Paura di decidere: quando ogni scelta deve sembrare perfetta

Paura di decidere: quando ogni scelta deve sembrare perfetta

Hai tre schede aperte.

Il preventivo A.

Il preventivo B.

E un forum nel quale uno sconosciuto racconta che il preventivo C gli ha cambiato la vita.

Sul tavolo c’è un foglio con due colonne.

Hai chiesto un parere al partner, uno a un collega e uno a quella persona che “decide sempre bene”, categoria mitologica paragonabile a chi piega il lenzuolo con gli angoli al primo tentativo.

Mancano dieci minuti alla scadenza.

Le informazioni non sono poche.

Il problema è che nessuna riesce a fare ciò che le stai chiedendo:

garantire che, scegliendo, non proverai mai dubbio, rimpianto o delusione.

Così la decisione non deve più essere ragionevole.

Deve essere irreversibilmente giusta.

Deve superare una prova che la realtà non organizza: dimostrare oggi che nessun futuro possibile avrebbe potuto essere migliore.

Perché alcune decisioni sembrano così difficili?

Decidere significa scegliere tra alternative sulla base delle informazioni disponibili.

Una parte, inevitabilmente, resta fuori campo.

Il problema può diventare più grande quando una scelta non riguarda più soltanto le sue conseguenze.

Comincia a dire qualcosa su di noi.

“Se scelgo male significa che sono incapace.”

“Avrei dovuto prevederlo.”

“Una persona intelligente non avrebbe fatto questo errore.”

A quel punto non stai più scegliendo semplicemente un corso, una casa o una risposta da dare.

Stai sostenendo un esame sul tipo di persona che sei.

Anche decisioni relativamente reversibili possono allora assumere il peso di una sentenza.

Una cena diventa “la serata sbagliata”.

Un acquisto moderato diventa “la prova che non so gestire i soldi”.

Una candidatura può sembrare “la strada che potrebbe rovinarmi la carriera”.

La mente non valuta soltanto le conseguenze.

Costruisce un tribunale, nomina un giudice e convoca anche il rimorso come testimone.

Paura di sbagliare e bisogno di certezza

Alcune decisioni hanno conseguenze importanti.

È ragionevole dedicare loro tempo, raccogliere informazioni e chiedere il parere di persone competenti.

Ma importanza e certezza non sono sinonimi.

Una scelta seria può essere ben ponderata senza essere infallibile.

La difficoltà compare quando la condizione per decidere diventa:

“Devo essere sicuro.”

E subito dopo:

“Devo essere sicuro di essere sicuro.”

A quel punto anche nuove informazioni possono smettere di aiutare.

Quando informarsi diventa un modo per non decidere

Raccogliere dati è utile finché quei dati possono modificare la decisione.

Dopo una certa soglia, però, la ricerca può cambiare funzione.

Non serve più a capire meglio.

Serve ad abbassare l’ansia.

Si rilegge la stessa recensione.

Si formula la domanda in modo leggermente diverso.

Si consulta un’altra persona.

Si apre un nuovo confronto.

Qualcuno finalmente dice:

“Io sceglierei A.”

Per mezz’ora la strada sembra libera.

Poi compare un dettaglio non considerato.

La pratica torna immediatamente in istruttoria.

La rassicurazione ha risposto alla domanda.

Non ha risposto al bisogno di garanzia.

E il bisogno di garanzia, a differenza di un consulente serio, non dichiara mai conclusa la riunione.

Intolleranza dell’incertezza e indecisione

La psicologia utilizza il termine intolleranza dell’incertezza per descrivere la difficoltà a tollerare la possibilità di un esito negativo o non completamente conoscibile.

È stata studiata soprattutto in relazione alla preoccupazione e ai disturbi d’ansia, ma non appartiene a una sola diagnosi.

E non è, da sola, una diagnosi.

Nella vita quotidiana può presentarsi anche senza un disturbo psicologico.

Una mail rimane nelle bozze perché il tono non sembra ancora esattamente giusto.

Un genitore consulta cinque fonti sulla scelta scolastica e dopo la quinta si sente meno sicuro della prima.

Una coppia discute per settimane tra due alternative non perché manchino preferenze, ma perché nessuna opzione può promettere l’assenza futura di rimpianto.

Rimpianto anticipato: cercare di evitare oggi il dolore di domani

Una parte della paura di decidere può riguardare il rimpianto anticipato.

Immagini una versione futura di te che guarda indietro e domanda:

“Come hai potuto scegliere così?”

Per evitare quella scena provi a simulare in anticipo tutte le conseguenze.

Anche quelle che dipenderanno da fattori che oggi non puoi conoscere.

Il rimpianto anticipato non è sempre inutile.

Può aiutarci a considerare conseguenze importanti.

Diventa problematico quando viene trattato come un oracolo.

L’emozione che immagini di provare in futuro non è una registrazione inviata dal futuro.

È una previsione costruita oggi.

Ed è influenzata anche dall’ansia, dall’umore, dalle esperienze recenti e dal modo in cui stai formulando il problema.

Una scelta non determina da sola tutto ciò che accadrà dopo

Quando siamo molto indecisi possiamo trattare la decisione iniziale come se determinasse l’intero futuro.

Ma una scelta è soltanto una parte di ciò che succederà.

Il lavoro che accetti dipenderà anche dalle persone che incontrerai, dalle condizioni concrete e dalla possibilità di modificare qualcosa.

La città nella quale decidi di vivere cambierà anche in base alle relazioni che costruirai.

Un acquisto poco riuscito può restare semplicemente un acquisto poco riuscito.

Non deve necessariamente diventare una biografia in tre atti.

Dopo ogni scelta esiste infatti una seconda capacità:

rispondere a ciò che succede.

Adattare.

Correggere.

Rinegoziare.

Chiedere aiuto.

Cambiare strada.

Imparare.

La vita non valuta soltanto quanto bene scegliamo.

Dipende anche da ciò che facciamo con le nostre scelte.

Quanto è davvero irreversibile questa decisione?

Una domanda utile riguarda la reversibilità.

Alcune decisioni possono essere modificate con costi relativamente contenuti.

Possiamo provarle.

Correggerle.

Cambiare idea.

Uscire.

Altre decisioni meritano una cautela molto maggiore perché coinvolgono salute, sicurezza, somme economiche importanti o responsabilità verso altre persone.

Trattare entrambe le categorie allo stesso modo è come presentarsi con un estintore davanti a una candela e con una tazzina d’acqua davanti a un incendio.

Per una scelta relativamente reversibile può essere sufficiente stabilire una soglia di informazione.

Quali criteri contano?

Quali rischi sono accettabili?

Quale opzione è più coerente con le mie priorità attuali?

Per decisioni ad alto impatto servono invece competenze appropriate, più tempo e confronti qualificati.

Anche in quel caso, però, l’obiettivo è una decisione informata.

Non l’abolizione dell’incertezza.

Prudenza e ansia non sono la stessa cosa

Il contesto conta.

Chi vive precarietà economica può avere margini di errore più stretti.

Lo stesso vale per chi ha responsabilità di cura, vincoli familiari o vive condizioni di discriminazione.

Dire semplicemente:

“Buttati.”

può significare ignorare la realtà.

La libertà di scegliere non è distribuita nello stesso modo.

La prudenza non è automaticamente ansia.

Allo stesso tempo, vincoli reali e bisogno di certezza possono convivere.

Può esistere una parte del problema che richiede informazioni reali e una parte che continua a chiedere una sicurezza che nessuna informazione può fornire.

Chiedere consiglio aiuta, delegare la decisione molto meno

Chiedere un parere è spesso utile.

Qualcun altro può notare elementi che non stiamo considerando.

Il problema nasce quando il consiglio deve sostituire la responsabilità emotiva della scelta.

“Scegli tu.”

può produrre una decisione.

Non necessariamente tranquillità.

Alla prima difficoltà può comparire:

“Io non l’avrei scelto.”

Oppure chiediamo un parere a qualcuno sperando che confermi ciò che preferiamo.

Quando lo fa, iniziamo a dubitare che abbia davvero compreso la situazione.

Partner, amici e professionisti possono finire così dentro il circuito.

Il partner diventa garante.

L’amico revisore.

Il professionista una specie di notaio dell’avvenire.

Un confronto più utile distingue due richieste:

“Aiutami a vedere qualcosa che non sto considerando.”

da:

“Dimmi che non me ne pentirò.”

La prima cerca una prospettiva.

La seconda chiede una promessa che nessuno può fare.

Una buona decisione può avere un cattivo risultato

Un altro passaggio utile è separare la qualità della decisione dalla qualità dell’esito.

Puoi prendere una decisione prudente e ben informata e ottenere comunque un risultato sfavorevole.

Puoi prendere una decisione superficiale e avere fortuna.

Valutare soltanto l’esito porta facilmente al senno di poi:

“Era ovvio che sarebbe andata così.”

Valutare il processo significa invece chiedersi:

Avevo raccolto informazioni proporzionate?

Avevo considerato i rischi principali?

Avevo tenuto conto delle persone coinvolte?

La scelta era coerente con ciò che sapevo e con le mie priorità in quel momento?

Sono domande molto diverse da:

“È andata bene?”

Come decidere quando non ci si sente ancora sicuri

Può essere utile prendere una decisione attualmente aperta e definire in anticipo tre elementi.

Quali informazioni possono davvero cambiare la scelta?

Quali criteri personali contano?

Entro quando prenderò la decisione?

Questa procedura non elimina l’ansia.

Serve a impedire che il processo si allarghi indefinitamente soltanto perché la sensazione di certezza non è ancora arrivata.

Poi può essere utile farsi una domanda particolarmente semplice:

“Che cosa devo ancora sapere e che cosa sto cercando di sentire?”

Se manca un’informazione concreta, cercala.

Se manca la garanzia che non proverai mai dubbio, potresti stare aspettando qualcosa che una decisione non può consegnare.

Quando la paura di decidere diventa un problema

Può essere utile un colloquio psicologico quando il bisogno di certezza:

consuma molto tempo;

porta a controlli e ricerche ripetute;

richiede rassicurazioni continue;

blocca decisioni ordinarie;

produce procrastinazione;

crea conflitti nelle relazioni;

riduce progressivamente la fiducia nel proprio giudizio.

L’obiettivo non è diventare una persona impulsiva che decide tutto in trenta secondi.

Quella, più che sicurezza, sarebbe una campagna pubblicitaria.

Può essere invece recuperare una libertà più sobria:

scegliere usando ciò che sappiamo senza pretendere di conoscere in anticipo tutta la storia.

Firmare con la matita

Non tutte le decisioni si incidono nella pietra.

Molte possono essere firmate con la matita.

Quando possibile, una buona scelta lascia anche spazio alla correzione.

Non serve trasformare l’incertezza in entusiasmo.

Può bastare smettere di interpretarla come prova che non siamo ancora pronti.

La decisione adulta non è quella che arriva senza dubbio.

È quella che usa ciò che sa, riconosce ciò che non può sapere e conserva la possibilità di rispondere a ciò che verrà.

Domande frequenti sulla paura di decidere

Perché faccio così fatica a prendere decisioni?
Le ragioni possono essere molte. In alcuni casi l’errore viene vissuto come particolarmente minaccioso oppure si cerca una certezza che nessuna scelta può offrire.

Perché chiedo sempre consiglio agli altri?
Un parere può fornire informazioni utili. Se però viene utilizzato soprattutto per ottenere rassicurazione, la tranquillità può durare poco e richiedere nuovi pareri.

Che cos’è l’intolleranza dell’incertezza?
È la difficoltà a tollerare la possibilità che qualcosa rimanga incerto o possa andare diversamente da quanto desiderato. È un processo studiato in diverse condizioni psicologiche ma non costituisce, da solo, una diagnosi.

Come faccio a sapere qual è la scelta giusta?
Spesso non è possibile sapere in anticipo quale sarà l’opzione perfetta. È più realistico costruire una decisione proporzionata alle informazioni, ai rischi e alle priorità disponibili.

Paura di sbagliare e indecisione sono collegate?
Possono esserlo. Se un errore viene interpretato come prova di incapacità o irresponsabilità, scegliere può diventare molto più difficile.

Quando rivolgersi a uno psicologo?
Quando indecisione, controlli, rassicurazioni e rinvii assorbono molto tempo o limitano significativamente lavoro, relazioni o vita quotidiana.

Fonti essenziali

National Institute for Health and Care Excellence, Generalised anxiety disorder and panic disorder in adults: management — CG113.

McEvoy P.M. et al. (2023), The impact of psychological treatment on intolerance of uncertainty in generalized anxiety disorder: A systematic review and meta-analysis, Journal of Anxiety Disorders, 97, 102729.

Pinciotti C.M., Riemann B.C., Abramowitz J.S. (2021), Intolerance of uncertainty and obsessive-compulsive disorder dimensions, Journal of Anxiety Disorders, 81, 102417.

Kobori O., Salkovskis P.M. (2013), Patterns of reassurance seeking and reassurance-related behaviours in OCD and anxiety disorders, Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 41(1), 1–23.

Dott. Francesco Giampaolo — Psicologo clinico, specializzando in psicoterapia CBT

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