Siamo ormai abituati a considerare l’essere umano come un organismo in costante evoluzione, formato da una parte biologica e da una parte prettamente sociale, che subisce l’influenza del contesto in cui vive.
Anche il Professor Truett Anderson, nelle sue numerose conferenze scientifiche, parla di un cambiamento che avviene non per semplice causa-effetto, ma attraverso l’interconnessione di diversi contesti in cui l’uomo è inserito.
Il progresso tecnologico ha condotto l’essere umano dal vivere esclusivamente all’interno della propria cultura di appartenenza all’esplorare contesti culturali completamente diversi, anche senza muoversi da casa.
Se in passato l’uomo primitivo non aveva idea di cosa avvenisse in un altro continente, l’uomo moderno è costantemente informato su ciò che avviene intorno a lui, anche a molti chilometri di distanza.
Con l’aiuto di migliaia di satelliti che orbitano intorno al nostro pianeta, abbiamo una visione chiara di quanto accade intorno a noi, ma anche di ciò che accadrà, valutando gli esiti di certe modificazioni ambientali in corso.
Già il chimico svedese Svante Arrhenius, in un’ottica puramente locale, aveva postulato che l’emissione crescente di gas, come la CO₂, in atmosfera, avrebbe determinato un innalzamento della temperatura media superficiale del nostro pianeta, sviluppando la cosiddetta “teoria dei gas serra” all’inizio del 1900.
Oggi, nell’ottica globale che abbiamo a disposizione, possiamo prevedere esiti a media e lunga scadenza, dannosi sia per l’agricoltura che per la salute dell’essere umano.
A questo proposito, un altro chimico, il Premio Nobel Paul Crutzen, ha coniato il termine “Antropocene”, ossia quell’età che fa seguito all’Olocene, in cui possiamo notare l’impatto dell’essere umano sul pianeta e il cambiamento climatico antropogenico ne ha segnato l’inizio in maniera evidente.
I cambiamenti climatici riguardano tutto il nostro pianeta, ma l’uomo ha prodotto parallelamente altri effetti molto nocivi come l’inquinamento degli oceani, l’impoverimento del terreno a causa di pratiche agricole scorrette, l’estinzione di molte specie animali, l’erosione del suolo come causa dell’eccessiva urbanizzazione, ecc.
L’atmosfera terrestre, con i suoi pochi chilometri di spessore, è un sistema naturale che protegge tutte le forme di vita dalle condizioni ostili dello spazio.
Problemi come il riscaldamento globale, la deforestazione e la perdita progressiva della biodiversità non sono questioni puramente teoriche, ma sono il sintomo della nostra totale disconnessione con il pianeta in cui viviamo.
Incapaci di riconoscere la dimensione interconnessa dello spazio in cui siamo immersi e biologicamente integrati, non capiamo l’importanza di porre la salute dell’ambiente come priorità rispetto ad altre questioni politiche e morali.
Questa catastrofe silente, che prosegue nella consapevolezza ormai quasi generale, tende a determinare tre tipi di reazioni a livello psicologico, secondo Anderson, estremamente pericolose per chi le produce e per chi ne subisce le conseguenze: negazione, vendetta, angoscia.
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La negazione è il principale meccanismo di difesa del nostro equilibrio interno che operiamo rispetto a questa preoccupante situazione.
Freud descriveva il meccanismo della negazione come il rifiuto di accettare la realtà di un certo evento, nonostante la presenza di prove evidenti, e ciò rappresenta un grande ostacolo al cambiamento responsabile dell’individuo.
La negazione serve a gestire il fenomeno della dissonanza cognitiva, cioè quella discrepanza che c’è tra una nostra convinzione e un comportamento visibile, che sono in aperta contraddizione tra di loro.
Questo meccanismo cognitivo consente di ricostruire una narrazione dei fatti che non faccia emergere quegli aspetti che per la persona sono spaventosi.
Di conseguenza, l’essere umano continua ad agire come ha sempre fatto, ignorando gli effetti dannosi del suo comportamento.
- Un’altra reazione che si verifica, più frequentemente negli uomini, è la vendetta e possiamo osservarla attraverso tutti gli atti di terrorismo che spesso vanno sotto la denominazione “eco-”.
La gravità sta nel fatto che spesso le persone si riuniscono in gruppi (come il movimento Earth First! oppure il Fronte di Liberazione della Terra), il cui obiettivo è la distruzione dei campi in cui si coltivano i prodotti geneticamente modificati, ma anche l’avversione verso i veicoli ad alta emissione di CO₂, le residenze extralusso, ecc.
Queste associazioni si giustificano in quanto i loro attacchi non riguardano le persone, ma il loro stile di vita, cosa non sempre appurabile.
Oltre a specifiche associazioni, nel corso degli anni, anche singoli individui si sono attivati con lo stesso spirito di vendetta, come Theodore Kaczynski, terrorista e anarchico statunitense, noto con il soprannome di Unabomber, che ha ucciso e ferito numerose persone attraverso pacchi postali esplosivi, animato dalla sua avversione verso la tecnologia.
- Infine, l’angoscia è il sentimento che viene sperimentato da coloro che vivono con estrema preoccupazione proprio a causa dell’effetto dei cambiamenti climatici sulla Terra.
Generalmente sono individui che cambiano il loro stile di vita per cercare di salvare il pianeta con il loro contributo, ma spingendosi fino al limite dell’ossessività.
Anderson ha citato persone che rovistano tra l’immondizia gettata dal vicino di casa per differenziare correttamente i rifiuti o che utilizzano la stessa raccolta di acqua nella vasca da bagno per la pulizia di tutti i componenti della famiglia.
In questi esempi risultano sproporzionati sia il sentimento di angoscia che la reazione comportamentale ad esso associata.
Quest’ultima reazione psicologica è più comune nei soggetti di sesso femminile ed è facilmente associabile al comportamento di controllo tipico dei disturbi alimentari, i quali iniziano comunemente con una dieta per perdere pochi chili e finiscono col produrre un controllo restrittivo esasperato e nocivo per la salute della persona in questione.
L’esposizione ai cambiamenti climatici, oltre a causare un rischio maggiore di mortalità, ha effetti negativi anche sulla nostra salute mentale.
Gli effetti possono declinare in forme di ansia, depressione e disturbo post-traumatico da stress, a causa dell’esperienza direttamente vissuta dal soggetto o descritta in modo “terroristico” dai mezzi di comunicazione.
Sempre più spesso oggi sentiamo parlare di “eco-ansia” o “ansia climatica” per indicare la crescente preoccupazione causata dalle minacce ecologiche che il nostro pianeta sta fronteggiando.
L’American Psychological Association (APA) nel 2017 ha cominciato a studiare il fenomeno, sostenendo che siano proprio i giovani della generazione Z a soffrire maggiormente del disturbo di eco-ansia, definito come una “paura cronica della rovina ambientale, associata ad un senso di perdita, mancanza di speranza e frustrazione dovuta all’incapacità di adattarsi al cambiamento climatico”.
Sempre secondo l’APA, questo disturbo sarà uno dei problemi futuri più importanti che causerà attacchi di panico, depressione e maggiore ideazione suicidaria.
Dal punto di vista psicologico, quindi, è importante comprendere cosa accade nella persona che reagisce in un modo irrazionale e come essa sta assimilando e rielaborando certe informazioni.
Come clinici, possiamo considerare questa specifica area critica un problema emergente su cui diventare più consapevoli per costruire valide e più concrete proposte di trattamento.
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