Ansia e Depressione

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È da due mesi che non sto bene con me stessa aiuto

Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni e da due mesi e mezzo mi sono iscritta ad un corso di formazione professionale di grafica. Prima di questo, subito aver finito gli studi superiori, ho lavorato nella ristorazione come cameriera per diverse aziende. Durante la pandemia ho capito che non volevo più lavorare nella ristorazione (troppe ore di lavoro, festivi occupati ecc...) e di conseguenza mi sono messa in disoccupazione per dedicarmi al corso che è molto intensivo ! Inizialmente ero super emozionata, poi man mano col tempo su di me sentivo un peso addosso enorme. Questo è dovuto al fatto che al corso ci davano dei compiti non facili in cui dovevamo usare la nostra immaginazione per un progetto da portare avanti sia nel lato teorico che pratico(appunto nella grafica). Il corso l'ho seguito in via FAD e dopo in presenza. Ormai sono a metà corso. Non riesco più a concentrarmi, mi passa la voglia di fare nulla! Sto tutto il giorno a letto e piango. Appena mi sveglio la mattina già sono giù di morale. Quando faccio gli esercizi ci sto per giornate, fino ad arrivare ad un punto di sentire che ho la testa vuota e non so come andare avanti! Sembrano che i miei impegni siano stati vani e sforzi inutili. I miei compagni di corso sembrano che sappiano già fare il loro lavoro e io no ! Faccio anche fatica ad avere una relazione con loro perché non mi sento all'altezza. Ogni volta che in classe dobbiamo esporre il nostro progetto vado in ansia e ho la tachicardia perché mi sento gli occhi addosso di tutti e faccio fatica ad esprimermi. Tante volte non sono andata a lezione perché non mi sentivo mai pronta. Ora preferisco fare un corso individuale. Quando andavo a scuola ci andavo sempre controvoglia perché ero sempre sola e facevo fatica a relazionarmi con qualche compagno. E a distanza di anni tutt'ora è rimasto così. Oltre al corso sto a casa tutto il giorno e a letto e non vedo nessuno, a parte il mio compagno che mi sostiene sempre. Penso che il corso non faccia più per me, anche se ci ho spesso un sacco di soldi. Penso di non avere più l'intenzione di continuare perché mi sta demolendo. Quando lavoravo come cameriera facevo anche le 11 ore al giorno e non mi sono mai sentita così. Mia madre soffre di depressione da tanti anni e lo sta seguendo un psichiatra. Purtroppo vedendo mia madre così, soprattutto quando ha avuto delle allucinazioni, a me questa cosa mi è rimasta impressa e sembra che io in un modo abbia assorbito il suo dolore e ora sto provando le stesse sensazioni. Ora sto pensando a cos'altro potrei fare, sto pensando di trovarmi un lavoro in fabbrica per il momento e basta. Non sono abituata a stare in casa per niente, mi rende inutile e sempre triste.

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Vergogna e continui pianti ...sono seriamente dispiaciuta e preoccupata

Buonasera,Sono una ragazza di 25 anni,I miei genitori sono divorziati da un po di anni...io ho sempre avuto questo senso di vergogna ed imbarazzo.. ma ultimamente è peggiorata.Ho un fidanzato che ha una famiglia che ammiro ed invidio molto.Due bei genitori che piacciono a tutti i suoi amici.I miei non sono proprio così.Mio padre si è trasferito all'estero e sono andata a trovarlo per la mia prima volta... purtroppo è da quando sono arrivata che non faccio altro che piangere.Vive in una catapecchia che non ha nulla...ne acqua calda... oggetti vecchi... freddo e sono seriamente preoccupata per il tutto.Ma lui è sereno come se fosse tutto normale... Ha amici e sta bene il problema è come vive!E mia madre è sciatta... trasandata...e secondo me è una accumulatrice seriale....Non so che fare...quanto vorrei anche io dei genitori normali...una casa....uscirci senza problemi...invece ci sto pochissimo e poi scappo viaNonostante ci tenga molto a loro ma non li capisco...Perché sono così?

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Vorrei capire qual è il mio problema, di cosa soffro e come posso risolverlo?

Sono una mamma di 33 anni, ho tre splendide figlie di 14 anni, 7 anni e 16 mesi, sono una casalinga e passo le mie giornate a casa a prendermi cura della casa e della famiglia, ma il mio problema è che non riesco ad uscire da sola, ho un blocco, infatti cerco sempre di evitare le mie uscite e di mandare mio marito a fare la spesa, accompagnare le mie figlie a scuola o in tutto quello che posso delegare lui, quando mio marito non può a causa di impegni lavorativi, chiedo favori alla mia famiglia di origine… premetto che io sono sempre stata molto anzi troppo timida e introversa, sin da bambina, e non ho mai amato le situazioni sociali perché mi mettevano in imbarazzo, mi trovavo bene e riuscivo ad essere me stessa solo in famiglia o nel mio ristretto cerchio di amici, mi sono sposata giovanissima e sono diventata mamma a soli 19 anni e sono molto felice di questa scelta che ho fatto, amo essere Mamma, ma non mi sento di ricoprire bene questo ruolo, perché non sono abbastanza autonoma, dipendo troppo da mio marito, sono una mamma presente , seguo le mie figlie con la scuola o tutto il resto ma solo da casa, il fatto di sapere di dover uscire da sola mi mette un ansia assurda, tachicardia e penso sempre di non farcela, mi fa paura guidare la macchina fuori dal mio piccolo paesino, per uscire fuori paese per fare compere, come abbigliamento o cose necessarie che servono, ho sempre bisogno di mio marito che mi accompagni e questa dipendenza da lui sta diventando troppo pesante sia per me che per lui! Non so cosa fare per risolvere questo mio problema, sono 14 anni che va avanti così, sono sempre stata così, anche se dico di voler cambiare e di volerci provare, poi alla fine non lo faccio mai!!!

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Senza vie di fuga

Buonasera, sono ragazzo di ventitré anni residente in nord Italia.Vi scrivo per “parlarVi” della mia situazione, una situazione che, personalmente, non auguro a nessuno, neanche al mio peggior nemico. Premetto che, fin da quando ero bambino, non sono mai stato né sicuro, né socievole né tantomeno sfrontato, altezzoso, arrogante od aggressivo nei confronti degli altri. Crescendo, quasi nulla è cambiato. Nella mia vita non ho mai, per appunto, avuto grandi amicizie, eccezion fatta per le classiche amicizie formatesi nel corso di cinque, lunghi ma fantastici anni alle elementari (salvo poi iniziare, lentamente, a distaccarci durante l’ultimo anno in quanto, da quasi adolescenti, stava venendo fuori il carattere di ognuno di noi e, a me, iniziavano a non andare più a genio come un tempo) - ed anche durante le medie (amicizie mantenute per più tempo con due dei miei ex compagni). Durante le superiori, invece, scelsi un istituto tecnico in quanto totalmente indeciso circa quello che, un domani, sarebbe stato il mio futuro lavorativo. Scelsi senza riflettere, finii in una classe composta da soli ragazzi ed io - reduce da anni lautamente soddisfacenti ma sempre insicuro, tentennante e restio nei confronti delle novità ed altresì di altre persone - non socializzai con nessuno salvo qualche banale chiacchiera qua e là nel corso delle ore “buche” e degli intervalli. Professori eccezionali, i quali intuirono, immediatamente, il mio potenziale e cercarono di “favorirmi” nei limiti delle loro possibilità, in quanto avevo iniziato a studiare grossolanamente, a strappare le pagine del libretto delle assenze, a mentire a mia madre circa i compiti assegnatimi. Non volevano venissi bocciato, tuttavia, andò esattamente così per forza di cose. Ripetei l’anno presso lo stesso istituto ma seguendo un nuovo indirizzo di studi ove mi trovai ancora peggio, tanto che iniziai a marinare la scuola e protrassi il tutto per quasi un mese consecutivamente, girovagando tra menzogne di ogni tipo e videogiochi con un mio ex compagno delle scuole medie, anch’egli totalmente disinteressato nei confronti della scuola ma per altre motivazioni. Quando venni scoperto ritornai a scuola per circa una settimana - con estrema riluttanza - salvo poi ammalarmi di una polmonite che mi costrinse a rimanere chiuso in casa per oltre un mese. Fallii il secondo “primo” anno consecutivo. Abbandonai definitivamente gli studi (scelta di cui mi pento ancora oggi, a distanza di diversi anni) - e mi misi a fare alcunché tutto il giorno, tutti i giorni per anni. Nel Dicembre dello stesso anno (2014) - mi “ammalai” di ipocondria, improvvisamente - senza che vi fossero sintomatologie pregresse. Iniziai, pertanto, a farmi condizionare da me stesso, dai miei stessi neuroni in quanto avevo costantemente il terrore di subire un qualsiasi intervento chirurgico dettato da arresti cardiaci, piuttosto che banalissime condizioni quali l’appendicite, ecc… Continuai ad uscire con il sopra citato amico delle medie, con la sua ragazza ed altri due amici d’infanzia, con i quali, per fortuna, ero sempre riuscito a mantenere i contatti. Sostanzialmente, le mie giornate erano caratterizzate da una perenne monotonia senza che dedicassi nemmeno un secondo del mio tempo in attività utili, sia che fossero remunerazione, sia di crescita personale. Leggevo più riguardo le malattie che di tutto il resto. Mia madre, nel contempo, aveva avuto la disgrazia di rimanere disoccupata e - con mio padre lontano per problematiche di tutt’altra natura - stava lasciandosi andare, consumata dalla disperazione. I litigi erano regolari nonostante fossi, io stesso, profondamente dispiaciuto per lei e, contemporaneamente, in apprensione circa i nostri problemi finanziari. Gli anni trascorsero ed io iniziai a conoscere persone virtualmente, da ogni parte del mondo, in quanto il fatto di parlare/scrivere in una lingua diversa dall’italiano mi aveva sempre affascinato, così come interfacciarmi a culture più o meno differenti dalla mia. Conseguentemente, iniziai a trascurare la necessità di stringere nuove amicizie altresì nella vita di tutti i giorni, illuso dal fatto che avrei potuto incontrare quelle stesse persone residenti all’estero in qualunque momento e regolarmente. Nel frattempo iniziavamo a crescere e, come spesso accade, a percorrere altresì strade diverse, a prescindere dal legame di amicizia che da sempre ci manteneva uniti: uno dei miei amici si trasferisce altrove, lontano dalla nostra città; un altro mio amico inizia a frequentare nuove persone dopo essere stato lasciato dalla sua fidanzata, quasi come se avesse progettato di allontanarsi da tutto ciò che gli ricordava di lei, compreso noialtri; ed un altro mio amico iniziò a non farsi quasi mai sentire, affermando di essere impegnato con i suoi studi. La mia vita, nel frattempo, quasi non accennava a cambiare: presi solo la patente nel 2018 e, un anno fa, complice la pandemia, seguii dei corsi di tedesco ed inglese su Zoom (El Dorado per persone del mio calibro) - ed iniziai altresì a frequentare una palestra, fortemente motivato dalle mie manie di perfezionismo ed altresì la stessa ipocondria che già mi teneva compagnia da anni. Ora come ora, continuo a constatare un peggioramento evidente della mia lucidità mentale: non sono più lucido come un anno fa, nonostante non sia cambiato poi così molto nella mia quotidianità. La mia memoria a breve termine è null’altro che tentennante, faccio fatica a ricordarmi tutto e ad esprimermi con la medesima lucidità un tempo (sapevo essere brillante e carismatico quando circondato da persone intime e di cui mi fidassi) - a trovare i giusti vocaboli; ho sbalzi d’umore quasi improvvisi più e più volte al giorno; la mia ipocondria, dopo essere passata in secondo piano, è ritornata (con la differenza che temo altresì per la salute dei miei genitori e dei miei nonni, nonostante siano apparentemente sani). Posso essere estremamente felice e motivato, salvo poi sprofondare in una disperazione difficile da debellare. Sono diventato estremamente pignolo, meticoloso, preciso, ferreo e perfezionista; altresì minimalista, non tollerando il minimo disordine. Un’altra mia caratteristica è, mio malgrado, essere sospettoso. Non mi fido praticamente più di nessuno e penso sempre che gli altri ce l’abbiano con me, sia i miei familiari, sia conoscenti ed estranei. Prendere i mezzi pubblici è un’altra cosa che cerco di evitare, in quanto trovo sempre gente maleducata, molesta, ubriaca o fatta di chissà quasi sostanze (non ho mai ceduto ad alcol, droghe o altri vizi in vita mia) - e camminare è diventato pesante in quanto, avendo i piedi pronati/piatti fin dalla nascita, ho un modo alquanto bizzarro di camminare, indi per cui percepisco gli sguardi di tutti, che siano fondati o meno. Non riesco a stringere nuove amicizie in quanto ripudio la mia generazione, secondo me composta da un branco di tossici senza un minimo d’intelletto, per non parlare del genere femminile: non sono mai piaciuto a nessuna ragazza nonostante io sia, sotto loro stessa ammissione, un bel ragazzo, ben dotato, colto e via discorrendo. Sarà perché sono una persona introversa, tranquilla e riservata, senza vizio alcuno? I ragazzi come me non piacciono neanche ai miei genitori, è recentemente ho percepito una certa delusione da parte di mio padre e mia madre. Probabilmente mi avrebbero preferito un po’ più estroverso, un po’ più italiano medio. L’ho rinfacciato loro molte volte ma hanno sempre, categoricamente, smentito i miei sospetti. Ho imparato due lingue da solo (inglese e spagnolo, ma soprattutto la prima) - ed è l’unica cosa di cui io possa darmi atto, dopo anni ed anni di fancazzismo (vogliate perdonare la volgarità). Su questo sì, ammetto di essere sfrontato: le lingue straniere sono l’unica cosa per cui io sia minimamente portato (non ho manualità né praticità, a scuola ero bravo solamente nelle lingue e materie letterarie). Ora come ora non ho amici, una ragazza, un diploma, denaro, lucidità mentale, prospettive per il futuro; un Paese che non offre alcuna opportunità se non apprendistati e stages sottopagati e sfruttati da datori di lavoro privi di scrupoli; e con un costo della vita divenuto ormai proibitivo. Non ho nulla. Dov’è finita la mia dignità, Signori? Mi sento tradito, messo da parte, deriso, depresso, senza alcun barlume di speranza che possa guidarmi verso un mio eventuale riscatto. Vorrei semplicemente andarmene, lontano da tutto e da tutti - anche dai miei genitori - e ricominciare da zero, ove nessuno sia in grado di riconoscermi o giudicare come: “malato mentale”, solo perché non cammino bene. Un luogo dove le idee di tutti vengano rispettate, a prescindere dal conseguimento di diplomi o lauree. I miei curricula valgono meno, ne sono pienamente consapevole, ma non la mia persona, e vorrei che gli esseri umani fossero più altruisti, più riconoscenti e meno tendenti a giudizi negativi per un banale “pezzo di carta”. Mi sono sempre fatto in quattro per gli altri senza mai ricevere un grazie, ma solo giudizi senza che le mie idee venissero mai considerate perché: “ho la terza media” quindi sono ignorante. Tutti si divertono, viaggiano, conoscono nuove persone, conducono vite all’insegna dell’allegria e del divertimento. Io non sorrido più da anni, ormai… Per altri ancora sono un delinquente in quanto non mi sono ancora vaccinato, ma ormai ci sono abituato. Mi trovo spesso a pensare al suicidio ma, ironicamente e paradossalmente, la sola idea di farmi del male viene scongiurata dalla mia ipocondria, altrimenti l’avrei fatta finita oltre due anni fa. Questa vita non ha senso, Signori. Quand’anche riuscissi a riscattarmi, dove vivrei? Indubbiamente in un monolocale od in una casa popolare con un magrissimo stipendio che a malapena mi permetterà di pagare le bollette e fare la spesa (con tutto il rispetto, sia chiaro). Mi rivolgo a Voi professionisti in cerca di consigli, soluzioni, perché non ce la faccio più. Ringrazio anticipatamente chiunque sacrificherà qualche minuto del suo tempo per leggere questo mio papiro. Cordiali saluti.

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Fine di una relazione? Narcisismo e non sapere cosa si vuole

Era luglio 2017 ed è successo qualcosa di travolgente: ho incontrato e conosciuto la mia ex. Eravamo piccolini ma eravamo folli l'uno per l'altra. Ci sono stati un paio di episodi in cui le ho fatto perdere la fiducia e lei è diventata ossessionata da me. Era asfissiante ma a me piaceva così com'era, con tutte le sue paranoie, volevo solo lei, avrei fatto di tutto per lei e ho fatto di tutto per renderla felice. Ho smesso di fumare, di frequentare brutte amicizie, ecc. (purtroppo ho dovuto rinunciare anche ad amicizie normali per via della sua giustificata scarsa fiducia in me) La mia felicità ormai dipendeva sempre più da lei e a quei tempi non avevo idea di quanto questo avrebbe fatto male dopo. Passano i mesi. Alti e bassi, piccoli litigi, le prime volte che facevamo l'amore. Tutto bello, tanto amore e tanta routine. Ci vedevamo ogni giorno dato che abitavamo nella stessa città. A noi stava bene così ed eravamo super innamorati. Purtroppo a ottobre 2019 sono morti in un incidente 4 dei suoi amici che ormai erano diventati anche miei di amici. Uscivamo spesso con loro ed è stato difficile ma le sono stato molto vicino e nonostante il suo dolore (visto il particolare attaccamento che aveva con loro) andava comunque bene tra di noi. Da li a poco è capitata la situazione Covid e mi sono trasferito nel mio paese. La distanza sembrava averci fatto bene e, per quanto mi ricordo, c'è stata molta passione in quel periodo. Tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021 ci vedevamo ogni fine settimana. Lei ha la sua seconda casa in un paese a 15 minuti dal mio dove si trasferisce ogni fine settimana per trovare i nonni materni e paterni. Con i suoi nonni avevo instaurano un buon rapporto (ma anche con la sua famiglia. Mi avevano accolto quasi come in figlio). Tutto bene fino a quest'estate esattamente quando abbiamo prenotato, per inizio luglio , una casetta al mare io lei e l'amica Sabrina. Li abbiamo iniziato a litigare e mi sentivo frustrato. Questo senso di angoscia potrebbe essere dipeso dal fatto che non facevamo l'amore, che non c'era intimità e reciprocità. Ero inoltre confuso dal fatto che lei non sembrava tanto felice del fatto che avessi scelto di lavorare nella sua città e non all'estero. Da lì a poco abbiamo deciso di prenotare una vacanza per me e lei tra fine agosto e il primo settembre per festeggiare i nostri 4 anni. Arriva settembre e andiamo in vacanza. Mi sono divertito ma c'era qualcosa che non andava. Non mi fidavo più di lei, mi nascondeva il telefono e avevo paura di scoprire delle cose che non mi sarebbero piaciute. Alla fine ho deciso di fidarmi e di passare oltre, convinto del fatto che se avesse avuto voglie o se si fosse sentita con qualcuno mi avrebbe lasciato prima. Da settembre fino a ottobre ci siamo un po' trascurati. L'ho messa da parte soprattutto io. Lei però preferiva uscire con la sua amica (quella della casa a mare in 3). In questo periodo sembrava non mi volesse più vedere. Preferiva uscire con un nuovo gruppo di amiche e di amici di cui non mi ha mai parlato, dei quali è sempre stata vaga al riguardo. Io stufo di questa situazione ho provato a lasciarla. Lei mi ha proposto una pausa, mi definiva drammatico, negava fosse finita,mi mandava magari dei post riguardanti delle cose sdolcinate ma comunque dai suoi discorsi deducevo che non aveva molta voglia venirmi incontro. Un bel giorno carica su Instagram una foto (di gruppo) abbracciata con sto tizio e qualche giorno dopo, vedendoci, mi dice che quella foto era per farmi ingelosire. Non ci ho creduto e dopo un paio di miei sfoghi (anche brutti) l'ho lasciata. Non ci siamo sentiti per un po' tranne qualche messaggio sporadico. Ho preferito tagliare la conversazione un paio di volte pur facendo capire tra le righe che in fondo, da parte mia, c'era una porta socchiusa. In questi periodi di confronto scambiandoci qualche messaggio e cercando di farla parlare mi ha scritto un paio di volte "ho staccato testa e cuore" ( lei ha sempre avuto problemi a esprimersi apertamente) cosa che ho interpretato come "non me ne frega più niente di te". E niente io ora mi sveglio pensando a lei, lavoro pensando a lei, vado a dormire pensando a lei e di notte sogno lei. Fatta questa digressione riguardante la storia. Vorrei fare una piccola analisi su di lei che ho scritto qualche giorno dopo la rottura. Facendo delle ricerche sulle relazioni tossiche mi sono imbattuto su alcune definizioni di disturbo narcisistico di personalità. Ho trovato alcune piccole affinità tra gli atteggiamenti della mia ex e gli atteggiamenti dei narcisisti. Ora è difficile categorizzare una persona e non penso sia completamente narcisista (non posso fare delle diagnosi, al massimo ho letto Aldilà del principio di piacere

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La perdita del papà

Buongiorno, purtroppo sto per perdere mio papà a causa di un male incurabile che negli ultimi 4 mesi ha avuto un impatto incontrollato e difficile da gestire; ieri per la prima volta con mia mamma ho avuto un colloquio con l'oncologa con cui è in cura da tempo. In questa occasione ho scoperto che i miei genitori hanno sempre raccomandato ai medici di non essere coinvolti (me e mio fratello) attivamente nel caso di un peggioramento della situazione. In questo riconosco mio papà che ha sempre fatto di tutto per proteggere i suoi figli sopportando qualsiasi cosa. Ora che però so questo mi sento un senso di colpa che mi assale; mio papà è sempre stata una figura presente per qualsiasi problema; era sempre lui a cui mi rivolgevo per un consiglio e col dubbio che magari avrei potuto fare io qualcosa per lui non mi da pace, pur sapendo che devo reagire per sostenere mia mamma in questo momento terribile.

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Studente di 20 anni, all'università di psicologia, straniero, con depressione e ansia sociale

Buongiorno, Sono in una condizione disperata dalla quale non so come uscire, non so come procedere e ho paura di non riuscire più ad alzarmi. Sono 2 settimane che non vado più in presenza all’università con la scusa di dover studiare per i parziali che ho avuto in questo periodo. Infatti, per i parziali sono riuscito a studiare soltanto negli ultimi 2 giorni, o così. È una nuova caduta. E andavo così bene... Le cose erano veramente migliorate con l’inizio dell’università. Mi sentivo più libero, pieno di opportunità e di speranza. Vedevo un’uscita. Ero entusiasta e a poco a poco mi ritornavano i sentimenti e la motivazione (anche se in modo piuttosto irregolare e intenso) … Ho avuto un accenno di amicizia dopo anni. Nel primo parziale ho preso 30. Ma poi nel secondo ho preso 20. Per il terzo, che ho fra 3 giorni, non ho ancora iniziato a studiare e non riesco più a concentrarmi a seguire i corsi. È una storia veramente lunga. tanto per farsi un’idea, vengo da un posto molto buio. Ho avuto un anno e mezzo “hikikomoriko” durante il quale non sono quasi mai uscito fuori di casa. Ho avuto forti sentimenti di solitudine, ansia sociale, pensieri suicidi, crisi di rabbia e di pianto, frustrazione, insolenza e viltà... Ho avuto una relazione non sana con pornografia, internet e telefono, comportamenti autolesivi (non visibili). Ho acquisito una certa disfunzione sessuale. Su questo tema, usavo la pornografia non tanto, o quasi mai, per liberarmi da qualche desiderio sessuale, che appunto era, forse, completamente assente. Non praticavo quasi mai l’onanismo, se non quando, nei momenti più bassi, era usato come pratica per umiliarmi e mostrarmi che non ci sono limiti del mio depravarmi. La usavo più per scappare dalla mia mente, per intontirmi (dumbing), ma forse anche per sentire affezione. E quindi guardavo queste cose schifose anche per ore in questo senso. Era l’unica cosa che mi faceva sentire qualcosa, anche se non sempre, visto che ero arrivato in una condizione di apatia morbosa. Anche se questo non c’entra niente, se non per enfatizzare sul fatto di avere una forte paura di ritornare in quello stesso stato. Infatti, da quando ho iniziato l’università - 2 mesi circa – sono riuscito a resistere a qualsiasi “urge”, in maniera quasi troppo facile (meno facile in queste 2 settimane). Nei momenti di lucidità non capivo perché facevo queste cose, sembravano così lontane dalla mia identità... Infatti, in quei momenti non pensavo di essere in grado di fare gli stessi errori e provavo disperatamente di uscirne. Mi sentivo come in una gabbia – Se ha presente la metafora che anche Van Gogh usa nella sua lettera che conosco persino a memoria “For there is a great difference between one idler and another idler. […] A caged bird in spring knows perfectly well that there is something to be done, but he is unable to do it […] Oh! please give me the freedom to be a bird like other birds!” etc. etc. Infatti, ho avuto vari personaggi con cui mi sono identificato, diventando quasi ossessionato, trasformandoli come in una sorta di fratelli maggiori, che mi capivano, degli amici (Eminem, Dostoievskij, Camus, Svevo, Cobain, Bukowski). Adesso è Van Gogh che mi sembra il più vicino a me. Tutti questi mi hanno aiutato a capirmi e, infatti, qualche volta non posso pensare ad altro se non a come uscire dalla mia situazione. Il mio libro favorito è Il profumo di Patrick Suskind. Mi sembra di essere invisibile. Non posso negare che forse è anche questo il motivo per il quale ho scelto psicologia. Psicologia è l’unica cosa mi interessa e che ho studiato per anni esplorando il mio mondo interiore. Ma prima e soprattutto voglio credere di avere bisogno di fare psicologia per avere un senso nella vita, senza il quale sento di non poter vivere – l'aiutare altre persone a sentirsi meno sole, meno disperate, “consolare gli umili”. Essere circondato da persone. La sofferenza mi sembra la cosa più reale e debilitante. Se tutto si può negare e relativizzare, la sofferenza è innegabile, come il “cogito ergo sum”. Ma non posso negare che a psicologia mi sento come una pecora tra i lupi. Sono sempre stato audace, ma non sempre ho la forza necessaria per andare contro alle mie paure. Nei legami sociali sono un po’ come un pianista che ha paura del piano. Nei momenti di forza vado e premo i tasti a caso, per poi allontanarmi in ansia, per poi cadere e riprovare (forse). Di solito divido la mia vita in 4 periodi principali: Il prima di venire in Italia (6 anni fa, qualche giorno prima di iniziare il liceo), il prima dell’isolamento totale, l’isolamento (2 anni fa), e il dopo isolamento (due mesi fa). Prima dell'isolamento, ero come un atleta il quale, rotti i piedi, provava a toccare il traguardo facendo piccoli salti prima di cadere e farsi ancora più male. Adesso ho iniziato di nuovo a saltellare, ma fa ancora così male cadere... Ho riiniziato a suonare, ad andare a nuoto, persino a farmi docce fredde e meditare, tanto per dire che ho provato tutto per uscirne. “Non ti vogliamo!”, “Non toccarmi con le tue sporche mani da rumeno”, ma anche umilianza, mancanza di rispetto, prese in giro, tentativi di farmi fare brutta figura davanti ai professori... Ma non era questo che mi feriva, quanto mi feriva il fatto di essere sempre solo, di non avere nessuno con cui parlare, che mi capisse, come se tutto il mondo si era alleato contro di me. Non ho nessun amico da 6 anni – nel senso di proprio nessuno. Trovavo come rifugio soltanto i libri e la chitarra (che ero incapace di suonare). Quando tornavo a casa la situazione non era migliore - mia madre che prende medicine per l’ansia (crisi che sono iniziate per colpa mia), mia zia che è depressa, con tendenze hikikomorike, anche se va al lavoro (è tutto quello che fa), ma che ha anche il talento estremo di tirare giù anche tutti quelli che gli sono attorno e mio padre che è completamente assente. Ho finito per odiare i miei, anche se non del tutto, come in una sorta di sindrome di Stoccolma. Sono i miei migliori amici, dipendo da loro per i soldi, ma non ho dei genitori, o qualcuno con qui parlare di cose veramente importanti. E mi impediscono di fare qualsiasi cosa mi possa permettere di uscire dalla mia situazione... Loro sono troppo rassegnati, forse, e non capiscono il mio bisogno di uscire, di vivere. Non sembra strana per loro la mia situazione, o, comunque, non le interessa e pensano di essere pazzo - e anch’io lo penso qualche volta. E non ho la forza di liberarmi o, meglio, ribellarmi. Non ho nessun posto dove andare. Le frecciatine che mi fanno male sono ancora piuttosto spesse (invece di darmi qualsiasi aiuto per uscire e come se non fossi già abbastanza io che mi critico e odio in continuazione). Mi dicono “devi farti una ragazza”. Tutti mi dicono “devi farti una ragazza” (persino il medico di base al quale ho chiesto aiuto con la mancanza di erezioni). O persino mi insultano, dicendomi “vergine!”. E mi vergogno. Mi dicono “come non è così facile farsi una ragazza?”. E allora mi sento incapace. Non so stare al mondo. Vorrei una ragazza. Vorrei sentire di poter amare ed essere amato. Che qualcuno mi dica che sono ok. Sentirmi speciale e visto. Avere una vita. Non ho una vita. Qualche tentativo di relazione l’ho avuto (tra i 15-16 anni e i 18). Ma ogni volta perdevo interesse, forse per preservare la mia autostima nel caso sarei stato io a diventare noioso. Mi sento comunque un essere neutro. In qualche modo rifiuto la mia sessualità. Ma allo stesso tempo vorrei essere in grado di esprimerla. C’è un grande problema di vergogna, di paura di lasciarmi andare, del sentirmi piuttosto effeminato e rigido, sconfortevole nel mio corpo, del lasciare le persone che si avvicinino troppo e magari vedere il mostro che so di avere dentro... Non mi sento virile, non mi sento abbastanza maschile, (visto anche i problemi di disfunzione che ho), non so neanche chi sono veramente pur avendomi cercato per tutto questo tempo. Non sono pronto per una relazione. Non ho l'esperienza che dovrei avere alla mia età. Mi sa che non sono neanche ancora uscito dall’adolescenza. E non sono pronto per diventare adulto. Dopo l’esame di maturità la realtà della complessità e difficoltà della vita mi ha colpito in modi assurdi. E mi sembra persino egoistico farmi una ragazza o un amico – sento di togliere loro l’opportunità di essere in compagnia di qualcuno di migliore che possa veramente renderli felici. Ho un’autostima molto bassa. E non mi sento capace di essere veramente utile a qualcuno. (come quando ho cercato di trovarmi un lavoro senza riuscirci). C’era un periodo in cui avevo dubbi se esistevo veramente. Ero come uno zombie, o una fantasma. Ero già morto, perché non uccidermi? Infatti, ero morto dal punto di vista sociale. E lo sono ancora. Adesso mi era venuta l’idea di prendermi un cane. Pensavo fosse un altro fattore che mi possa permettere di uscire dalla mia solitudine (visto che ha aiutato alcune persone con la depressione). I miei non si fidano di me, però. Non pensano sia abbastanza responsabile o qualsiasi altra cosa. Viviamo comunque in appartamento e forse è vero che è un salto troppo grande. E già non ho abbastanza tempo e voglia per compiere le mie attuali responsabilità. Come faccio se diventerà un peso, come le relazioni con le ragazze che ho avuto? L’impossibilità di attuare questo desiderio e il non vedere nessun’altra soluzione, però, mi fanno stare ancora più male. Cos’altro potrei fare per continuare ad andare avanti? Quello che sto facendo è chiaro che non funziona più... E non trovo nessun motivo di esistere. Grazie! So che è un sacco di roba, e non è neanche tutto, ma non saprei come riassumere meglio tutto questo. Voglio solo smettere di sentirmi male e incapace e disperato e riuscire a continuare lo studio, organizzarmi e superare gli esami - visto che sono impossibilitato nell’andare dallo psicologo (i miei non pensano funzioni o sia un vero mestiere) e non voglio né prendere medicine come mia madre. Ho momenti e momenti, poi, non sono sempre molto depresso, forse. Non saprei dirlo esattamente. Altre volte sento di impazzire e i pensieri suicidi sono tornati (mi ero dato circa 10 anni, ma in questo momento dubito di riuscirci). Pensate sia possibile per me continuare psicologia? Forse se fossi andato all’università di arte (ipoteticamente, visto che non lo farei mai), almeno avrei trovato più persone “pazze” come me. Anche se mi piacciono i corsi e mi interessano, qualche volta sento di non appartenere in quell'ambiente dove tutti sembrano interagire, scherzare e formare gruppi. Gli altri sembrano normali, ci sono sorprendentemente pochi introversi (o forse sembra così perché non escono in evidenza). E io, con i miei capelli lunghi e neri, rannicchiato e spaventato in mezzo agli altri, fingendo di fare qualcosa di importante sul telefono, o parlare con qualcuno che non esiste, oppure, nei momenti migliori, che fingo di essere calmo e felice parlando con qualche ragazza a caso che non rivedrò mai più, come se ogni persona con cui parlo è inghiottita in un abisso quel giorno, appena esce dall’università, e non ritornerà mai più... Non so se sembro appartenere. Oddio vedermi nei vetri dei diversi edifici e sento che gli altri potrebbero sentire disgusto nel vedermi oppure un grande vuoto, come sento anch’io qualche volta nel parlare con loro. La mia vita pendola tra ansia, frustrazione, depressione e apatia. Senza parlare del peso che il sentirmi straniero e dover pronunciare il mio "strano" nome ha su tutto questo. Mi chiedo quanto potrebbe aiutarmi un cane...

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Tentato suicidio

Ciao, sono Rea, ho 19 anni. Non ho mai parlato con uno psicologo per motivi economici e perché non voglio dare problemi. Da due anni ho delle forti crisi d'ansia che mi bloccano il respiro, molte volte mi taglio e penso spesso al suicidio come soluzione. Sono fidanzata da un anno e qualche mese, nell'ultimo periodo le cose tra me e il mio ragazzo non stanno andando benissimo, lui non comprende il mio dolore e io sono troppo gelosa (anche perché lui abita a 40 minuti di distanza da me). Non sempre possiamo vederci perché io non ho la patente e lui non ha sempre la macchina a disposizione. È un bravo ragazzo però per quanto si impegni mi ferisce in qualche modo. La scorsa relazione è durata tre anni, poi lui mi ha tradita... Io vivo la mia vita con l'ansia perennemente, la situazione a casa fa schifo, non ho più amici, non posso parlare con i miei genitori perchè non capirebbero e non voglio dare dispiacere. Qualche giorno fa ho rotto uno specchio, dopo essermi tagliata, ho pensato di farlo scivolare lungo la gola per farla finita. Non ho passioni, l'unica cosa che amo fare è truccare ma non ho soldi per pagarmi le varie scuole. Sono arrivata al punto che non so cosa fare e a chi rivolgermi, sono rimasta sola... alla fine non mi uccido mai perchè non voglio fare stare male mamma, vorrei solo trovare un pò di felicità, da sola non riesco.. Non so nemmeno se questo messaggio verrà letto, penso proprio di no, non ha importanza... Mi scuso per aver preso del suo tempo e soprattutto se ci sono errori grammaticali.

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