Psicoterapia

Narcisismo sano e Narcisismo Patologico: Come Distinguerli ?

13 Gennaio 2021

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Una certa dose di amor proprio è non solo normale, ma per alcuni versi è certamente anche auspicabile. Un sano amor proprio costituisce con ogni probabilità quella base psicologica che permette il rispetto delle proprie inclinazioni, passioni, idee e sensibilità. Capire quando questo amor proprio, questo investimento su di sé, si trasforma dà salutare base psichica in narcisismo patologico non è per nulla semplice. Per varie ragioni. In primo luogo alcuni comportamenti, osservati in talune persone, possono avvicinarsi decisamente a forme di narcisismo patologico, mentre in altre persone lo stesso comportamento pare molto più prossimo al sano narcisismo di cui parlavamo poc’anzi. Immaginiamo per esempio un diciasettenne che trascorre un’ora davanti allo specchio per “aggiustarsi” la pettinatura: più o meno tutti tenderemmo a guardarlo con occhio bonario e a giudicare tanta vanità in linea con l’età. Se ora immaginassimo lo stesso scenario, ma con un trentottenne per protagonista, resteremmo a dire poco basiti da questo eccessivo investimento psichico su di sé.  Questo piccolo e modesto esempio testimonia come sia difficile parlare di narcisismo patologico in termini assoluti, perché nel momento in cui si affronta tale tematica non si può prescindere dal considerare anche la fase evolutiva in cui si trova una determinata persona.

In secondo luogo, come hanno osservato diversi autori quali Lasch (1979) e Rinsley (1984), noi viviamo immersi in una cultura narcisistica. La nostra è la società dell’immagine e spesso si tende, se si preferisce tendiamo, a collegare un pochino ingenuamente la possibilità di consumare beni materiali con l’essere felici e soddisfatti di sé. Vecchiaia e Morte paiono banditi dal discorso pubblico, non a caso i chirurghi plastici vedono i loro volumi d’affari viaggiare a gonfie vele. I media propongono, più o meno volutamente, come valori per eccellenza la bellezza, il successo, il denaro e il potere. In aggiunta, inoltre, senza prestare particolare attenzione al come il tutto viene raggiunto. Premesso questo ambiente culturale, afferma Glen Gabbard che “è spesso problematico determinare quali tratti indichino un disturbo di personalità narcisistico e quali tratti siano dei semplici adattamenti culturali” (Gabbard, 2002, pag. 468).
Considerato tutto ciò, le differenze evolutive, le influenze culturali, come possiamo distinguere tra un narcisismo sano ed uno patologico?

A tal proposito è molto utile ricorrere al mito per cogliere l’essenza del narcisismo. Nelle “Metamorfosi” Ovidio ci racconta la storia di Narciso. Nella leggenda, Eco, una ninfa dei monti, si innamorò di un giovane vanitoso di nome Narciso, figlio di Cefiso, una divinità fluviale, e della ninfa Liriope. Il ragazzo era di una eccezionale bellezza. In realtà, fin da bambino, lo era sempre stato. Era sempre stato così particolare che la madre stessa, Liriope, preoccupata che tanto fascino potesse comprometterne il futuro, sentì l’esigenza di consultare il profeta Tiresia, il quale non poté fare a meno di predirle che Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia “se non avesse mai conosciuto sé stesso.”
Quando Narciso ebbe raggiunto il sedicesimo anno di età, era ormai un ragazzo di tale bellezza che ogni cittadino, donna o uomo, vecchio o giovane, si innamorava di lui, ma Narciso, pieno di orgoglio, respingeva tutti. Un giorno, mentre era impegnato nel cacciare cervi, la ninfa Eco furtivamente seguì il bel giovane tra i boschi desiderosa di rivolgergli la parola. Incapace tuttavia di parlare per prima perché costretta dà una precedente punizione inflittale da Giunone a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le veniva detto, usò la furbizia per avvicinarsi a Narciso. Quest’ultimo, sentendo dei passi non lontani gridava: “Chi è là?”, ed Eco rispondeva: “Chi è là?” e così continuò per un pochino finché Eco non si mostrò per correre ad abbracciare il bel giovane. Narciso, di getto, allontanò immediatamente in malo modo la ninfa intimandole di lasciarlo solo. Eco, con il cuore spezzato, trascorse il resto delle sue giornate in valli solitarie, gemendo per il suo amore non corrisposto, finché di lei non rimase che la sola voce. Nemesi, ascoltando questi lamenti, decise di punire il crudele Narciso. Il ragazzo, mentre era nel bosco, si imbatté in una pozza profonda e si inclinò su di essa per bere. Non appena vide per la prima volta nella sua vita la sua immagine riflessa, si innamorò perdutamente del bel ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto che era egli stesso. Solo dopo un po’ si accorse che l’immagine che vedeva riflessa non era altro che la sua stessa immagine, e comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore si lasciò morire struggendosi inutilmente. Si realizzava così la profezia anticipata anni prima da Tiresia.

Analizzando la figura di Narciso da un punto di vista psicologico, possiamo notare come egli non riesca a separarsi dalla propria immagine. Non riesce ad aprirsi all’Altro. Per il poeta simbolista Rimbaud la soggettività si struttura nel momento in cui si entra in relazione profonda con l’Altro: l’Altro con la sua diversità apre squarci sul nostro mondo interno, sulla nostra ricchezza interiore e sulla nostra vulnerabilità. Nell’Altro possiamo specchiarci, conoscerci, con l’Altro possiamo essere posti in condizione di vedere i nostri limiti e le nostre fragilità. E forse è proprio questa fragilità che il narcisista patologico non può tollerare in sé.

Sia permesso un esempio. Pensiamo ad una situazione che può essere capitata a quasi tutti: vedere la propria storia sentimentale che termina con l’essere lasciati. Un qualcosa che inevitabilmente fa soffrire, che ferisce, che suscita un dolore anche intenso. Un qualcosa che spesso genera paura, senso di abbandono, rabbia verso l’ex partner, solitudine, senso di ingiustizia legato al non ritenere di meritare tutto ciò, senso di tradimento di un patto che aleggiava nell’aria e per aver visto delusa la fiducia che si era riposta nell’altra persona. Un qualcosa che genera anche senso di inadeguatezza, perché quasi sempre, soprattutto in un secondo momento, ci si chiede spaventati e inquieti: “Sono io che sono sbagliato/a? “, “Sono io che non vado bene?”. Un qualcosa che scuote la personalità fin nelle fondamenta perché costituisce una profonda ferita dell’amor proprio. Un qualcosa che destabilizza, ma allo stesso tempo anche un qualcosa da cui si può ripartire, che può favorire la possibilità di mettersi in gioco, che può aiutare ad evolversi e a crescere. Bene, nella variante malsana del narcisismo tutto ciò non accade: per l’Altro c’è solo un sussiegoso disprezzo ed una svalutazione costante e sprezzante. Nel narcisismo patologico l’Altro non costituisce una perdita, perché l’Altro non è importante. O, per essere più precisi, ne viene negata l’importanza. Ma negare l’Altro significa negare sé stessi, perché l’Altro ci aiuta a capire chi realmente siamo. Anche il Narciso mitologico non riesce a far ciò perché rifiuta l’Altro sotto qualsiasi veste gli si presenti e rimane psicologicamente attaccato alla sua immagine di superficie.
In estrema sintesi possiamo quindi dire che il narcisismo patologico di un individuo lo possiamo cogliere dalla qualità delle sue relazioni interpersonali e dalla tendenza a non stabilire un rapporto profondo con il proprio mondo interno. 

Il narcisista patologico non riesce ad amare, ne è di fatto incapace. L’individuo con disturbo narcisistico di personalità, a differenza del Narciso di Ovidio, non rifiuta gli altri, ma per usare una felice espressione di Gabbard tende a trattarli come “oggetti da usare e abbandonare secondo i propri bisogni narcisistici, incurante dei loro sentimenti.” (Gabbard, 2002, pag. 469). Una persona con narcisismo sano ha una forma di amore positivo per sé stessa, nel senso che è in grado di prestare la giusta attenzione alle sue esigenze psichiche, ma nutre la stessa forma di amore per l’Altro. In una relazione sana è presente empatia, la preoccupazione per i sentimenti del/della partner, un autentico interesse per le sue idee, una certa capacità di tollerare l’ambivalenza dei propri sentimenti, un saper essere compagno/a dell’Altro. In una relazione narcisisticamente sana talvolta ci si serve dell’Altro per la gratificazione dei propri bisogni, ma tendenzialmente ciò accade all’interno di una relazione connotata da sensibilità e profondo rispetto per la specifica individualità dell’Altro. In altre parole, una persona con narcisismo patologico si caratterizza per il non riuscire a vedere l’Altro come separato da sé, e allo stesso tempo per il non riuscire a vedere che l’apparenza di sé stesso.

 Una certa dose di amor proprio è non solo normale, ma per alcuni versi è certamente anche auspicabile. Un sano amor proprio costituisce con ogni probabilità quella base psicologica che permette il rispetto delle proprie inclinazioni, passioni, idee e sensibilità. Capire quando questo amor proprio, questo investimento su di sé, si trasforma dà salutare base psichica in narcisismo patologico non è per nulla semplice. Per varie ragioni. In primo luogo alcuni comportamenti, osservati in talune persone, possono avvicinarsi decisamente a forme di narcisismo patologico, mentre in altre persone lo stesso comportamento pare molto più prossimo al sano narcisismo di cui parlavamo poc’anzi. Immaginiamo per esempio un diciasettenne che trascorre un’ora davanti allo specchio per “aggiustarsi” la pettinatura: più o meno tutti tenderemmo a guardarlo con occhio bonario e a giudicare tanta vanità in linea con l’età. Se ora immaginassimo lo stesso scenario, ma con un trentottenne per protagonista, resteremmo a dire poco basiti da questo eccessivo investimento psichico su di sé.  Questo piccolo e modesto esempio testimonia come sia difficile parlare di narcisismo patologico in termini assoluti, perché nel momento in cui si affronta tale tematica non si può prescindere dal considerare anche la fase evolutiva in cui si trova una determinata persona.


In secondo luogo, come hanno osservato diversi autori quali Lasch (1979) e Rinsley (1984), noi viviamo immersi in una cultura narcisistica. La nostra è la società dell’immagine e spesso si tende, se si preferisce tendiamo, a collegare un pochino ingenuamente la possibilità di consumare beni materiali con l’essere felici e soddisfatti di sé. Vecchiaia e Morte paiono banditi dal discorso pubblico, non a caso i chirurghi plastici vedono i loro volumi d’affari viaggiare a gonfie vele. I media propongono, più o meno volutamente, come valori per eccellenza la bellezza, il successo, il denaro e il potere. In aggiunta, inoltre, senza prestare particolare attenzione al come il tutto viene raggiunto. Premesso questo ambiente culturale, afferma Glen Gabbard che “è spesso problematico determinare quali tratti indichino un disturbo di personalità narcisistico e quali tratti siano dei semplici adattamenti culturali” (Gabbard, 2002, pag. 468).
Considerato tutto ciò, le differenze evolutive, le influenze culturali, come possiamo distinguere tra un narcisismo sano ed uno patologico?


A tal proposito è molto utile ricorrere al mito per cogliere l’essenza del narcisismo. Nelle “Metamorfosi” Ovidio ci racconta la storia di Narciso. Nella leggenda, Eco, una ninfa dei monti, si innamorò di un giovane vanitoso di nome Narciso, figlio di Cefiso, una divinità fluviale, e della ninfa Liriope. Il ragazzo era di una eccezionale bellezza. In realtà, fin da bambino, lo era sempre stato. Era sempre stato così particolare che la madre stessa, Liriope, preoccupata che tanto fascino potesse comprometterne il futuro, sentì l’esigenza di consultare il profeta Tiresia, il quale non poté fare a meno di predirle che Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia “se non avesse mai conosciuto sé stesso.”
 Quando Narciso ebbe raggiunto il sedicesimo anno di età, era ormai un ragazzo di tale bellezza che ogni cittadino, donna o uomo, vecchio o giovane, si innamorava di lui, ma Narciso, pieno di orgoglio, respingeva tutti. Un giorno, mentre era impegnato nel cacciare cervi, la ninfa Eco furtivamente seguì il bel giovane tra i boschi desiderosa di rivolgergli la parola. Incapace tuttavia di parlare per prima perché costretta dà una precedente punizione inflittale da Giunone a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le veniva detto, usò la furbizia per avvicinarsi a Narciso. Quest’ultimo, sentendo dei passi non lontani gridava: “Chi è là?”, ed Eco rispondeva: “Chi è là?” e così continuò per un pochino finché Eco non si mostrò per correre ad abbracciare il bel giovane. Narciso, di getto, allontanò immediatamente in malo modo la ninfa intimandole di lasciarlo solo. Eco, con il cuore spezzato, trascorse il resto delle sue giornate in valli solitarie, gemendo per il suo amore non corrisposto, finché di lei non rimase che la sola voce. Nemesi, ascoltando questi lamenti, decise di punire il crudele Narciso. Il ragazzo, mentre era nel bosco, si imbatté in una pozza profonda e si inclinò su di essa per bere. Non appena vide per la prima volta nella sua vita la sua immagine riflessa, si innamorò perdutamente del bel ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto che era egli stesso. Solo dopo un po’ si accorse che l’immagine che vedeva riflessa non era altro che la sua stessa immagine, e comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore si lasciò morire struggendosi inutilmente. Si realizzava così la profezia anticipata anni prima da Tiresia.

Analizzando la figura di Narciso da un punto di vista psicologico, possiamo notare come egli non riesca a separarsi dalla propria immagine. Non riesce ad aprirsi all’Altro. Per il poeta simbolista Rimbaud la soggettività si struttura nel momento in cui si entra in relazione profonda con l’Altro: l’Altro con la sua diversità apre squarci sul nostro mondo interno, sulla nostra ricchezza interiore e sulla nostra vulnerabilità. Nell’Altro possiamo specchiarci, conoscerci, con l’Altro possiamo essere posti in condizione di vedere i nostri limiti e le nostre fragilità. E forse è proprio questa fragilità che il narcisista patologico non può tollerare in sé.

Sia permesso un esempio. Pensiamo ad una situazione che può essere capitata a quasi tutti: vedere la propria storia sentimentale che termina con l’essere lasciati. Un qualcosa che inevitabilmente fa soffrire, che ferisce, che suscita un dolore anche intenso. Un qualcosa che spesso genera paura, senso di abbandono, rabbia verso l’ex partner, solitudine, senso di ingiustizia legato al non ritenere di meritare tutto ciò, senso di tradimento di un patto che aleggiava nell’aria e per aver visto delusa la fiducia che si era riposta nell’altra persona. Un qualcosa che genera anche senso di inadeguatezza, perché quasi sempre, soprattutto in un secondo momento, ci si chiede spaventati e inquieti: “Sono io che sono sbagliato/a? “, “Sono io che non vado bene?”. Un qualcosa che scuote la personalità fin nelle fondamenta perché costituisce una profonda ferita dell’amor proprio. Un qualcosa che destabilizza, ma allo stesso tempo anche un qualcosa da cui si può ripartire, che può favorire la possibilità di mettersi in gioco, che può aiutare ad evolversi e a crescere. Bene, nella variante malsana del narcisismo tutto ciò non accade: per l’Altro c’è solo un sussiegoso disprezzo ed una svalutazione costante e sprezzante. Nel narcisismo patologico l’Altro non costituisce una perdita, perché l’Altro non è importante. O, per essere più precisi, ne viene negata l’importanza. Ma negare l’Altro significa negare sé stessi, perché l’Altro ci aiuta a capire chi realmente siamo. Anche il Narciso mitologico non riesce a far ciò perché rifiuta l’Altro sotto qualsiasi veste gli si presenti e rimane psicologicamente attaccato alla sua immagine di superficie.
In estrema sintesi possiamo quindi dire che il narcisismo patologico di un individuo lo possiamo cogliere dalla qualità delle sue relazioni interpersonali e dalla tendenza a non stabilire un rapporto profondo con il proprio mondo interno. 

Il narcisista patologico non riesce ad amare, ne è di fatto incapace. L’individuo con disturbo narcisistico di personalità, a differenza del Narciso di Ovidio, non rifiuta gli altri, ma per usare una felice espressione di Gabbard tende a trattarli come “oggetti da usare e abbandonare secondo i propri bisogni narcisistici, incurante dei loro sentimenti.” (Gabbard, 2002, pag. 469). Una persona con narcisismo sano ha una forma di amore positivo per sé stessa, nel senso che è in grado di prestare la giusta attenzione alle sue esigenze psichiche, ma nutre la stessa forma di amore per l’Altro. In una relazione sana è presente empatia, la preoccupazione per i sentimenti del/della partner, un autentico interesse per le sue idee, una certa capacità di tollerare l’ambivalenza dei propri sentimenti, un saper essere compagno/a dell’Altro. In una relazione narcisisticamente sana talvolta ci si serve dell’Altro per la gratificazione dei propri bisogni, ma tendenzialmente ciò accade all’interno di una relazione connotata da sensibilità e profondo rispetto per la specifica individualità dell’Altro. In altre parole, una persona con narcisismo patologico si caratterizza per il non riuscire a vedere l’Altro come separato da sé, e allo stesso tempo per il non riuscire a vedere che l’apparenza di sé stesso.

 

Bibliografia:

G. Gabbard (2002): “Psichiatria Psicodinamica”, Raffaello Cortina Editore.

C. Lasch (1979): “La cultura del Narcisismo”, Bompiani.

Ovidio (2013): “Le Metamorfosi”, edizione curata dalla Newton Compton Editori

Rinsley (1984): “A comparision of borderline and narcisistic personality disorder”. Bulletin of the Menninger Clinc, 48 (1), 1-9. 

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