Ansia e Depressione

Articoli

Depressione
Dott.ssa Gabriella Ghiglione

Depressione

Ma che cosa significa essere depressi? Non è solo una forma di tristezza, ma si parla di depressione perché il malessere che si prova influenza sia la mente che il corpo, incluso il ...

02 Luglio 2019

Ansia
Dott.ssa Anna Mura

Ansia

E' importante comprendere quando è necessario chiedere aiuto, quando l'ansia diventa un fenomeno che non protegge più, ma anzi limita il quotidiano rendendolo sempre più faticoso, togliendo il ...

21 Maggio 2019

Domande e risposte

Come devo comportarmi se mia figlia mi accusa di essere un genitore manipolatore?

Salve a tutti.. ho 3 figli di cui 2 maggiorenni da poco. Ho sempre avuto un buon dialogo con i miei figli, non ci siamo mai nascosto nulla. Giorni fa ho scoperto che mia figlia si confidava con mia sorella che sta consultando uno psicologo perché io sono un genitore manipolatore e le ho rovinato la vita. Mi sono documentata sulla questione e non mi rispecchio. Durante la sua adolescenza mi sono fatta aiutare da una psicologa per sapere come comportarmi con lei. Oggi invece questa accusa mi ha completamente svuotata e messa in crisi che non mi sento più di fare la mamma spontanea neanche col piccolo che ha 1 anno e mezzo. Mi sento una fallita. Consigli?

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Non provo più alcuna emozione, non c’è niente che riesce a darmi la forza di ritornare a vivere.

Ho 22 anni, sono giovane e all’apparenza sembra che la mia vita sia normale e soddisfacente, purtroppo nessuno sa quanto io sia stanco di lottare e di perdere continuamente. Eppure non sembra esserci nulla che non va, ho un lavoro ben retribuito, le persone intorno a me provano stima ed affetto, ho un bel fisico poiché vado in palestra e curo sempre il mio aspetto, piaccio alle ragazze anche se in maniera superficiale, non appena scambiano due parole con me il loro interesse svanisce e io ci rimango male. Ho sopportato davvero tanto dolore nella mia vita, sono praticamente scappato da casa mia per non continuare a vivere in povertà, ho sofferto parecchio quando la mia relazione sentimentale è finita, al punto da valutare il suicidio. Inoltre ho da qualche mese perso anche mio papà a causa di una malattia grave e sono rimasto praticamente da solo poiché tutti gli amici che avevo sono andati a vivere in altri posti. Continuo a sentirmi dire che è solo un periodo e che le cose cambieranno ed io personalmente so che nonostante tutte le esperienze negative che ho vissuto sono una persona allegra, solare e divertente. Allora ciò che non capisco è perché devo continuare a soffrire giorno dopo giorno, tutte le volte che qualcosa mi ha abbattuto mi sono sempre rialzato ma ormai ho perso la voglia di lottare perché so già che non appena mi rialzerò un altro evento negativo accadrà e io ritornerò nel mio stato di solitudine e disinteresse verso il mondo che mi circonda. Visto che non ho alcuno stimolo o ragione di andare avanti faccio uso di qualsiasi droga e sostanza che mi consente anche se per poco di raggiungere la felicità che altrimenti non riesco ad ottenere e questo mi fa stare ancora più male perché so che non è drogarsi la soluzione e che la felicità ce l’ho dentro ma non riesco in alcun modo a tirarla fuori. Da un mese a questa parte ho iniziato ad andare a ballare da solo, non ho amici che vogliono venire con me però a me piace andare in discoteca, sembra che le ragazze mi trovino attraente solo quando sono tutto sballato e ubriaco. Nonostante tutto è da più di un anno che non ho un rapporto sessuale con una ragazza e questo mi fa sentire un uomo a metà, mi corrode l’animo perché non sono brutto e penso di avere tante buone qualità che purtroppo però nessuno nota al di fuori di me. Ho bisogno di aiuto, mi vergogno terribilmente a chiederlo ma ho disperato bisogno di trovare di nuovo la forza per andare avanti e vivere la mia vita nel modo in cui l’ho sempre desiderata. Scusate per la lunghezza del testo e grazie per lo sfogo.

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Ansia da presentazione a nuove persone e paura del giudizio

Salve a tutti, vi spiego brevemente la mia situazione. Ho 23 anni e credo di soffrire di ansia da prestazione, ciò mi capita in ambito lavorativo, in ambito universitario e nella vita comune, sopratutto con persone che conosco. Per far un esempio pratico accade sopratutto nelle prime presentazioni di non riuscire a pronunciare il mio nome, sento delle forti palpitazioni al petto un nodo in gola e ciò mi impedisce di fare il semplice "Piacere Gianluca", il tutto avviene anche nei giorni precedenti ad una probabile presentazione prevista per poi manifestarsi alla fatidica ora. Per ovviare a questa situazione ho sviluppato una forte velocità di cambiare le parole nei miei discorsi, soprattutto dove prevederò dei blocchi del mio discorso, ma purtroppo questa soluzione a una pecca non funziona con le parole obbligatorie, come termini tecnici, nomi e numeri. Sono molto intenzionato a rivolgermi ad un esperto, ma non al momento ancora non so a quale figura rivolgermi. Qualcuno di voi esperti saprebbe spiegarmi brevemente oppure consigliarmi come migliorare questa situazione?

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Disturbo d'ansia

Salve. Orma 12 anni con questo problema. Non riesco a risolverlo. Farmaci , psicoterapie (una in atto) , ma purtroppo i risultati sono altalenanti. Sono riuscito sempre a svolgere le mie attività, ma è stata ed è veramente dura. La voglia è quella di mollare tutto, e chiudersi in casa. Ho 51 anni, e 12 anni fa è scoppiato il problema: attacco di ansia da perdita di controllo, perché stavo rimuginando troppo per un problema di salute che poi si è verificato innocuo. È da lì mi si è presentato davanti un altro mondo , l'ansia è entrata a far parte della mia vita, condizionandola dal punto di vista psicologico ma per fortuna non pratico. Vivo parallelamente con la vita normale è quella dell'ansia, se prevale la seconda diventa dura. Io controllo le mie sensazioni, il mio sentore ed è il momento in cui non faccio altro che peggiorare la situazione, alimentandola per paura che lei si manifesti. Non ho sintomi fisici evidenti, sono quasi tutti sintomi psicologici: senso di irrealtà, depersonalizzazione, inquietudine, angoscia , quindi paura di perdere il controllo è la mia tenuta psichica di andare avanti nel mio percorso di vita, che logicamente quando sono presenti i sintomi sopra descritti vengono messi molto in discussione. Infatti subentra anche il fattore depressivo perché credo che l'ansia renda tutto irrilevante e non importante. Lei diventa la protagonista. Per carità in questi anni ho avuto anche dei bei momenti, ho vissuto intensamente, facendo tutto che quando sto bene mi piace fare, ma che quando c'è il disturbo cerca di offuscarmi. Sicuramente la cura con antidepressivi un po' ha contribuito, ma alla fine dei conti non ha risolto. Proprio per questo ho deciso insieme al mio psichiatra di interromperla , e vedere un po' come procede senza. Alti e bassi , sicuramente un po' peggio, nel momento di reagire quando il disagio viene a galla, ma ci sono state settimane in cui sono stato proprio bene. Come vedete sono alla ricerca spasmodica di una soluzione (forse troppa).

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Ansia da prestazione e paura del giudizio delle persone

Salve a tutti, vi spiego brevemente la mia situazione. Ho 23 anni e credo di soffrire di ansia da prestazione, ciò mi capita in ambito lavorativo, in ambito universitario e nella vita comune, sopratutto con persone che conosco. Per far un esempio pratico accade sopratutto nelle prime presentazioni di non riuscire a pronunciare il mio nome, sento delle forti palpitazioni al petto un nodo in gola e ciò mi impedisce di fare il semplice "Piacere Gianluca", il tutto avviene anche nei giorni precedenti ad una probabile presentazione prevista per poi manifestarsi alla fatidica ora. Per ovviare a questa situazione ho sviluppato una forte velocità di cambiare le parole nei miei discorsi, soprattutto dove prevederò dei blocchi del mio discorso, ma purtroppo questa soluzione a una pecca non funziona con le parole obbligatorie, come termini tecnici, nomi e numeri. Sono molto intenzionato a rivolgermi ad un esperto, ma non al momento ancora non so a quale figura rivolgermi.Qualcuno di voi esperti saprebbe spiegarmi brevemente oppure consigliarmi come migliorare questa situazione a tutto?

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Posso uscire dalla depressione?

Buonasera, Spero che scrivere qui in forma di domanda ciò che mi turba possa ricevere in cambio un qualche tipo di suggerimento meno concreto delle risposte che mi sono data da sola. Vivo da sempre una condizione di precarietà emotiva. Posso ricordare chiaramente in diversi momenti della mia infanzia una sensazione di vuoto profondo, di melanconia radicata e non motivata da un ambiente attorno a me ricco di stimoli e fertile. L'idea del suicidio, il crogiolarmi nella mia tristezza, evitare un confronto più profondo con il prossimo sono sempre stati una costante anche nella mia adolescenza, al punto che, dopo l'ultimo di una serie di interventi chirurgici all'età di 17 anni ho avuto la mia prima crisi depressiva. Vista la mia condizione di sofferenza, ho cercato aiuto in un paio di specialisti, ma siccome il rapporto instauratosi non è risultato adeguato alle mie esigenze del tempo ho finito per abbandonare ogni volta il percorso terapeutico, trovando comunque soluzioni "mie" per tornare a vivere normalmente. Dopo 25 anni e una laurea in psicologia, sono arrivata a una conclusione a volte troppo scientifica: se il bisogno che sento di "non essere più" (per quanto so che la mia paura di soffrire mi protegge da scelte avventate) è così insito nella mia natura, è davvero giusto combatterlo? Ad oggi affronto questo senso di vuoto dedicandomi agli altri. Mi piace lavorare con i bambini, mi piacciono le persone, amo il confronto con il prossimo e lo scambio mentale che ne deriva. Più imparo, più mi lascio coinvolgere dalle situazioni della vita, più mi rendo conto della incredibile serie di fortunati eventi che hanno portato me e chi mi circonda ad essere qui, ora, a respirare un'aria che di per sé è un miracolo del cosmo. Di fronte a questa immensità di eventi casuali e fortuiti so che l'unica possibile ragione di esistere è essere un elemento positivo in un'equazione il cui risultato, per ignote ragioni, è sempre zero. Tuttavia, a conti fatti, sento che in fondo ogni mia esperienza, sensazione e noia sono transitorie, infinitesimalmente piccole di fronte a un tutto che non posso davvero influenzare. Con il tempo e con gli studi sono riuscita ad arginare con discreto successo gli episodi depressivi che io stessa, in fondo, tendo a ricercare, ma quella sensazione di vuoto è sempre lì a farmi compagnia. Se prima l'idea di lasciare la mia famiglia era la principale motivazione che distoglieva il mio pensiero dall'idea del suicidio, ora desidero solo smettere di pensare. L'empatia che muove la mia quotidianità è a volte eccessiva, quasi mai ricambiata, ma sento che va bene così. Vorrei trovare un modo per incanalare queste energie in un progetto che dia un senso alla mia vita, al mio essere in quanto creatura vivente e propria di una volontà, ma non ci riesco ed immancabilmente mi trovo a pensare che non essere, non vivere, non cambierebbe quasi nulla nello scorrere del tempo. Definisco la mia visione dell'esistenza come "quantistica", entropica e volubile allo spasmo, ma anche miracolosa e sempre feconda nel mio finire per giustificare ogni cosa attorno a me, dopo una infinita e stancante ricerca delle cause che l'hanno posta in essere. Cerco di trasformare la mia tristezza in energia positiva, senza tuttavia la convinzione che nessuno sia a questo mondo per essere salvato, così che il massimo che posso fare è aiutare. So, però, di poter in potenza salvare me stessa, da questa tristezza. La mia domanda è: posso dimenticare ciò che ho appreso in questi anni? È possibile trovare una soluzione alla consapevolezza che non sono altro che il frutto di una lunga sequenza di eventi casuali, un miracolo tra i miracoli, comunque elementare di fronte alla vastità del cosmo? So che c'è poco di concreto nelle mie parole, e mi scuso con chi le leggerà per il viaggio mentale che vi sto proponendo, Grazie per la vostra attenzione A.

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Ossessione per lo studio

Salve, sono uno studente iscritto al II anno del corso di studi "Medicina e Chirurgia". Brevemente: dopo due anni trascorsi a frequentare un altro corso di studi, decido - nel 2017 - di tentare il test di accesso al CdS "Medicina e Chirurgia", test che supero brillantemente, classificandomi peraltro tra i primi 1200 (su circa 65000 partecipanti). Ottobre 2017 coincide anche con la prima volta via da casa: nonostante potessi pensare diversamente, mi abituo da subito alla vita da studente fuori-sede, le lezioni sono molto interessanti e credo di poter fare davvero bene. Breve passo indietro: la precedente esperienza universitaria mi ha portato solo ottimi risultati (avevo una media del 29.35), per cui do inizio al nuovo percorso conscio delle mie capacità e desideroso di fare bene anche in un CdS complesso quale quello di Medicina. Primi mesi, prime difficoltà: non riesco da subito a comprendere che dovrei studiare meno di quanto effettivamente faccio e che potrei limitarmi a quanto spiegato dai professori a lezione. Così, approfondimento su approfondimento, concludo gli esami del primo semestre in Aprile (sessione straordinaria) con ottimi risultati. Durante il secondo semestre del primo anno, le difficoltà si moltiplicano: inizio a sentire una pressione maggiore, in vista di uno degli esami che - a detta di tutti - figurano tra i più difficili del corso, e per una complessità intrinseca della disciplina, e per qualche peculiarità di troppo dei professori. Intanto, in maggio torno a casa, credo di aver sofferto questo ritorno: vivere in famiglia inizia a stressarmi, in quanto mia madre e mio fratello litigano di continuo, non dandomi la possibilità di concentrarmi per come effettivamente vorrei. Nonostante i miei non mi abbiano mai fatto mancare nulla, ho realizzato (dopo aver intrapreso il percorso da fuori-sede) che forse sono stati sempre troppo oppressivi. Per fare un esempio: a 16-17-18 anni, se dicevo "Mamma, sto uscendo!", lei rispondeva sempre con il solito "E dove vai?", come a dire "E chi te la fa fare? Perchè non rimani a casa?", quasi come se per poter uscire necessitassi di dichiarazione scritta dal presidente della Repubblica; secondo esempio: esprimo la mia volontà di rimanere a studiare nella città in cui frequento l'università e i miei genitori in coro:"Perchè, a casa cosa ti manca? Fai come vuoi, ma sappi che è una scusa quella per cui non riesci a concentrarti qui". Io sono un soggetto che tende a farsi forti sensi di colpa e secondo me, in questi casi, i miei genitori - anche inconsapevolmente - giocano su questa mia debolezza. Dunque, torno a casa (maggio 2018). Il risultato? Non riesco ad ultimare nessuna delle due materie e termino l'anno avendone sostenute 2 su 4. Il periodo maggio-settembre 2018 reca però con sè il germe di un qualcosa di più importante: in agosto-settembre, inizio a sentire una certa apatia (non ho letteralmente voglia di fare nulla, sono depresso, ma non riesco nemmeno a sfogarmi piangendo), un distacco dallo studio. Esco sempre meno, faccio sempre più fatica a concentrarmi, memorizzare, in una sola parola a studiare. Tra mille difficoltà ed una depressione incalzante, termino gli esami del primo anno in aprile 2019, portando la mia media a 28.75. E' un bel risultato, che guarda caso conseguo proprio dopo aver studiato nella città in cui ha sede la mia università, quindi lontano da casa e dai fumi negativi che la contraddistinguono. Trascorre un mese di aprile 2019 molto positivo, mi sembra di essermi ripreso. Maggio 2019: commetto lo stesso errore, quello di rientrare a casa. Luglio 2019: ho saltato una intera sessione di esami e mi ritrovo depresso senza più un minimo di voglia di studiare. A ciò si aggiunga che, ormai da mesi, ho difficoltà nel prendere sonno, mi sento sempre stanco durante la giornata, sono apatico e la notte - prima di addormentarmi - il mio cervello si lancia in una maratona di pensieri ossessivi sul tempo che ho perduto sinora e sulle difficoltà che avrò nel recuperare con gli esami. In tutto ciò, i miei genitori sembrano vivere in una realtà parallela, sebbene io abbia fatto capire ed anche palesato loro le mie difficoltà nello studiare a casa. Sono in una bolla e sento di essere arrivato al capolinea: non voglio impazzire, il mio cervello chiede tregua e non so come fare. Vi chiedo aiuto!

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Ritorno al lavoro

SalveHo subito un ricovero in psichiatra dove mi è stata diagnosticata una sindrome bipolare II anche una polineuropatia cronica.Ho difficoltà a svolgere le mansioni che quotidianamente svolgevo al lavoro (riesco a digitare al computer ma con frequenti errori scrivo a mano ma molto male).Inoltre ho paura del giudizio dei miei colleghi quando sapranno della neuropatia perché penseranno che sono un ubriacone. Ora sono in ferie ma tra due settimane dovrò cominciare.

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