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L’ansia rappresenta l’espressione di un malessere il cui significato va rintracciato all’interno della propria storia. Essa si presenta con un insieme di sintomi fisici ( sudorazioni, tachicardia, tremolii, vertigini,capogiri, dispnea, visione confusa, sensazione di soffocamento) che in un primo momento fanno sospettare l’insorgenza di una malattia organica. In questi termini l’ansia porta ad una confusione mentale. La persona con sintomatologia ansiogena tende a combattere l’ansia entrandoci in sfida, non accettando l’idea di presentare tale manifestazione. Basterebbe prendersi del tempo per stare con se stessi, eppure l’essere umano è così strettamente legato alle proprie zone ombra che fa fatica a vedersi, ad identificarsi come persona. Entrano in campo gli attacchi di panico, episodi di ansia generalizzata, i quali, attraverso modalità forti e crude, mettono nella condizione di prendersi cura di sé. Prendendo in esame la storia familiare di una persona che manifesta tale sintomatologia si può notare, in alcune circostanze, esperienze di accudimento invertito, ovvero svariati episodi in cui si è percepita l’assenza di un genitore sicuro, protettivo ed adulto. In questo caso il figlio si pone come “terzo genitore” all’interno della propria coppia genitoriale, con l’erronea convinzione di “aggiustarla”. È probabile che gli esseri umani mettano in atto una specifica funzione nelle relazioni con l’altro senza la quale non saprebbero riconoscersi: prendiamo come esempio il ruolo del “collante” all’interno della propria famiglia d’origine. Il figlio tende, a suo modo, a tenere unite due unità genitoriali o l’intero sistema familiare. Questa modalità relazionale implica una scarsa attenzione e visibilità. Poco spazio per sé, porta inoltre allo sviluppo di una forte resistenza ad affidarsi e fidarsi delle e nelle relazioni, non avendo sperimentato in prima persona un legame di attaccamento solido con i propri genitori. L’infante infelice cresce con l’idea di una rigida indipendenza che lo porta a non chiedere aiuto, riempiendo i propri vuoti di appartenenza con relazioni compensatorie. Il dolore non viene ascoltato, piuttosto negato e porta alla sintomatologia ansiogena, quale espressione di un malessere taciuto per anni. Questa problematica fa percepire all’individuo sensazioni di soffocamento e di depersonalizzazione, poiché per anni si è messo su un piano periferico della propria vita. Spesso le persone con questo disturbo amano buttarsi nelle intemperie della quotidianità e vivere una vita da martiri; non a caso tra i sintomi fisici dell’ansia si riscontra la sensazione di perdere il respiro, così come nelle tempeste. Il corpo, per primo, ci avverte che è arrivato il momento di smettere di non pensare a sé. Prendersi la responsabilità della vita degli altri, comporta venire meno alla propria, ed è necessario scegliere di vivere per sé per cercare la cura della propria infanzia infelice. In questo sono necessari tre elementi: auto-consapevolezza, auto-coscienza e coraggio. La psicoterapia permette l’attivazione delle risorse individuali e familiari che portano alla guarigione.

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