Psicoterapia

BIOFEEDBACK: PSICOTERAPIA E TECNOLOGIA

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                          BIOFEEDBACK: PSICOTERAPIA E TECNOLOGIA

 

Il termine Biofeedback (BF) deriva dall’inglese biological feedback, cioè informazione di ritorno di una funzione biologica e con esso ci si riferisce a un metodo, così come a una tecnologia, utili allo sviluppo dell’autoconoscenza. Il BF può essere anche considerato come una forma di educazione psicofisiologica, di terapia o di procedura per la facilitazione dell’apprendimento di abilità autoregolatorie, finalizzate al miglioramento della salute, della performance e della qualità di vita.

La pratica del BF prevede l’utilizzo di moderne apparecchiature connesse ad un computer che, attraverso sensori messi a contatto con la persona, amplificano, misurano, registrano e trasformano in informazione comprensibile una serie di parametri fisiologici, nonché le loro variazioni nel tempo. La gran parte di tali informazioni vengono restituite in tempo reale alla persona sotto forma di grafici, immagini o suoni (feedback visivi o sonori), diventando così, allo stesso tempo, guida, rinforzo e facilitazione all’apprendimento delle tecniche per l’autoregolazione cognitiva, emozionale e comportamentale (concentrazione, rilassamento, meditazione, visualizzazione, ecc…). Un'altra parte di informazioni, frutto di ulteriori elaborazioni dei dati, sono inoltre presentati sotto forma di sintesi per permettere una comprensione più globale delle dinamiche psicofisiche espresse dalla persona durante la sessione di training.

Le informazioni che vengono restituite a chi si sottopone al BF o al Neurofeedback (NF) possono essere di diversi tipi, si va da quelle che informano su aspetti più circoscritti del funzionamento, quali l’attività elettromiografica (EMG), la temperatura cutanea periferica (TC), l’attività respiratoria, la frequenza cardiaca (HR), a quelli che danno indicazioni più globali sul funzionamento psicofisico, come la l’attività elettrica della pelle (EDA), la variabilità del ritmo cardiaco (HRV), la coerenza cardiaca o psicofisiologica, la coerenza cerebrale intra/inter emisferica.

Il terapeuta sceglie di volta in volta quali parametri rilevare, in base alla situazione o alle necessità della persona, per integrarli poi con altri elementi acquisiti durante i colloqui o eventuali test. Così il terapeuta, attraverso la valutazione di questo quadro d’informazioni iniziale, si forma una idea complessiva della natura del problema, delle caratteristiche di personalità e del funzionamento psicofisico della persona. Tale operazione permette di individuare, proporre e concordare una o più linee di lavoro, che potranno essere confermate o modificate sulla base di ulteriori informazioni emergenti dal processo terapeutico in evoluzione.

L’utilizzo di questi strumenti e procedure all’interno di un percorso psicoterapeutico, oltre a introdurre un elemento di oggettività, può rivelarsi particolarmente utile per i seguenti motivi:

· crea senso di autoefficacia, perché fa sviluppare nella persona che lo utilizza, la consapevolezza di poter modificare il proprio funzionamento psicofisico nella direzione desiderata;

· può portare alla riduzione/scomparsa dei sintomi in tempi più brevi, perché facilitare l’apprendimento di capacità autoregolatorie permette un accesso più diretto al proprio funzionamento psicofisico, rispetto al solo impiego terapeutico di parola e relazione, con i quali, generalmente, si hanno effetti sui sintomi più dilazionati nel tempo, quando ci sono;

· convince gli scettici, cioè coloro che non credono veramente nella possibilità di influenzare il funzionamento del corpo con l’uso della mente; infatti, rimangono sorpresi quando vedono, nel feedback restituito dal display, che respirare con certe modalità, reagire emotivamente a determinati stimoli verbali o spostare l’attenzione da uno stato emozionale negativo a uno positivo, produce significative variazioni dei parametri fisiologici in tempo reale;

· rende visibile l’invisibile, infatti, di solito non ci si accorge delle innumerevoli e sottili modificazioni che avvengono costantemente sia nel nostro organismo, sia nei nostri stati emozionali, a meno che non si amplifichino opportunamente e con le giuste strumentazioni alcuni indicatori fisiologici ad essi collegati, portando al di sopra della soglia di consapevolezza quanto sta avvenendo in aree di sé difficilmente accessibili;

· rafforza la motivazione al lavoro terapeutico, perché permette di monitorare, entro certi limiti, l’evoluzione del processo terapeutico rendendo più partecipe la persona dei suoi cambiamenti;

 Ormai tutti sanno che esiste una relazione inscindibile fra la mente e il corpo, ma spesso si rivela una conoscenza molto labile, acquisita solo perché si è sentito ripetere di frequente questo concetto e non perché sia realmente radicata nella propria esperienza. Quando le persone si trovano alla prova dei fatti e si ammalano, la convinzione di poter esercitare un’influenza sul corpo attraverso l’uso della mente, si sgretola sotto il peso delle proprie paure. Prevale l’idea, in breve, che il rimedio debba essere altrettanto “concreto” quanto lo sono la sofferenza, il dolore e le limitazioni che si sperimentano. Il farmaco, innanzitutto e nella maggioranza dei casi, viene pensato come prima soluzione, perché è costituito da sostanza tangibile di cui non si può negare l’esistenza, a differenza della mente che, nonostante se ne parli molto, rimane ancora qualcosa di nebuloso, astratto e misterioso. In secondo luogo, le medicine richiedono uno sforzo minimo per la loro assunzione favorendo l’adozione di un ruolo passivo nella terapia, in fin dei conti, i principi attivi in esse contenuti sono di comprovata efficacia e, una volta introdotti nell’organismo, fanno loro tutto il lavoro, senza che siano richiesti alla persona grandi cambiamenti del proprio stile di vita.

Il Biofeedback, dal canto suo, possiede anch’esso dei “principi attivi” di natura diversa, ovviamente, ma intesi comunque come costituenti necessari per ottenere gli effetti terapeutici desiderati. Il metodo può esprimere al meglio la sua efficacia, per quanto riguarda la tecnologia, con:

· strumentazioni di qualità, che consentano una rilevazione accurata dei parametri fisiologici;

· informazioni restituite sotto le forme più adeguate ad essere comprese dalla persona, perché è attraverso il modo di interagire con esse che sviluppa la consapevolezza di poter influire sul proprio funzionamento psicofisico;

La persona, dal canto suo, se intende massimizzare le possibilità di ottenere i risultati desiderati, deve impegnarsi attivamente a:

· familiarizzare col significato delle informazioni che riceve dagli strumenti;

· praticare con regolarità quanto appreso nelle sedute di training anche fuori dal contesto terapeutico, nella vita di tutti i giorni;

· tenere alta la propria motivazione, anche con l’aiuto del terapeuta, per mantenere nel tempo la regolarità della pratica, sia quella in studio, sia quella a casa;

· consolidare progressivamente la propria convinzione, soprattutto se non ce n’è molta sin dall’inizio, riguardo l’utilità e l’efficacia delle tecniche che sta applicando;

 

Il terapeuta dovrebbe essere dotato di alcune caratteristiche fondamentali, quali:

· avere acquisito, non solo una buona conoscenza delle tecniche che propone, ma anche la loro padronanza attraverso una pratica personale;

· avere maturato una profonda convinzione nell’utilità e nell’efficacia del metodo che suggerisce e, allo stesso tempo, deve riuscire a trasmettere tutto ciò nel modo più efficace e adeguato alla persona che ha di fronte.

Quando sono presenti tutte queste condizioni, il processo terapeutico relativo all’uso del biofeedback esprime la sua massima efficacia, ma se dovesse mancare anche solo una di dette condizioni, questa potrebbe ridursi in modo significativo.

La AAPB (Association for Applied Psychophysiology & Biofeedback) riconosce, come criterio di efficacia per questo trattamento, una classificazione a 5 livelli (Moss e Gunkelman, 2002), nella quale, fra i disturbi clinici in cui si possono ottenere i migliori risultati, compaiono: disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, attacchi di panico, fobie, ecc..), cefalee tensive (adulti), emicrania (adulti), ADHD, ipertensione, dolore cronico, costipazione e, in misura minore, insonnia e artriti. Esiste anche un impiego, a più ampio raggio, rivolto alle persone con malattie stress-correlate, in cui si possono ottenere significativi miglioramenti delle loro complesse condizioni psicofisiche, generalmente collegate a tali patologie e ai relativi trattamenti medici. Il BF, tuttavia, esprime la sua efficacia e utilità, non solo nelle condizioni patologiche, ma anche in quelle relative ai soggetti sani. Promozione della salute e del benessere, perfezionamento della performance sportiva o professionale, acquisizione di abilità psicologiche per l’autoregolazione emozionale e la gestione efficace degli eventi stressanti (life skills) e sviluppo delle capacità introspettive necessarie alla personale ricerca spirituale, sono tutte aree in cui il metodo può dimostrare tutta la sua versatilità e trasversalità.

Il BF può essere usato in modo indipendente, ma è solitamente impiegato in associazione con altre terapie o tecniche appartenenti ad aree professionali molto diverse fra loro.

E’ un metodo dotato di notevoli potenzialità, alcune senza dubbio non ancora scoperte, ma tuttavia molte di loro sono lì, in attesa di essere espresse attraverso l’impegno, la curiosità, la convinzione e la perseveranza di chi si accinge a farne uso.

Certo, proprio questo aspetto può rappresentare il suo più grande limite, perché, la persona che decide di avvalersi di questo training, deve avere alcune caratteristiche di fondo e deve essere disponibile a mobilitare una buona parte di risorse personali per trarne beneficio.

I risultati, il più delle volte, sono proporzionali alla misura in cui la persona si applica, persevera nella pratica e acquisisce padronanza delle tecniche. Non è un approccio adatto per chi vuole ottenere risultati passivamente, ma lo è per quelle persone che sono disposte a pagare il prezzo di una partecipazione attiva, per migliorare la conoscenza del proprio funzionamento e per acquisire, una volta per tutte, quella padronanza di sé che farà sempre la differenza quando si troveranno di fronte alle difficoltà future.

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