeguate” nel ruolo di caregiver, dal momento che esse in modo continuo o discontinuo vengono meno al loro ruolo protettivo>> (Cassidy e Shaver, 2002, pag. 743).

Bibliografia:

  • Bowlby J. (1989), Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore
  • Cassidy J., Shaver P. (2002), Manuale dell’attaccamento, Giovanni Fioriti Editore
  • Main M., Hesse E., Hesse S. (2011), Attachment theory and research: overview with suggested applications to child custody, in “Family Court Review”, n°3, pp.426-463
  • Solomon J., George C., Toward an integrated theory of maternal caregiving, in “Handbook of Infant Mental Health”, n°11, pp.324-367
  • Solomon J., George C., Defining the caregiving system: toward a theory of caregiving, in “Infant Mental Health Journal”, n°17, pp.183-197
  • Solomon J., George C. (1999), The caregiving system in mothers of infants: a comparison of divorcing and married mothers, in “Attachment and Human Development”, n°1, pp.171-190
  • Winnicott D. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore

 

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