ETNOPSICOLOGIA: il dispositivo terapeutico come chiave per l’accoglienza

In un’epoca come quella contemporanea, in cui l’interazione tra individui permea ogni attività quotidiana e l’assenza di veri e propri confini incrementa la possibilità di scambio tra le diverse etnie, diventa fondamentale imparare a parlare di cultura, ponendosi in una posizione di ascolto e comprensione del vissuto dell’altro, piuttosto che in una prospettiva di superiorità. Risulta pertanto necessario considerare la cultura come un processo dinamico e non come un fenomeno statico.

Il crescente flusso migratorio, come testimoniano i dati ISTAT del 1° gennaio 2018 che riportano la presenza di 3.714.934 cittadini non comunitari in Italia, richiede un nuovo inquadramento del fenomeno da parte di quelle discipline che si occupano della salute, passaggio fondamentale per individuare piani d’intervento adeguati ad una richiesta sempre più estesa. E’ necessario porsi in una posizione di ascolto e di valorizzazione della figura del migrante, delle sue risorse soggettive. Al contempo, l’interazione con l’altro richiede una ridefinizione del concetto occidentale di malattia e delle sue classiche nozioni, quando ritenute inadeguate a facilitare la comprensione del vissuto dell’altro.

Su questa linea si muove l’etnopsicologia che “studia la dimensione psicologico-culturale, di popolazioni di culture altre da quella che suole definirsi occidentale e inoltre interviene su di essa, con dispositivi terapeutici adeguati” (Cardamone et al., 2000).

In questa formulazione si può notare come l’utilizzo del termine ”psicologico” costituisca un’espressione prettamente appartenente alla nostra cultura ma non a quelle di altre etnie. Gran parte dell’assetto della disciplina psicologica occidentale infatti, fa riferimento al pionieristico lavoro di S. Freud, padre della psicoanalisi classica, che definiva ciò che la cultura occidentale ha chiamato “psiche” come la struttura della mente attraverso cui si percepisce la realtà. Il concetto di psiche permette di distinguere la realtà esterna in cui viviamo dal nostro cosiddetto “mondo interno”, il quale coinvolge la componente emotiva e soggettiva. In altre culture questa distinzione spesso non viene riconosciuta o fa riferimento ad altre visioni del mondo e dell’uomo non facilmente assimilabili alla nostra. La tendenza comune è quella di guardare alle altre realtà utilizzando quelli che sono gli schemi appresi dalla cultura di riferimento e la propria visione del mondo.

Il ruolo dell’etnopsicologia è dunque quello di “tradurre” il linguaggio emotivo di un determinato sistema culturale piuttosto che interpretarlo come in ottica occidentale. Per meglio dire, non si tratterebbe di guardare soltanto gli altri, ma di guardarsi come altri. Sulla base di questo è necessario introdurre il concetto di “dispositivo”, ovvero lo strumento terapeutico che permette l’intervento dell’etnopsicologia. Agamben, nel 1977, intende il dispositivo come “un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve: tanto del detto che del non-detto”. Il dispositivo, dunque, funge da rete tra questi elementi ed ha come funzione quella di rispondere ad un’urgenza.

In letteratura esistono altri termini impiegati nella definizione dell’ambito etnopsicologico. Si tratta di discipline che, seppur apparentemente simili all’etnopsicologia, differiscono da essa in quanto utilizzano altri dispositivi terapeutici.

La psicologia cross-culturale ad esempio, compara gli stili di comportamento nelle diverse culture con l’intento di ottenere dei modelli di pensiero estendibili a tutti gli esseri umani, indipendentemente dall’appartenenza culturale.

La psicologia transculturale invece si occupa dello studio dei fenomeni psicologici all’interno di diverse culture e rappresenta una via di mezzo tra la psicologia cross-culturale e la psicologia culturale.

La psicologia culturale promuove il fenomeno del relativismo culturale, secondo cui il comportamento è condizionato dai criteri imposti dal contesto culturale nel quale il soggetto viene inserito.

La psichiatria culturale, è una disciplina che si occupa della descrizione, definizione e valutazione di tutte le condizioni psichiatriche in quanto soggette all’influenza modellante dei fattori culturali.

La psichiatria transculturale considera i conflitti ed i problemi legati agli ambienti in cui si verificano cambiamenti sociali, gli atteggiamenti e le convinzioni a proposito delle anomalie comportamentali e le scelte politiche determinate dalla cultura di appartenenza.

Infine, l’etnopsichiatria, si occupa dello studio e della classificazione dei disturbi psichiatrici nel contesto storico-sociale in cui si delineano.

Poiché attualmente l’ambito etnopsicologico sembra poter rispondere in modo adeguato alle questioni legate ai processi migratori, risulta opportuno destinargli un ruolo di riferimento da parte di coloro che si occupano del fenomeno migratorio in Italia, attualmente ancora sprovvista di linee guida e di strutture istituzionali adeguate e pertinenti.


Bibliografia

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. Gustave Le Bon, Psicologia del popoli, M.&B. Publishing, Milano 1996, pagg. 159, lire 15.000;

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