Ansia e sintomi fisici: quando il corpo accelera prima che tu capisca perché

Ansia e sintomi fisici: quando il corpo accelera prima che tu capisca perché

Sei alla cassa del supermercato.

Nel cestino ci sono pasta, detersivo e una confezione di yogurt che hai scelto con l’impegno morale normalmente riservato alle decisioni importanti.

Poi il cuore accelera.

Le mani diventano fredde.

Il respiro si accorcia.

La testa sembra leggermente vuota.

Ti guardi intorno: non c’è nessun pericolo evidente.

Eppure il corpo sembra aver ricevuto una circolare urgente che a te non è stata consegnata.

La domanda arriva subito dopo:

“Che cosa mi sta succedendo?”

È comprensibile. Contiene però un piccolo equivoco.

Tendiamo a immaginare che prima compaia un pensiero consapevole — “sono in pericolo” — e che soltanto dopo il corpo reagisca.

Nella realtà, percezione, memoria, contesto e segnali corporei lavorano contemporaneamente e molto rapidamente.

A volte l’attivazione fisica viene percepita prima che la mente riesca a costruirle una spiegazione.

Questo non rende il corpo un oracolo.

Lo rende un sistema di allerta: rapido, protettivo e non sempre preciso.

Perché l’ansia provoca sintomi fisici?

Quando l’organismo percepisce una possibile minaccia può mobilitare rapidamente energia.

Il battito accelera.

L’attenzione si restringe.

La respirazione cambia.

I muscoli si preparano all’azione.

Possono comparire sudorazione, tremore, tensione, nausea o sensazioni di instabilità.

Non è necessario che il pericolo sia già stato formulato in una frase cosciente.

Alla risposta possono contribuire molti elementi:

un rumore;

un’espressione;

un luogo associato a un’esperienza difficile;

stanchezza;

caffeina o altri stimolanti;

dolore;

stress lavorativo;

un conflitto rimasto sullo sfondo;

la somma di molte richieste.

Una metafora utile è quella del rilevatore di fumo.

Il suo compito è segnalare rapidamente qualcosa di potenzialmente importante, non condurre un’indagine completa.

Per questo può suonare davanti a un incendio.

Ma anche davanti al pane bruciato.

Se aspettasse la certezza notarile delle fiamme, sarebbe uno strumento molto preciso e piuttosto inutile.

Tachicardia e ansia: il corpo non basta per fare una diagnosi

Qui serve una distinzione importante.

Sintomi fisici nuovi, intensi, persistenti o preoccupanti meritano una valutazione sanitaria appropriata, soprattutto se non sono mai stati inquadrati.

Un articolo online non può stabilire la causa di tachicardia, vertigini, dolore, difficoltà respiratoria o altri sintomi.

L’attivazione corporea può comparire in condizioni psicologiche, mediche o legate a farmaci, sostanze e altri fattori.

Quando gli accertamenti appropriati non indicano un’emergenza o una causa medica che spieghi gli episodi, può diventare utile comprendere anche come la sensazione corporea e la sua interpretazione si alimentino reciprocamente.

Quando una sensazione diventa una minaccia

Sentire il cuore correre non equivale automaticamente ad avere paura.

Spesso il passaggio decisivo riguarda il significato che attribuiamo alla sensazione.

“Sto per svenire.”

“Sto perdendo il controllo.”

“Sta per succedere qualcosa.”

“Non riuscirò a restare qui.”

La sensazione richiama l’attenzione.

L’attenzione la rende ancora più evidente.

L’interpretazione minacciosa aumenta ulteriormente l’attivazione.

E la nuova attivazione sembra confermare l’interpretazione iniziale.

È un circuito.

Non una colpa.

La persona non sta inventando nulla.

Tachicardia, tremore, tensione e vertigini sono esperienze reali.

Il problema può nascere quando un segnale autentico viene assunto come prova sufficiente della spiegazione peggiore.

Il corpo consegna un dato.

La mente, sotto pressione, può allegare una conclusione.

Perché l’ansia può sembrare arrivare dal nulla?

“È arrivata dal nulla” spesso significa:

“Non riesco a individuare immediatamente che cosa l’abbia attivata.”

Non significa necessariamente che non esistano condizioni che hanno favorito l’episodio.

La soglia di attivazione può essere influenzata da:

sonno scarso;

periodi di stress;

stimolanti;

dolore;

cambiamenti ormonali;

carico lavorativo;

conflitti relazionali;

periodi prolungati di tensione.

Anche i luoghi possono acquisire significato.

Se in un determinato posto siamo stati male, quel contesto può diventare un segnale anticipatorio.

Il corpo può attivarsi prima ancora che riconosciamo consapevolmente l’associazione.

A volte l’episodio compare dopo settimane trascorse a reggere tutto.

Oppure la domenica mattina, proprio quando finalmente non c’è niente da fare.

Il corpo può alzare la voce quando smettiamo temporaneamente di coprirlo con il rumore degli impegni.

Sintomi fisici e attacco di panico sono la stessa cosa?

No.

Un episodio isolato di tachicardia, vertigine o forte attivazione non permette di diagnosticare un disturbo di panico.

La ricerca sul panico ha evidenziato il ruolo della sensibilità alle sensazioni corporee e delle interpretazioni catastrofiche.

Per una diagnosi, però, occorre considerare molti altri elementi:

ricorrenza degli episodi;

caratteristiche degli attacchi;

imprevedibilità;

preoccupazione persistente per nuovi episodi;

modificazioni del comportamento;

evitamento;

compromissione del funzionamento;

possibili cause mediche o legate a sostanze.

La parola “panico” non dovrebbe quindi diventare un’autodiagnosi costruita a partire da un singolo sintomo.

Perché controllare continuamente il corpo può aumentare la paura?

Quando l’allarme spaventa, viene naturale controllare.

Misurare il battito.

Verificare il respiro.

Controllare se le gambe sembrano deboli.

Cercare sintomi su internet.

Sedersi sempre accanto all’uscita.

Chiedere a qualcuno:

“Secondo te sono pallido?”

Alcune precauzioni possono essere sensate.

La domanda importante riguarda la loro funzione.

Stanno fornendo un’informazione utile?

Oppure sono diventate condizioni senza le quali non ci sentiamo autorizzati a rimanere nella situazione?

Alla cassa del supermercato, per esempio, noti che il cuore corre.

Pensi che potresti svenire.

Inizi a controllare le gambe.

Poi il respiro.

Poi la distanza dall’uscita.

Ogni controllo sposta ancora più attenzione sul corpo.

La cassiera ti domanda se vuoi lo scontrino, mentre tu sei impegnato in una conferenza internazionale con il tuo polso.

Evitamento e paura delle sensazioni corporee

L’uscita da una situazione produce spesso un sollievo immediato.

Ed è proprio questo a poter rendere l’evitamento molto convincente.

“Mi sono sentito meglio appena sono uscito.”

La mente può imparare:

“Sono uscito perché c’era davvero un pericolo.”

Il problema è che non ha avuto la possibilità di raccogliere informazioni diverse.

La volta successiva la situazione può sembrare ancora più minacciosa.

Prima si evita il caffè.

Poi l’autobus.

Poi il supermercato.

Poi i luoghi affollati.

La vita può progressivamente organizzarsi intorno a un obiettivo molto ambizioso:

non sentire più il corpo.

Il corpo, con notevole mancanza di collaborazione, continua però a esserci.

Quando anche gli altri diventano parte del controllo

L’ansia può coinvolgere partner, familiari e amici.

“Dimmi che non è niente.”

“Resta al telefono con me.”

“Controlla se sembro pallido.”

“Secondo te sto respirando normalmente?”

Ricevere conforto è umano.

Il problema può emergere quando la presenza rassicurante dell’altro diventa l’unica condizione percepita come possibile per attraversare ogni episodio.

La relazione rischia allora di trasformarsi in una centrale operativa permanente.

Nessuno lo sceglie con leggerezza.

Accade perché due persone stanno cercando insieme di abbassare un allarme che continua a ripresentarsi.

Calmarsi non deve diventare un altro esame

Una risposta intuitiva è ordinare al corpo:

“Calmati.”

“Respira bene.”

“Deve passare.”

“Non ci devo pensare.”

Anche questi tentativi possono però diventare un nuovo esame.

Se la sensazione non scompare abbastanza rapidamente, compare un secondo problema:

“Non riesco nemmeno a calmarmi.”

Può essere più realistico orientarsi.

Notare dove ci si trova.

Sentire l’appoggio dei piedi.

Allargare l’attenzione a ciò che accade anche fuori dal corpo.

Ricordare che l’attivazione può aumentare e diminuire senza dover essere eliminata immediatamente.

Non è una cura universale.

E non è una prova di coraggio.

È un modo per evitare di aggiungere una seconda emergenza alla prima.

Esposizione interocettiva: che cos’è?

Nei trattamenti cognitivo-comportamentali per il disturbo di panico, quando appropriato, si può lavorare anche sul rapporto con le sensazioni corporee.

Una delle procedure utilizzate è l’esposizione interocettiva.

Consiste nell’evocare in modo controllato e pianificato alcune sensazioni temute per modificare progressivamente l’associazione automatica:

sensazione = pericolo.

Non è un esercizio da improvvisare leggendo un articolo.

Prima occorre valutare la persona, il quadro clinico e l’eventuale presenza di condizioni mediche.

Come capire meglio un episodio di ansia improvvisa

Se gli episodi si ripetono, può essere utile ricostruirne uno già concluso.

Che cosa stava accadendo poco prima?

Quali sensazioni sono comparse?

Quale spiegazione hai dato a quelle sensazioni?

Che cosa hai fatto per sentirti al sicuro?

Che cosa è successo immediatamente?

E che cosa è successo dopo?

Non serve dimostrare che “era tutto nella testa”.

Corpo e mente non sono due uffici separati che si scambiano pratiche.

L’obiettivo è distinguere:

sensazione → interpretazione → comportamento → conseguenza.

Quando rivolgersi a un medico e quando a uno psicologo?

Se gli episodi sono nuovi o presentano caratteristiche fisiche insolite o preoccupanti, è appropriata una valutazione sanitaria.

Non bisogna usare il concetto di ansia per ignorare sintomi che meritano assistenza.

Quando invece le valutazioni appropriate sono state effettuate e la paura delle sensazioni, il checking o l’evitamento stanno restringendo la vita, può essere utile un colloquio psicologico.

Non è necessario arrivare sapendo già perché succede.

Comprenderlo è precisamente parte del lavoro.

Separare la sensazione dalla storia

Quando il corpo accelera, può essere utile distinguere tre elementi:

la sensazione:
“Il cuore sta correndo.”

l’interpretazione:
“Sto prevedendo che succederà qualcosa di terribile.”

la risposta:
“Mi viene da scappare o controllare immediatamente.”

Non sono la stessa cosa.

Quando è sicuro farlo, può essere possibile rimandare almeno una verifica o una fuga automatica e osservare ciò che succede.

Questo non significa ignorare il corpo.

Significa evitare che ogni segnale diventi automaticamente una sentenza.

Il corpo può premere il pulsante prima che tu capisca il motivo.

Ma un allarme non riceve automaticamente il diritto di decidere la strada.

Domande frequenti su ansia e sintomi fisici

L’ansia può provocare tachicardia e vertigini?
Sì, l’attivazione ansiosa può associarsi a modificazioni del battito, del respiro, della tensione muscolare e ad altre sensazioni. Questi sintomi, tuttavia, possono avere anche altre cause e vanno valutati medicalmente quando necessario.

Perché mi viene ansia senza motivo?
A volte il motivo non è immediatamente riconoscibile. Stress, stanchezza, stimolanti, apprendimenti precedenti e altri fattori possono modificare la soglia di attivazione prima che una spiegazione cosciente sia disponibile.

Tachicardia significa attacco di panico?
No. La tachicardia può comparire in molte condizioni. Un singolo sintomo non permette di diagnosticare un attacco o un disturbo di panico.

Perché continuo a controllare il battito?
Il controllo può ridurre momentaneamente l’incertezza. Se viene ripetuto continuamente, però, può mantenere l’attenzione sulle sensazioni e aumentare la necessità di nuove verifiche.

Che cos’è l’esposizione interocettiva?
È una procedura utilizzata in alcuni trattamenti cognitivo-comportamentali per lavorare sulla paura delle sensazioni corporee. Deve essere inserita in una valutazione e in un percorso appropriato.

Quando rivolgersi a uno psicologo?
Quando paura delle sensazioni, controlli o evitamenti diventano persistenti e iniziano a interferire significativamente con vita quotidiana, lavoro, relazioni o autonomia.

Fonti essenziali

National Institute for Health and Care Excellence, Generalised anxiety disorder and panic disorder in adults: management.

National Institute of Mental Health, Panic Disorder: What You Need to Know.

Clark D.M. (1986), A cognitive approach to panic, Behaviour Research and Therapy, 24(4), 461–470.

Craske M.G. et al. (2014), Maximizing exposure therapy: an inhibitory learning approach, Behaviour Research and Therapy, 58, 10–23.

Dott. Francesco Giampaolo — Psicologo clinico, specializzando in psicoterapia CBT

commenta questa pubblicazione

Sii il primo a commentare questo articolo...

Clicca qui per inserire un commento

cerca psicologo