Voce del verbo curare

Le lingue cambiano velocemente, e con esse i significati che diamo alle parole.
Tra quelle che più interessano il mio ambito professionale c'è il termine curare.
La sua derivazione è latina ed esso indica innanzitutto il riguardo, l’interessamento attento e sollecito, ma in un registro più elevato è anche la preoccupazione, l’affanno.
Alcuni etimologisti lo fanno derivare dalla parola "cor", ossia cuore, il che fa presupporre che nel termine è implicita non solo l'attenzione, ma un aspetto più emotivo, affettuoso, che richiede partecipazione.
La cura quindi non solo si interessa, ma partecipa. Questo si vede quando "hai cura di me", ma anche quando "faccio un lavoro con cura", quando "sarà mia cura avvisarti".
Ad oggi spesso il significato che viene dato alla cura ha delle sfumature po' ambigue: ciò che non risponde ad una norma prestabilito deve essere "curato". Chi mostra un comportamento non allineato ha bisogno di "cura".
Come dice Hillman, il fondatore della cosiddetta psicologia archetipica, ciò che non viene compreso, si cerca di curarlo. Ossia di adattarlo a delle categorie di pensiero e di essere che noi sentiamo giuste. Giuste perché appartengono a noi.
Questo va a deformare il significato originario che il termine porta in sé. Se curare significa attenzione, sollecitudine ed è collegabile alla stessa radice di "cuore", allora è difficile riuscire a coniugare una partecipazione ed un interessamento sollecito ed affettuoso con delle manovre che presuppongono il cambiamento dell'altro.
Amare, prendersi cura, significa innanzitutto accogliere l'altro così com'è.
Se non si è in grado di fare ciò, è impossibile curare.
Ed è questa la forma di cura su cui si basa la psicoterapia. Si accoglie l'altro così com'è, si accetta il modo in cui ha deciso di vivere la sua vita.
Non si cerca di cambiare, ma di mostrare un sollecito interesse per le sue vicende di vita.
E lo si ringrazia sempre, perché raccontare la propria intimità non è mai semplice. E quando avviene, è sempre un dono che viene fatto.

Curare quindi, in termini psicoterapici, ha a che fare anche con la fiducia. La fiducia che l'altro, con le sue risorse, i suoi limiti, i suoi desideri e le sue paure, sappia cosa è meglio per sé. E che noi siamo lì per aiutarlo a scoprire una verità che è già insita nel suo modo di essere e di stare nel mondo.

Non c'è nulla da aggiungere, nulla da modificare. Nulla di sbagliato. Tutto ciò che fa parte della propria personale vicenda umana ha un senso ed uno scopo. E nulla di ciò che è accaduto ha effetti irreparabili. 

Per cui, curare significa anche accompagnare l'altro a vedere ciò che gli è capitato da una prospettiva diversa, affinché abbia il potere non di riscrivere il suo passato - cosa, ovviamente, impossibile - ma di rifondare le basi del suo futuro.

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Dott.ssaIrina Boscagli

Psicologo, Psicoterapeuta - Prato - Firenze

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