Psicologia investigativa

Crimini e criminali sessuali: tra necessità di cura e sicurezza sociale

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Di fronte a omicidi caratterizzati da particolare efferatezza e senza apparente motivo molto spesso l’associazione con la follia è quasi immediata: l’autore di tale mostruosità deve essere per forza matto altrimenti non avrebbe mai commesso una cosa simile.

Si tratta di un meccanismo difensivo naturale finalizzato a spiegare qualcosa che se non fosse spiegata con la follia sarebbe troppo inquietante: pensare che un essere umano “normale” come la maggior parte di noi possa uccidere e uccidere con modalità particolarmente sanguinarie è inaccettabile perché allora ciascuno di noi in certe condizioni, sottoposti a particolari condizioni di stress potrebbe esplodere.

Come sempre la verità sta nel mezzo: in parte è vero ciascuno di noi deve fare i conti con il suo lato oscuro, con la parte più istintuale di se stesso ma il bombardamento massmediatico in questi casi distorce la maggior parte delle volte qual è la reale cornice del problema all’interno della quale bisogna ricondurre il tutto per evitare inutili e dannose suggestioni collettive.

Le situazioni alle quali sto pensando riguardano i cosiddetti family murderer, casi molto più frequenti in Italia rispetto ai cosiddetti muss murderer più caratteristici della realtà statunitense: un componente della famiglia che uccide tutti gli altri e nella maggior parte dei casi poi si suicida.

I cronisti tendono a presentare queste situazioni come esplosioni improvvise e ingiustificate di follia ma che ad una analisi più approfondita invece rivelerebbero dei segnali che se letti a suo tempo avrebbero permesso di prevedere quello che poi sarebbe successo.

La banalità del male oggi assume varie forme e la vita umana sembra avere sempre meno valore, basti pensare ai futili motivi alla base di molti omicidi: liti tra condomini che spesso, come nel caso di Erba, sfociano in vere e proprie stragi, conflittualità relazionali che non trovano altra possibilità di soluzione se non l’eliminazione dell’altro quando diventi un ostacolo che si frappone alla realizzazione e al soddisfacimento dei propri bisogni, molto spesso bisogni di controllo e di potere.

Anche in questi casi l’idea della follia come spiegazione è molto seducente, in realtà come in precedenza se sposassimo questa tesi ci allontaneremmo molto dalla verità che la gran parte delle volte è drammaticamente più semplice e al tempo stesso più inquietante: ci troviamo di fronte a persone prive di qualsiasi capacità di sentimento, che non riescono ad empatizzare con l’altro che diventa un fastidioso problema da eliminare. Un tratto, questo, caratteristico del disturbo antisociale della personalità che accanto ad altri disturbi della personalità e della sfera sessuale molto gravi, quali il disturbo narcisistico e il sadismo, vanno a caratterizzare la psicopatologia del serial killer.

Dopo questa premessa centriamoci ora sull’argomento oggetto di discussione del presente seminario: l’infermità mentale ( e quindi la non imputabilità) e la pericolosità sociale.

Nel nostro ordinamento giudiziario se un soggetto dopo essere stato periziato viene ritenuto incapace di intendere e di volere non sarà imputabile e se viene ritenuto parzialmente incapace di intendere e di volere gli verrà ridotta la pena e in tutti e due i casi il giudice chiederà al perito una valutazione sulla eventuale pericolosità sociale.

Se il soggetto sottoposto a perizia verrà ritenuto incapace di intendere e di volere e pericoloso socialmente verranno messe in atto delle misure di sicurezza e il soggetto verrà rinchiuso in un OPG finchè permarrà lo stato di pericolosità sociale e quindi il rischio di reiterare il crimine violento conseguenza del suo stato di malattia mentale.

Se il soggetto viene ritenuto parzialmente incapace di intendere e di volere dovrà scontare la pena che comunque gli viene inflitta e poi dovrà essere internato in un OPG finche permarrà lo stato di pericolosità sociale.

Ma si può anche presentare il caso in cui il soggetto incapace di intendere e di volere e quindi infermo di mente non sia pericoloso socialmente e non ci sia di conseguenza il rischio che il crimine venga reiterato. In questo caso verrebbe rilasciato e il caso sarebbe archiviato.

Per evitare questo, purtroppo, la prassi ormai consolidata, è che chi viene ritenuto incapace di intendere e di volere venga automaticamente ritenuto anche pericoloso socialmente mentre, e questa è la prima nota critica che vogliamo sottolineare, le due valutazioni dovrebbero essere ben distinte.

La seconda nota critica al centro del nostro seminario, è che vogliamo mettere in discussione che lo stato di pericolosità sociale sia caratteristico soltanto di chi è affetto da malattia mentale, anzi, le ricerche in merito hanno circostanziato in maniera molto accurata che coloro ai quali sia stata diagnosticata una psicopatologia grave sono in misura molto ridotta collegati ad attività criminali violente.

Ci sembra di poter affermare, invece, che il rischio di recidiva e quindi la pericolosità sociale e quindi ancora il bisogno di misure di sicurezza adeguate dovrebbe scattare in tutti quei casi, esemplificati all’inizio di questo intervento, laddove pur non essendo stata valutata l’incapacità di intendere e di volere, come succede nella maggior parte dei serial killer e dei criminali sessuali violenti, è presente comunque per le caratteristiche del reato e della psicopatologia del soggetto, un alto rischio di reiterare il fatto criminale.

Il problema che si presenta in questi casi, visto che l’ergastolo in realtà non esiste, visto che viene fraintesa dagli operatori la buona condotta in carcere che viene letta troppo spesso come il superamento da parte del soggetto delle sue problematiche, è che dopo un tot tempo il detenuto potrebbe accedere alle misure alternative al carcere con la possibilità, soprattutto ripeto per i criminali sessuali ma non solo, di fare nuove vittime sotto la spinta di impulsi sessuali patologici che si riattivano una volta che il soggetto si ritroverà fuori dal carcere.

Il tema che ci troviamo ad affrontare qui oggi è di scottante attualità e riguarda la sicurezza di tutti noi. Pensate ad Angelo Izzo, il massacratore del Circeo, che dopo trent’anni, uccide di nuovo mettendo in atto quasi un crimine fotocopia altre due donne dopo aver manipolato il sistema giudiziario facendosi passare per collaboratore di giustizia mentre in realtà il suo scopo era soltanto quello di accedere ai benefici che poi lo avrebbero portato ad uscire fuori dal carcere. Izzo è riuscito addirittura a guadagnarsi la fiducia di una cooperativa sociale che si occupa di disagio psicologico e sociale fino ad intessere una tela nella quale sono rimasti imprigionati tutti coloro che hanno creduto nel suo reinserimento e le sue vittime madre e figlia uccise brutalmente e sadicamente.

Izzo è uno psicopatico sessuale che anche prima dei drammatici eventi che hanno caratterizzato la strage del Circeo aveva alle sue spalle numerosi precedenti di violenza: è perfettamente capace di intendere e di volere ma c’è qualcuno che potrebbe affermare alla luce di quanto è successo che non sia pericoloso per la società? Ci sarà ancora qualche giudice disposto a concedergli tra qualche tempo la possibilità di tornare libero? Il disturbo antisociale di personalità, che non ha niente a che fare con l’infermità mentale, quando viene accuratamente diagnosticato, è caratterizzato da prognosi infausta e quindi quando si deve valutare la possibilità di reinserimento di un soggetto psicopatico bisogna andarci veramente con i piedi di piombo. La stessa attenzione deve essere messa in atto per i pedofili, gli stupratori seriali e tutti coloro che nella loro carriera criminale abbiano manifestato una capacità di delinquere reiterata nel tempo con modalità sempre più efferate.

Numerosi sono i casi che si potrebbero citare: pensate a Minghella che in regime di semilibertà continuò ad uccidere prostitute, ma anche all’autore dell’omicidio del piccolo Tommaso che si era macchiato in passato di un crimine sessuale con modalità particolarmente sadiche. Quali misure di sicurezza sono state prese nei suoi confronti? E’ stata valutata accuratamente la gravità di quel fatto e la possibilità che un soggetto con quelle caratteristiche poteva veramente essere pericoloso e a rischio di commettere ancora crimini violenti? Purtroppo alla luce di quanto è successo la risposta è no! Ma pensate anche a tutti coloro che hanno avuto accesso a misure alternati ve al carcere e hanno continuato a commettere rapine o hanno ucciso per vendetta. Ci troviamo di fronte ad un tema particolarmente delicato e complesso che non può essere affrontato solo in termini repressivi ma bisogna ripartire dal riconsiderare il tutto in termini preventivi. Non si può dare la colpa ai giudici che non fanno altro che applicare la legge né si può parlare di prevenzione lavorando solo sulle vittime reali o potenziali. Pensate a chi guida in stato di ebrezza e uccide qualcuno: se va bene gli si ritira la patente per un tot tempo, ci sarà come sempre una imponente campagna pubblicitaria contro l’abuso di alcool rivolta soprattutto ai giovani ma non ci saranno misure in grado di prevenire una recidiva da parte dell’individuo che ha commesso il crimine e che, come il delinquente sessuale magari prova un piacere compulsivo a guidare sotto l’effetto dell’alcool. Allora che fare? Un passo importante sembra arrivare da parte del governo attraverso la proposta di creazione della banca dati sul DNA. Un altro passo importante è stato fatto dalla corte di Cassazione che ha considerato i disturbi di personalità quali entità nosografiche possibili oggetto di scompenso in grado di compromettere la capacità di intendere e di volere. Dal nostro punto di vista però ancora questo non è sufficiente perché vogliamo ancora una volta sottolineare che la pericolosità sociale deve essere intesa non solo in senso psichiatrico ma anche fuori da un’accezione psichiatrica cioè per tutti quei soggetti caratterizzati da un alto rischio di recidiva.

Quali misure prendere in questi casi? La realtà statunitense o anglosassone, come nel caso della banca dati sul dna, ci può dare delle indicazioni applicabili anche al nostro contesto socio culturale?

E’ innegabile, e questo noi lo vogliamo sottolineare con forza, che il criminale sessuale, ad alto rischio di recidiva, anche se non infermo di mente è pericoloso ma al tempo stesso anche lui ha diritto, un diritto sancito costituzionalmente, alla cura.

Il solo contenimento carcerario non è sufficiente: le cure farmacologiche e i saltuari colloqui con lo psicologo non bastano a diminuire il rischio che quando uscirà continuerà di nuovo a perpetrare i suoi comportamenti violenti.

Sarebbero necessari programmi terapeutici più strutturati in carcere e strutture protette terapeutiche in cui il criminale sessuale proseguirebbe il suo programma terapeutico dopo la detenzione e verrebbe curato da personale specializzato in questo tipo di problematiche.

Esistono comunità per tossicodipendenti, comunità psichiatriche, perché non creare strutture specializzate per trattare i criminali sessuali: in questo modo si avrebbe un doppio vantaggio, la sicurezza della collettività e programmi strutturati che intervengano in maniera approfondita per eliminare il rischio della recidiva. Inoltre crediamo che per un periodo più o meno lungo dopo il trattamento in comunità il soggetto dovrebbe continuare ad essere costantemente seguito per lavorare sul reinserimento sociale e continuare a lavorare sul rischio di recidiva. Direi chi sarebbe auspicabile un periodo intermedio dove la persona presti il suo servizio lavorativo all’esterno e rientri la sera nella struttura.

Il dott. Paolo Guglielmo Giulini, Criminologo clinico, esperto penitenziario ex art. 80 O. P., nella relazione presentata in occasione dell’ Incontro di studio sul tema: “Giudice penale e giudice minorile di fronte all’abuso sessuale”, a cura della IX Comm.ne del C.S.M. – Roma tenutosi il 19 settembre 2001 ci parla della situazione italiana in merito al trattamento dei condannati autori di reati sessuali.

Come introduzione alla sua relazione l’autore riporta la prefazione di L. Brunori all’edizione italiana del libro di de Zulueta F. “Dal dolore alla violenza”, Milano ,1999, pag. VIII, che di seguito vi riporto perché ritengo illustri mirabilmente lo stato delle cose:

“Mentre è molto facile constatare reazioni di condanna e di indignazione verso i colpevoli di abusi sessuali in genere, e verso quelli nei confronti dei minori in particolare, e noi stessi ci sentiamo ugualmente indignati, sconcertati e arrabbiati verso persone che sono ‘capaci di tali nefandezze’, scarso è invece l’impegno scientifico e sociale volto a cercare di comprendere le ragioni, i meccanismi la storia, il significato e a tentare di intervenire in aiuto di queste persone e di porre rimedio a tali situazioni. Situazioni rispetto alle quali ci sentiamo totalmente estranei e non ci rendiamo conto che, invece, riguardano tutti, in misura più o meno diretta, poiché, oltre a concernere le persone coinvolte, riguardano la comunità nel suo insieme e la società civile in cui avvengono. La realtà delle carceri e lo scarso impegno delle istituzioni preposte sono una dimostrazione del disinteresse sociale verso questi problemi. Un consistente meccanismo di negazione tende a evitare di prendere in considerazione la cattiva sorte di quella gente, producendo così un ulteriore atto di violenza: in questo caso legittimato dalla società.” [L. Brunori, 1999]

Il dott. Giulini, nella sua comunicazione, affronta in successione tre aspetti del problema: i principi generali che sottendono agli interventi trattamentali verso questa tipologia di rei nei paesi anglosassoni, e le modalità degli stessi, prende in considerazione il contesto detentivo nel nostro paese e le problematiche specifiche dei detenuti condannati per reati sessuali e per finire le risorse legislative e di intervento oggi disponibili in Italia per le particolari esigenze del trattamento.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti e il Canada per il cambiamento nelle politiche di prevenzione e repressione degli abusi sessuali anche nella direzione di un intervento sugli abusanti molto influente è stato il contributo del movimento femminista che ha rivendicato l’emancipazione della donna e ha sottolineato la sua condizione di sfruttamento e di emarginazione andando a stimolare, scrive Giulini, le prime inchieste di vittimizzazione dalle quali emergevano dati sconcertanti sul livello di abusi sessuali presenti nelle società sviluppate. In Canada, continua l’autore, negli anni 80, una donna su tre è stata vittima di abusi sessuali, e dalle stime vittimologiche sull’infanzia analoga sorte è toccata ad un minore su quattro. Inoltre, indagini sempre più approfondite, promosse dalla Commissione reale di Inchiesta del Canada hanno rilevato che l’80% dei minori vittime di reati a sfondo sessuale erano stati aggrediti e violati ad opera di un familiare o di un conoscente. Questo, come specifica Giulini, ha permesso di mettere in discussione lo stereotipo classico dell’aggressore sessuale immaginato come un anziano sconosciuto che avvicinerebbe i bambini nei parchi regalandogli dolcetti. In tutti gli omicidi che coinvolgono i minori, infatti, a tutt’oggi, i primi ad essere sospettati, almeno per essere esclusi dall’elenco degli indiziati sono i genitori. Pensate a quello che è successo ultimamente in Portogallo.

Anche negli USA, ci riporta il Giulini, studi analoghi segnalano che la maggior parte dei reati sessuali, più del 65%, si consumano all’interno delle pareti domestiche o, aggiunge l’autore, nell’ambito di relazioni di prossimità. Di seguito i dati sorprendenti che l’autore ci evidenzia relativi alle ricerche americane: il 16% della popolazione femminile avrebbe vissuto un’esperienza d’incesto prima dei 18 anni di età, e il 15% delle donne sarebbe stato vittima di abuso sessuale da parte del padre naturale (Russel, 1986)

Inoltre, scrive Giulini, a conferma di quanto acquisito nella ricerca e nella letteratura clinica circa i gravi effetti che l’abuso sessuale determina sullo sviluppo psicologico dei minori che ne sono vittime, studi canadesi su individui che hanno subito aggressioni sessuali, rivelano che costoro sono esposti da quattro a sei volte di più rispetto a chi non è stato vittima di tali attenzioni devianti, alla possibilità di soffrire di problemi mentali, di diventare alcolisti, tossicodipendenti o di essere inseriti nel circuito della prostituzione. In particolare, continua Giulini, sempre secondo le ricerche nord americane, il 30% delle donne in trattamento psichiatrico avrebbe subito violenze sessuali in famiglia durante l’infanzia, così come per cinque prostitute su dieci e circa il 40% delle tossicodipendenti.

Anche le ricerche nord europee, ci specifica l’autore, parlano di percentuali molto alte di abusi intra – famigliari.

Questi dati allarmanti provocano un risveglio dell’opinione pubblica che diventa più consapevole delle proporzioni del fenomeno anche alla luce di gravi fatti di cronaca che portano drammaticamente a chiedersi su quale tipo di intervento approntare sui criminali sessuali una volta usciti dal carcere per evitare che reiterino i loro crimini: a Monréal, nella metà egli anni 70, l’omicidio di quattro minori da parte di un ex condannato per reati sessuali e negli USA nel 94 l’omicidio della piccola Kanka Megan sempre ad opera di un recidivo. Quest’ultimo grave fatto di cronaca, ci ricorda Giulini, porterà ad una legge federale sulla notificazione e registrazione dei condannati per reati sessuali dopo l’esecuzione della pena.

A questo punto permettetemi di citare un’altra fonte per approfondire la realtà statunitense che a differenza di quella italiana affronta il fenomeno dei crimini sessuali e del rischio di recidiva con il pugno di ferro rischiando di creare situazioni di estremismo su cui possono incappare anche persone ormai non più pericolose. La fonte in questione è tratta da Le Monde Diplomatique del dicembre 1999 e si tratta di un articolo scritto da Loic Wacquant dal titolo “Gli ex delinquenti sessuali nel mirino dello stato penale” . Il presente articolo è molto critico nei confronti di quella che viene letta come una vera e propria caccia alle streghe: l’autore ci porta a conoscenza che in California fin dal 1947 gli ex delinquenti sessuali sono tenuti, dopo il loro rilascio, a presentarsi entro cinque giorni al commissariato di polizia del loro domicilio per essere registrati e anche in seguito devono presentarsi ogni anno entro cinque giorni dalla rispettiva data di nascita. Dal 1995, continua l’autore, sempre in California, la mancata osservanza di questa norma comporta una pena da 16 a 36 mesi di detenzione che diventa ergastolo quando il responsabile è alla sua terza condanna penale. Ma, specifica Wacquant, allora c’era comunque la possibilità, come per tutti gli ex detenuti, dell’anonimato per ricostruirsi una vita dopo la detenzione. Invece, ci spiega il giornalista, dal 1996 con l’approvazione da parte del Congresso della Legge di Megan questo non è più possibile in quanto la presente legge fa obbligo alle autorità di schedare i delinquenti sessuali e di sottoporli a una sorveglianza permanente,nonché alla pubblica riprovazione. Scrive Wacquant:

“(…) Sotto l’effetto di un rigurgito di moralismo in campo politico e della mediatizzazione a oltranza dei reati sessuali durante lo scorso decennio, l’opinione si è polarizzata in particolare sui casi di pedofilia e sulla repressione di questa categoria di condannati. E per un effetto di contagio, tutti gli ex carcerati per atti contro la morale, per quanto irrilevanti, sono oggi sottoposti a stretta sorveglianza, tanto da non essere più considerati come squilibrati bisognosi di un trattamento terapeutico, ma come devianti incurabili, pericolosi vita natural durante, quali che siano i loro trascorsi giudiziari, la loro traiettoria di reinserimento e il loro comportamento una volta usciti dal carcere.

A seconda delle disposizioni in vigore nei diversi stati, possono essere le autorità a notificare la presenza degli ex delinquenti sessuali, oppure l’iniziativa viene lasciata ai privati cittadini; a volte la notifica si applica solo alle categorie giudicate più inclini alla recidiva, che la legge definisce predatori sessuali, ; in altri casi è estesa a tutti i condannati per questo tipo di reati. In Alabama, l’elenco delle persone che hanno subito condanne per stupro, atti di sodomia, sevizie sessuali e incesto è affisso nell’atrio dei municipi e presso i commissariati più vicini alla loro abitazione; nelle maggiori città di questo stato (…) tutti i residenti in un raggio di circa 300 metri (600 nelle aree rurali) intorno al domicilio di un ex condannato per reati sessuali devono essere personalmente avvertiti della sua presenza. In Lousiana, lo stesso ex delinquente sessuale è tenuto a comunicare per posta la sua condizione al proprietario della casa in cui abita, ai vicini e ai responsabili della scuola e dei parchi del suo quartiere; in caso di inosservanza, la pena è di un anno di carcere e di 1000 dollari di ammenda. Ha inoltre obbligo di far pubblicare su un quotidiano locale, entro un termine di 30 giorni a proprie spese, una nota in cui dà conto alla comunità del suo indirizzo. Allo stesso modo la Legge incoraggia ogni forma di notifica da parte dei cittadini, anche attraverso la stampa o mediante l’affissione di cartelli, volantini o autoadesivi applicati sul paraurti del veicolo appartenente a un ex condannato per reati sessuali. I Tribunali possono esigere che queste persone portino un indumento distintivo per segnalare la loro identità giudiziaria (…) La Legge di Megan, votata dall’assemblea del Texas nel 1997(…)esige che chiunque abbia subito una condanna per reati contro il pudore anche nei passati decenni, a partire dal 1970, debba essere registrato nella banca dati elettronica dell’amministrazione penitenziaria tenuta a disposizione del pubblico(…)

In California, i dati e i connotati(…) la fedina penale e il domicilio dei 64.600 condannati per reati sessuali definiti seri o ad alto rischio (su un totale di 82.600) vengono resi pubblici dagli addetti della polizia municipale con l’affissione o la distribuzione di volantini o per mezzo di conferenze stampa, riunioni di quartiere e avvisi recapitati di persona, porta a porta. Un registro completo dei delinquenti sessuali può essere consultato tramite un numero verde, o grazie a un cd – rom disponibile presso i commissariati centrali, le biblioteche municipali o nelle fiere annuali delle contee. L’incessante martellamento mediatico ha fatto dei crimini sessuali un’autentica costante ossessione. Tanto che quando uno stato tarda a diffondere i dati dei condannati viene battuto nel tempo dalle contee e dalle città che pubblicano i propri elenchi. Nel Michigan, il senatore David Jaye si è preso personalmente la briga di diffondere una mappa dei delinquenti sessuali del suo distretto su internet, nell’intento di spingere l’amministrazione della giustizia del suo stato ad accelerare la diffusione elettronica del registro di Megan per “mettere il guinzaglio a questi predatori, come si fa con i cani arrabbiati”.

In Alaska, un privato ha aperto un sito che prossimamente consentirà, dietro pagamento di 5 dollari per ogni richiesta, di accedere a 500.000 foto di condannati per reati sessuali non solo nei 50 stati dell’unione, ma anche in Messico.

Le ricadute della diffusione ufficiale dell’identità e del domicilio degli ex delinquenti sessuali non si fanno attendere. Le umiliazioni, le vessazioni e gli insulti li costringono spesso a cambiare casa. Molti finiscono per perdere l’alloggio o il posto di lavoro. E vi sono molti casi di reputazioni distrutte, famiglie divise e vite spezzate dalla rivelazione pubblica di atti commessi anni o addirittura decenni prima. I criminologi si stanno preoccupando di un nuovo fenomeno, che è stato battezzato “Megan’s flight: la vita errabonda degli ex delinquenti sessuali, continuamente in fuga sotto la pressione malevola della popolazione locale fino al passaggio alla clandestinità di chi non spera più di sfuggire alla pubblica riprovazione” [Wacquant, 1999]


Wacquant termina il suo lavoro con una critica serrata alla legge di Megan che secondo lui lungi dal rassicurare la popolazione non farebbe invece che accrescere la paura delle aggressioni sessuali; inoltre continua l’autore, i registri dei condannati per reati contro la morale sono pieni di errori, con nomi e indirizzi inesatti e, inoltre, il cd – rom di Megan non indica né la data dei reati che potrebbero risalire anche agli anni 40 né il fatto che molti degli atti segnalati hanno cessato già da tempo di costituire reato (basti pensare all’omosessualità); con la legge di Megan, prosegue Wacquant, si infligge al condannato una seconda pena: un marchio di infamia, con la conseguente perdita di ogni diritto all’intimità e alla vita privata ed infine, conclude Wacquant, il martellamento politico-giornalistico intorno ai dispositivi di sorveglianza punitiva istituiti dalla legge di Megan esime le autorità da un vero impegno per arginare i reati sessuali attraverso un’azione combinata di prevenzione e trattamento. Certo, scrive l’autore, a breve termine è meno costoso ed elettoralmente più redditizio montare un sito internet, lanciare anatemi, oppure offrire in pasto al pubblico la castrazione di alcuni recidivi piuttosto che avviare programmi di trattamento psichiatrico nei penitenziari, o creare all’esterno una rete di centri terapeutici.

Comunque sia la Legge Megan ha aperto anche in Italia un dibattito sulla necessità di inasprire la lotta contro i crimini sessuali contro i minori per fornire agli inquirenti degli strumenti più incisivi per contrastare tale tipo di reati.

A questo proposito voglio citarvi un articolo presente su Internet del dott. Luigi Persico Pubblico ministero della Procura ordinaria di Bologna:

“(…)Per milioni di genitori americani(…)la parola Megan richiama una terribile vicenda di stupro ed uccisione di una bimbetta, nel cui nome si creò immediatamente un vasto movimento di opinione, che incise rapidamente sull’ordine pubblico federale ed ancor più in quello di 50 stati dell’Unione.(…)

Il 29 luglio 1994, nella cittadina di Hamilton, nel New Jersey, la piccola Megan di sette anni, figlia di Maureen e Richard Kanka, chiese il permesso di andare a giocare a casa da un piccolo amico, non fece più ritorno e fu trovata straziata e uccisa.

La settimana dopo iniziò il processo a carico dell’accusato, condannato definitivamente il 31 maggio 1997.

Ma in seguito alla mobilitazione popolare ed alla raccolta di ben 200.000 firme in pochi giorni, a distanza di soli 89 giorni dal delitto lo stato del New Jersey promulgava la Megan’s Law, poi adottata da altri stati e dallo stato federale.(…)

Viene spontaneo chiedersi quanti cittadini, quanti giovani oggi in Italia saprebbero dire chi ha ucciso Cristina Mazzotti(…) o saprebbero elencare i nomi dei bambini purtroppo stuprati ed uccisi nell’ultimo anno.

Sicuramente anche la tragica vicenda della piccola Sara Jay di Bologna ha profondamente commosso molti italiani, e portato lo sgomento in un’intera città, ma tra un anno si potrà dire che, proprio in conseguenza di tale episodio, è stato perfezionato il complesso degli strumenti diretti a prevenire tali misfatti ed a sanzionarli in modo adeguato e definitivo?

(…) La legge 15 febbraio 1996, n. 66 ha introdotto nel codice penale nuove figure di reato, ma le norme processuali non aiutano. Per il solo fatto di aver prospettato l’utilità di una piccola integrazione del potere del pubblico ministero di ordinare il fermo, aggiungendo un comma all’art. 384 del codice di procedura penale, qualcuno ha protestato, eccependo che in tal modo, cavalcando le reazioni emotive della gente, si vorrebbe reintrodurre il fermo di polizia.

Nulla di più inesatto, ma soltanto l’esigenza di dare efficacia alla fase investigativa, quando un bambino è vittima di un orribile reato, o almeno si teme che ciò sia avvenuto.

Un piccolo comma aggiuntivo sul potere di fermo del P.M. per 48 ore, anche in assenza di un dimostrato concreto pericolo di fuga, che in tali casi è molto ragionevole presumere, potrebbe essere in Italia la “legge Sarah Jay, cioè un concreto contributo per la migliore protezione dei bambini.

Occorre dunque una riflessione profonda ed una attenzione continua a questi problemi ed ai meccanismi di indagine e di repressione, ed un serio impegno di tutti e non soltanto l’immediata reazione di raccapriccio e dolore, che tuttavia sono pur sempre i sentimenti connaturati alla nostra umanità”


Anche il Comitato Troviamo i Bambini legato al Progetto Angela Celentano auspica attraverso la voce della sua ambasciatrice, Maria Rosa Dominaci, la promulgazione di una Legge Sarah Jay in Italia. Il suddetto Comitato il 21 giugno 2007 ha reso possibile la Convocazione della I Commissione Affari Costituzionali per un’Indagine conoscitiva sulle problematiche relative alla ricerca delle persone scomparse, visto che dietro la scomparsa di ogni minore si potrebbe nascondere un crimine violento ai suoi danni.

Inoltre mi risulta, avendola reperita in Internet una proposta di legge, ispirata sempre dalla Legge Federale Megan, d’iniziativa del deputato Pivetti “Disposizioni per la prevenzione dei reati di natura sessuale a danno di minori” presentata il 24 novembre 2000 che vi ho portato come conoscenza (Citare legge e commento sinteticamente)…. E per finire la proposta di legge Calderoni sulla castrazione chimica che segnalata sul sito www.troviamoibambini.it attraverso un sondaggio sembra aver riscontrato molto favore tra gli utenti (circa il 90% si sono detti favorevoli). L’applicazione della misura della castrazione chimica, suggerita di recente anche dal presidente della repubblica francese e che è già stata adottata in molti paesi tra cui Stati Uniti, Canada, Germania, Norvegia, Svezia, sono le parole di Calderoni, ha prodotto eccellenti risultati in termini di diminuizione dei reati e di reiterazione da parte dei soggetti sottoposti al trattamento alcuni dei quali sembra abbiano aderito volontariamente.

La pericolosità sociale dei pedofili, soprattutto di coloro tra questi caratterizzati da pedosadismo, e quindi il rischio che reiterino una volta liberi atti di violenza anche estremi, ci porta a confrontarci con un fenomeno estremamente complesso e dai contorni seppur sfumati estremamente inquietanti.

A differenza del Belgio, laddove il caso di Marc Dutroux ha attivato un forte movimento di opinione che come vedremo in seguito ha portato a formulare una rivoluzione nel sistema giudiziario, in Italia non abbiamo ancora mai avuto e aggiungerei fortunatamente dei casi così eclatanti anche se il fenomeno pedofilia anche da noi è tutt’altro che trascurabile così come la scomparsa di minori e di conseguenza anche da noi è necessaria certamente rivedere un pò il tutto. Per quanto riguarda la realtà italiana vorrei citare il caso di un signore chiamato Moncini che viene riportato nel sito sopra citato e in molte altre fonti reperite in internet: questo signore sembrerebbe essere un pedofilo e sembrerebbe essere stato arrestato negli Stati Uniti per poi essere estradato in Italia e sottoposto ad una pena ridicola. A quanto riportano le fonti internet ora avrebbe addirittura aperto nel nord Italia un negozio rivolto a bambini e adolescenti. Vi riporto di seguito il testo di una intercettazione telefonica con cui un agente dell’FBI lo avrebbe attirato nella trappola che poi avrebbe portato al suo arresto. Il presente testo l’ho ripreso dal sito www.1922lasegretissima.com diretto da Bernardo Ferro:

“Quella che segue è la trascrizione integrale dell’intercettazione telefonica di un colloquio avuto tra il sign. Moncini, pedofilo italiano ed un agente dell’FBI spacciatosi per procacciatore di bambini.

Il piccolo animale di cui parlano è … Maria, bambina messicana di cinque anni.

La testimonianza non ha bisogno di commenti

Moncini (ma il cognome non è esattamente questo) oggi è libero e gestisce una attività che lo porta a contatto con numerosi adolescenti e bambini a Verona.

Questo genere di richieste viene fatto abitualmente da chi pratica turismo sessuale pedofilo. In alcuni paesi ci sono “venditori” di bambini che girano con album pieni di fotografie della “mercanzia”, bambini da pochi mesi a dieci, massimo dodici anni. Anche in questo caso chi compra il “piccolo animale” ne dispone in toto, e può torturarlo fino alla morte.

Aggiungo solo che dopo i tedeschi, gli italiani sono al secondo posto in questo tipo di “turismo immondo”.

Senza voler polemizzare, ma non sarebbe necessaria anche un’inchiesta su quei “signori” che prendono un aereo e vanno in Thailandia o posti analoghi per violentare bambini? Ma forse si toccherebbero troppi “santi in paradiso”… Avverto che il contenuto del documento è molto forte, se ne sconsiglia la lettura a persone sensibili.

MONCINI: “Cosa posso fare con questo piccolo animale?”

FBI: “Puoi farci tutto quello che vuoi?”

MONCINI: “Tutto?...”

FBI: “Tutto”.

MONCINI: “Posso incatenarla?”

FBI: “Si”.

MONCINI: “Posso farle mangiare la mia merda?”.

FBI: “Non lo so…”

MONCINI: “Posso pisciarle in bocca?”

FBI: “Non lo so…”.

MONCINI: “Posso metterglielo nel culo?”

FBI: “Certo”.

MONCINI: “Posso frustarla?”

FBI: “Si”.

MONCINI: “Posso infilarle chiodi nei capezzoli?”

FBI: “Sicuro, tutto quello che vuoi”.

MONCINI: “Se viene danneggiata, mi aiuti a ripararla?”

FBI: “Vuoi che muoia?”

MONCINI: “Cosa succede se muore?”

FBI: “Bisognerà trovare il modo di fare sparire il corpo e le prove”.

MONCINI: “Quanto costerà tutta l’operazione?”

FBI: “Cinquemila dollari”.

MONCINI: “Va bene, si può fare”.

Nota: il 18 marzo 1988 Moncini atterra al JFK di New York City dove viene arrestato dall’FBI e, purtroppo, successivamente estradato nel nostro paese. In casa i carabinieri gli sequestreranno moltissimo materiale pedopornografico. Moncini si era distinto per avere supportato moltissime iniziative a favore dell’infanzia.”


Come vedete se tutto questo sarebbe confermato e non sarebbe, come alcuni sostengono sempre in internet una bufala ci troveremmo di fronte ad un individuo estremamente pericoloso. Come avrete notato da parte del pedofilo è costante il tentativo di disumanizzare la vittima definendola “piccolo animale” e quando chiede “Se viene danneggiata, mi aiuti a ripararla?” come se si trattasse di una bambola. Se quelle che mi trovo di fronte non è un essere umano per me ciò che gli farò per quanto orrendo sarà più accettabile ai miei occhi e mi sentirò legittimato soprattutto se mi trovo, come pedofilo e purtroppo questo succede a molti di loro, in una condizioni di egosintonia.

Quindi la domanda a cui ci troviamo di fronte è questa: cosa fare, visto che possiamo gridare al mostro quanto vogliamo ma la nostra costituzione garantisce a tutti il diritto alla cura, per aiutare questi individui e aiutandoli garantire anche la sicurezza della collettività nel suo complesso e dei nostri bambini in particolare?

Per esempio, cosa succede ad un criminale sessuale come il Moncini, una volta che viene internato in una struttura detentiva? E agli criminali sessuali? Nel nostro paese è allarmante anche il fenomeno dello stupro, reato nel quale , come scrive Chiara Camerani in un lavoro sugli aggressori sessuali, si fondono manipolazione, sottomissione, aggressività, inadeguatezza, sofferenza. Attraverso il lavoro di George B. Palermo, psichiatra forense e criminologo, cerchiamo di soffermarci sulla psicologia e psicopatologia dello stupratore. Nel libro scritto con Mary Ann Farkas e Domenico Carponi Schittar, “L’abuso e la molestia sessuale”, Edizioni Essebiemme, l’autore si occupa in un capitolo specifico dello stupro e dello stupratore. Ecco cosa scrive:

“[…] Dello stupro sono state date molte definizioni. Mentre la definizione del dizionario afferma che lo stupro è un atto sessuale violento imposto con la forza, la minaccia o l’inganno, su soggetti che non sono in grado o non vogliono dare un valido consenso ad uno stato di sottomissione fisica o emotiva, il Federal Bureau of Investigation degli Stati Uniti (FBI) dà una definizione molto più succinta, affermando ad un certo punto che per stupro si intende: “… la conoscenza carnale di una persona in modo forzato, e contro la sua volontà…” (Uniform Crime Report,1992,p. 76). La vittima deve essere stata incapace di dare il proprio consenso a causa della giovane età o a causa di una incapacità mentale o fisica temporanea o permanente. Il Rapporto Nazionale Americano sulle Vittime di Crimini, considera che la vittima deve avere almeno dodici anni, definisce lo stupro come “un rapporto sessuale forzato in cui la vittima può essere sia maschio che femmina ed in cui il responsabile dell’abuso può essere di sesso diverso, ma anche dello stesso sesso della vittima” (Bureau of Justice Statistics, 1997°). Lo stupro “secondo le norme di legge” (statutory rape)[…] è invece la conoscenza carnale di una persona, senza l’uso della forza o senza la minaccia della forza, quando però la persona ha un’età inferiore a quella stabilita per poter dare il consenso. Anche se la stragrande maggioranza degli autori di questi reati sono uomini, esiste una piccola minoranza di donne che li commette, ed in una proporzione assai piccola la vittima e l’aggressore appartengono allo stesso sesso (Bureau of Statistics, 1997a).

Lee Ellis (1989) ha affermato che lo stupro è il tentativo di costringere fisicamente una persona all’intimità sessuale quando questa non desidera tale intimità. Egli ha aggiunto che il termine più adatto per definire lo stupro, già in uso in molte giurisdizioni americane, dovrebbe essere quello di costrizione sessuale (forced sex) o di aggressione sessuale (sexual assault).

Tuttavia, poiché questo tipo di atto sessuale rappresenta anche una modalità di aggressione caratterizzata dall’ostilità, preferiamo continuare ad usare il termine stupro. Il termine inglese rape – così come il sostantivo italiano ratto – deriva infatti dal latino rapere, il cui significato, specialmente nel participio passato e nel sostantivo derivato raptus, ritrae la rapidità dell’azione e il possesso fisico che ben rappresenta l’invasione dell’intimità di una persona. L’atto reale del ratto dovrebbe poi venire distinto dagli altri comportamenti lesivi, altrettanto traumatizzanti, e da quelli fisicamente non violenti, entrambi appartenenti alla più ampia categoria della condotta a scopo di libidine.

La violenza commessa contro le donne principalmente dal proprio partner va distinta in violenza letale e non letale. Questo genere di casi ammonta al 22% dei crimini violenti commessi contro le donne tra il 1993 e il 1998. Tra i crimini non letali vi sono lo stupro e l’aggressione sessuale. Nel 1998, il numero totale di stupri/aggressioni sessuali contro le donne è stato di 63.490, con un tasso di 55,6 per 100.000 persone. Tra il 1993 e il 1998 le vittimizzazioni da parte del proprio partner sono state più frequenti tra le donne nere, giovani, divorziate o separate. Queste donne inoltre erano economicamente in una fascia bassa, vivevano in case in affitto, e provenivano da aree urbane. Tra le vittime della violenza da parte del partner, la percentuale delle donne che hanno denunciato tale tipo di crimine, è stata più elevata nel 1998 (59%) che nel 1993 (48%) (Rennison e Welchaus, 2000).

Da un punto di vista legale, si fa una distinzione in base al fatto che l’atto sessuale sia stato consumato con la penetrazione dell’organo genitale dell’aggressore nell’organo genitale della vittima, oppure che vi sia stata solo manipolazione del corpo della vittima con concomitante eccitazione sessuale. L’intensità della violenza esercitata non deve necessariamente essere a vis atrox, ossia, una violenza di una tale forza da vincere ogni possibile resistenza, ma può essere anche semplicemente una violenza in grado di superare la resistenza della vittima… limitando e annullando la sua libera determinazione (Rota, 1988), come nei casi in cui il proprio dissenso potrebbe non venire espresso per la rapidità stessa o per l’insidiosità dell’aggressione, oppure a causa del trauma psichico al quale la vittima è sottoposta.” [Palermo, 2002]


Nel proseguo di questo lavoro Palermo ci parla delle caratteristiche dello stupro chiarendo che sotto la denominazione di stupro o di aggressione sessuale dovrebbe venire incluso qualsiasi tipo di abuso sessuale condotto con la violenza, con la minaccia, o con la persuasione sottile, e senza tener conto della relazione tra l’autore della violenza e la vittima. Secondo questo criterio, continua Palermo, vanno considerati tali sia lo stupro coniugale che quelle situazioni in cui un soggetto che svolge una funzione di aiuto ha contatti sessuali con la persona che necessita di tale aiuto. Palermo riporta poi dei dati statistici:

“Per esempio, le statistiche del Bureau of Justice americano, per quanto riguarda la categoria stupro in tredici stati degli USA e nel District of Columbia, riporta che “le ragazze di età inferiore ai 18 anni sono state vittime del 51% degli atti di stupro nel 1992, nonostante le ragazze di questa fascia di età ammontino solo al 25% della popolazione femminile” (New York Times, 1994). Lo stesso rapporto afferma che più della metà degli stupri denunciati alla polizia vengono commessi su ragazze di età inferiore ai diciotto anni. Le ragazze con meno di dodici anni rappresentano il 16% delle vittime che hanno denunciato lo stupro, e una su cinque di queste ha subito lo stupro da parte del padre.. Numerosi lavori di ricerca hanno inoltre trovato che la maggioranza delle aggressioni sessuali contro le donne sono commesse da persone conosciute dalla vittima.. Nei casi in cui l’aggressore è il marito, le conseguenze sono serie in termini sia di danni psicologici che fisici. Questi sono descritti come simili a quelli compiuti da estranei e caratterizzati da un grado significativo di violenza nei confronti della vittima (Stermac, 1988).

Di solito, più la vittima dello stupro è giovane più è probabile che lo stupratore sia un parente o un conoscente. Sebbene lo stupro possa essere compiuto non solamente da parte del maschio contro la femmina, ma anche da un maschio contro un altro maschio – avvenimento frequente negli istituti correzionali – o da una donna contro un bambino o un adolescente , o da una donna contro un’altra donna, la legislazione corrente americana e internazionale fa primariamente riferimento al classico caso di stupro commesso da un maschio contro una femmina, sia adulta che bambina.

Poiché l’atto dello stupro coinvolge due persone, deve essere presa in considerazione non solamente la tipologia dello stupratore, ma anche quella della vittima, con particolare attenzione alla sua condizione mentale e fisica. Nel caso in cui la vittima dello stupro soffra di una malattia mentale, si deve tenere conto anche della sua capacità di essere in grado di resistere all’aggressione. La malattia mentale di per sé non causa necessariamente la totale incapacità di opporre resistenza all’aggressione, ma la vittima con malattia mentale può avere una ridotta capacità di comprendere il pieno significato dell’aggressione fisica e morale cui è sottoposta, cosicché la sua capacità decisionale risulta diminuita, rendendo così l’atto dello stupro più incomprensibile e meritevole di punizione.” [Palermo, 2002]


Dopo aver argomentato le caratteristiche dello stupro, Palermo passa ad analizzare le caratteristiche dello stupratore:

“[…] Alcuni studi hanno trovato che gli stupratori sono solitamente sposati (Langevin et al., 1985). “Essi sono… poveri, incapaci di fare economie e di gestirsi, [cosa che aggiunge loro stress], frequentemente annoiati, … spesso usano alcool in eccesso [riducendo così] le loro inibizioni contro le aggressioni sessuali” (Marshall e Barbaree, 1984). Insieme con altri molestatori violenti, i responsabili di stupro tendono ad avere un quoziente di intelligenza (QI) più basso della media (Wilson e Hernstein, 1985). Da un punto di vista interpersonale dimostrano una scarsa considerazione degli altri. Le loro vittime sono solitamente giovani, spesso senza esperienza, donne fisicamente normali, in molti casi studentesse o impiegate fuori casa, con la necessità di spostarsi quotidianamente.

Nel passare in rassegna gli studi sullo stupro, Conklin (1992) ha riportato quattro categorie di stupratori. Il primo è stato descritto come stupratore opportunista, il cui ratto rappresenta lo scatto di un momento, un atto impulsivo e predatorio; questo tipo di violentatore, come hanno affermato successivamente John Douglas e Mark Olshaker (1998), è indifferente all’incolumità della vittima.[…]

Lo stupratore del tipo compensatorio spesso si sente inadeguato ed è ossessionato da fantasie sessuali. Questi soggetti sono definiti da Douglas e Olshaker (1998) “stupratori capaci di rassicurare”, e vengono definiti anche come “Stupratori gentiluomini” o “stupratori altruisti”. Sono descritti come soggetti solitari che fantasticano sul fatto che le loro vittime gradiscano questo tipo di esperienze e possano persino sviluppare dei sentimenti di amore verso di loro. Il terzo tipo, gli stupratori con rabbia rimossa, come implica la loro denominazione, esprimono la collera e la loro rabbia che in origine era diretta verso un’altra persona. La vittima spesso rappresenta una persona, o appartiene ad un gruppo di persone, che il molestatore disprezza. Il quarto tipo di stupratori è quello degli stupratori sadici, il cui sadismo è parte dell’atto sessuale. Essi diventano più violenti man mano che aumenta l’eccitamento. Così, poiché l’aggressione e la fantasia sadica si influenzano l’una con l’altra, con l’aumentare del livello di aggressività dello stupratore aumenta anche quello di eccitazione. Gli stupratori, il cui comportamento è chiaramente antisociale, solitamente appartengono al gruppo della personalità psicopatica. […]

Il concetto di psicopatia risale al tempo di Cesare Lombroso e Philippe Pinel: Pinel, con la sua enfasi sullo scarso senso morale degli autori di reato, e Lombroso con la sua caratterizzazione del cosiddetto “delinquente nato”. Molti autori hanno posto in rilievo l’etiologia della psicopatia, presentandola, per esempio come congenita, biologica, personale ed ambientale. Anche se il DSM – IV (APA, 1994) include nel Disturbo Antisociale di Personalità (ASPD) alcune delle caratteristiche proprie della personalità psicopatica, alcuni autori sostengono che andrebbe fatta una distinzione tra le due categorie (Arrigo, 2001). Nella nostra esperienza la maggior parte degli individui con ASPD sono soggetti che reagiscono agli stress sociali,, mentre gli psicopatici (Psychopath) sono “veri” attori. Le caratteristiche di questi ultimi, come riferito da Hare (1993) – che sembra riallacciarsi alla definizione di psicopatico data da Hervey Cleckley (1941) - , sono quelle di “una persona centrata su se stessa, rude, priva di rimorso, profondamente carente di empatia e dell’abilità di formare relazioni intime con gli altri, una persona che agisce senza le limitazioni della coscienza”. La impossibilità di trattamento e la recidività dello psicopatico sono ben note. Bruce Arrigo ha bene analizzato il corso della psicopatia da un punto di vista storico: Pinel ha considerato lo psicopatico come un malato mentale, che abbisogna di un trattamento morale, e ha pensato che soffrisse di un tipo di manie sans delire; Rush ha proposto cause organiche per la psicopatia, considerandola un disturbo mentale/comportamentale vero e proprio; Pritchard ha descritto la psicopatia come un disturbo dei sentimenti e degli atteggiamenti della persona, senza coinvolgimento delle facoltà mentali superiori, ma caratterizzato da una predisposizione a comportarsi come una persona moralmente malata. Koch, nel 1891, coniò la definizione di inferiorità psicopatica (psychopatic inferior), intendendo con questo termine un disturbo ereditario con aberrazioni psichiche, morali e comportamentali. Maudsley, allo stesso modo, considerava lo psicopatico come sofferente di imbecillità morale dovuta a disfunzioni cerebrali. Richard von Krafft – Ebing faceva riferimento a queste persone come a “selvaggi” , e riteneva dovessero essere isolati in manicomi nel loro interesse e in quello della società. Lombroso (1836 – 1909) definiva questi soggetti “delinquenti nati” e Emile Kraepelin li descriveva come mentitori e manipolatori, capaci di impiegare il fascino e la disinvoltura, ma tuttavia impulsivi e senza scrupoli. E’ stato Cleckley, comunque, a fare la distinzione tra lo psicopatico che finisce in prigione e quello che non vi finisce; questo autore, in un suo lavoro originario, The Mask of Sanità, del 1941, ha descritto questi individui come grandiosi, arroganti, senza cuore, superficiali e manipolativi. Questi soggetti, riteneva, sono quelli che di gran lunga mostrano la più coerente parvenza di normalità.

Sembra che la tipologia del violentatore sessuale si basi sull’esperienza clinica dei vari studiosi della materia. Guttmacher e Weihofen (1952) hanno suddiviso gli stupratori in (1) abusatori sessuali veri e propri, incapaci di contenere i loro forti impulsi sessuali; (2) stupratori del tipo sadico, aggressivi ed ostili nei confronti delle donne; e (3) stupratori di tipo aggressivo, caratterizzati dalla tendenza ad avere il controllo ed il dominio assoluto della vittima. Kopp (1962) li ha classificati in offender del tipo I (egosintonico) e offender del tipo II (egodistonico). Il primo tipo mostra un atteggiamento accattivante ed un desiderio di piacere, mentre il molestatore del tipo II è il classico psicopatico che non ha alcuna considerazione per la vittima e non prova alcun rimorso per l’atto trasgressivo compiuto.

Una classificazione dello stupratore più descrittiva è quella di Gebhard e coll. Che risale al 1965. Essi hanno suddiviso gli stupratori nei seguenti tipi: (1) quelli che compiono aggressioni; (2) gli amorali; (3) quelli caratterizzati da un doppio standard, (4) quelli esplosivi; (5) quelli ubriachi; (6) quelli mentalmente ritardati o psicotici; e (7) quelli di tipo misto. Groth, Burgess e Holmstrom (1977) hanno descritto lo stupratore/molestatore sessuale da un punto di vista soprattutto motivazionale. Per esempio, il responsabile di stupro per potere è descritto come principalmente interessato a mostrare “chi comanda”. Egli cerca di avere il dominio sulla propria vittima e la costringe a sottomettersi alla sua volontà attraverso lo stupro. L’intenzione primaria del tipo di stupratore arrabbiato, invece, è quella di umiliare e avvilire la vittima durante la sua aggressione fisica violenta.

Uno dei primi studi su casi di stupro, quello di Amir nella città di Filadelfia (1971), ha permesso una distinzione tra diversi tipi di stupratori. Sono stati così individuati quegli stupratori le cui azioni trasgressive hanno una funzione di supporto (role – supporting), oppure una funzione espressiva (role – espressive), e coloro le cui azioni trasgressive sono più idiosincratiche nella loro natura o nella loro funzione.

Questo studio ha posto in evidenza il fatto che lo stupro non è principalmente una esperienza a tu per tu o che capita solo in qualche vicolo buio, ma è spesso frutto di una pianificazione, di una articolata progettazione, alla ricerca del miglior metodo per portare a termine l’atto di abuso. Amir ha criticato l’opinione diffusa secondo cui la violenza sessuale è un’azione solitamente impulsiva, senza alcuna pianificazione precedente, e che lo stupratore è solitamente un tipo solitario. Questo stesso studio ha rivelato che “1.292 responsabili di reati sessuali erano coinvolti nei 646 casi di stupro [studiati], di cui 370 casi coinvolgevano violentatori che avevano agito da soli, mentre 105 casi riguardavano soggetti che avevano agito in coppia, e 171 casi coinvolgevano gruppi di tre o più soggetti” (p. 226). Questo dovrebbe rammentarci che lo stupro non è affatto una manifestazione sessuale omogenea, ma è influenzato dal periodo storico, dai cambiamenti culturali, da tabù sociali, dall’uso di droga da parte dei vittimizzatori, e così via. Un altro importante risultato di questo studio è dato dal fatto che ha permesso di rilevare che lo stupro non avviene principalmente tra estranei e fuori casa, ma che in più di un terzo dei casi le vittime e gli autori della violenza si conoscevano tra loro, spesso come vicini o stretti conoscenti.

Cohen e collaboratori (1979) hanno focalizzato il loro interesse sulla motivazione sessuale ed aggressiva degli stupratori. Essi hanno descritto (1) lo stupratore compensatorio (che si sente inadeguato e presenta bassa autostima), simile a quello “che ha il potere di rassicurare”; (2) l’aggressivo dislocato (freddo, distaccato, affermativo), brutale nella sua aggressione; (3) il tipo di aggressore sessuale diffuso, che è sessualmente eccitato nella sua aggressione violenta; (4) i violentatori aggressivi, antisociali e opportunisti nel loro comportamento.

Karpman (1954) ha definito i responsabili di violenza sessuale (pervertiti o criminali) come neurotici (affetti da una malattia psichiatrica). Egli ha coniato il termine di nevrosi parafilica e ha affermato che il neurotico converte i suoi problemi in senso psicosomatico e in altri tipi di comportamenti socialmente accettabili, sebbene individualmente indesiderabili. Il nevrotico parafilico, invece, converte i suoi problemi sessuali inconsci in un’altra forma di comportamento (sessuale) che, pur non essendo socialmente accettabile, non è ancora così patologico come nel caso dello psicopatico sessuale. Secondo questo autore, la differenza tra il parafilico non pericoloso (feticista) e lo stupratore pericoloso (in grado di uccidere), è una differenza di grado, non di genere.. Karpman riteneva anche che lo psicopatico sessuale,, attraverso il proprio comportamento, intendesse sfuggire inconsciamente ai propri impulsi incestuosi/omosessuali rimossi (periodo edipico). Anche Amir (1971) ha visto lo stupro come il prodotto di una nevrosi, una coazione a ripetere. Egli ha affermato che “[lo stupro] condivideva con il comportamento nevrotico quelle caratteristiche elaborate per la nevrosi ordinaria, il fatto di essere irresistibile, irrazionale, soggetto a coazione a ripetere, insaziabile”. Sigmund Freud vedeva le perversioni come il negativo delle nevrosi. Per lui, la perversione era un arresto ad uno stadio pregenitale o una regressione allo stesso stadio, ma senza repressione (nessuna repressione, nessuna nevrosi!). Egli, inoltre, pensava che lo stupro fosse una difesa contro l’incesto o l’omosessualità.

Gli stupratori attraversano spesso una crisi di identità quasi cronica, nonostante il loro comportamento mantenga un’aria di normalità (Hazelwood e Burgess, 1993). Hanno un background medio, crescono in una famiglia media e a volte dimostrano il comportamento di una persona raffinata, e sembrano adulti intelligenti, impegnati nel lavoro e parte di un contesto familiare. Comunque Hazelwood e Burgess (1993), hanno studiato un gruppo di stupratori costituito da “35 maschi bianchi, 5 maschi neri, e 1 ispanico… di età compresa tra i 23 e i 55 anni” (p. 147). Il loro sviluppo è risultato disfunzionale e “solo pochi di questi uomini descrivevano relazioni strette sia con il padre che con la madre, un significativo numero di loro erano stati istituzionalizzati ad un certo punto dell’adolescenza, ed un’ampia proporzione di loro riferiva di avere subito abusi sessuali da bambino o da adolescente”

Il background degli stupratori visto nella nostra esperienza clinica è del tutto simile a quanto descritto da Hazelwood e Burgess, e la discrepanza che a volte si osserva tra il modo esteriore di presentarsi e le loro caratteristiche personali può essere attribuita al diverso background socio – economico. Noi abbiamo riscontrato che questi soggetti non sempre tendono ad isolarsi, e che pur avendo a volte un livello limitato di educazione formale sono intelligenti e spesso molto astuti. Comunque, si tratta sovente di disoccupati, che fanno uso di droga e alcool e che di conseguenza abbandonano moglie e figli o sono abbandonati da loro. […] quando scelgono una vittima,, nella maggioranza dei casi un’estranea, essi sono particolarmente abili nell’approfittare seduta stante della prossimità della donna. Le vittime sono spesso aggredite lungo la strada […]

Alcuni stupratori pedinano le loro vittime, studiandone le abitudini e cercando di scoprirne i possibili lati deboli; altre volte agiscono in gruppi, le cosiddette gang. […]

Il fatto che lo stupratore sia sposato o meno o possa vivere una relazione sessuale consensuale non ha alcuna correlazione con il suo acting out sessuale (stupro). Purtuttavia, molti degli stupratori da noi esaminati si lamentano di un rapporto insoddisfacente, sia sessuale che non sessuale, con la propria moglie o compagna.

In una analisi statistica del 1993, Hazelwood e Burgess hanno trovato che il 71% degli stupratori era stato precedentemente sposato, il 76% aveva subito abusi sessuali nell’infanzia, il 54% aveva un impegno stabile, il 51% aveva prestato servizio nelle forze armate, il 52% aveva un QI superiore alla media e il 36% apprezzava la pornografia. I soggetti da loro presi in considerazione avevano alti punteggi alla scala dello stupro e delle aggressioni sessuali. Inoltre, erano disinvolti, in grado di relazionarsi facilmente con altre persone, ma avevano una certa tendenza ad assumere un ruolo dominante nella relazione. La descrizione di questi autori di molestie assomiglia a quella dello psicopatico, per i modi disinvolti, il bel modo di presentarsi, avente lo scopo precipuo di ottenere ciò che vuole, senza riguardo per l’altro, la vittima/oggetto del suo interesse sessuale, una vittima che egli intende dominare con la sua forza fisica.

Un lato interessante dello studio di Hazelwood e Burgess è la risposta degli stupratori alle domande poste loro su chi fosse la figura genitoriale dominante in famiglia durante la loro adolescenza: venti di questi dissero che era stata la madre (il 50%), 16 di loro (il 40%) il padre, e 4 (il 10%) qualche altra persona adulta. Questo potrebbe sostenere l’ipotesi che la loro rabbia nei confronti delle donne possa avere origine da una relazione ambivalente, disadattiva con la madre. Infatti, la loro relazione con la madre era descritta come “calda e stretta in 14 casi (il 36%), variabile in 12 (il31%), fredda, distante in 2 casi (il 5%), disattenta, indifferente in 4 casi (il 10%), e ostile, aggressiva in 7 casi (il 18%). Il padre veniva visto come freddo e distante da 12 stupratori (il 31%), variabile da 10 di loro (il 26%) e caldo e stretto solo in 14 casi (il36%). Il tasso di abuso psicologico e sessuale da loro riportato durante la crescita era davvero frequente – il 73% e il 76%, rispettivamente. In un esame dettagliato di quarantuno uomini responsabili di violenza sessuale nei confronti di ben 837 vittime, Hazelwood e Warren (1993) hanno affermato che le trasgressioni sessuali di questi stupratori erano “premeditate dal primo all’ultimo stupro” in una percentuale che va dal 55 al 61% mentre dal 15 al 22% dei casi la violenza era susseguente ad un atto impulsivo e, dal 22 al 24% er

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