Problematiche sociali

Il coronavirus e la pandemia del narcisismo

14 Marzo 2020

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Man mano che il virus si esprime, moltiplicando esponenzialmente il numero delle vittime, si evidenziano delle caratteristiche che non hanno a che vedere solo con degli aspetti epidemiologici, medici e sanitari, ma anche psicologici. 

Il virus SARS-CoV-2, che causa la malattia da coronavirus 2019 (COVID-19), nella sua rappresentazione grafica assomiglia a una pallina da golf, grigiastra, con dei ciuffetti rossi sulla superficie. Si tratta di una pallina con cui a ogni bambino piacerebbe giocare e, psicologicamente, potrebbe ricordare la casetta di marzapane della fiaba Hansel e Gretel del fratelli Grimm, che appare accattivante dall’esterno ma che al suo interno contiene un’insidia, la strega. L’insidia è tale in quanto non si vede in apparenza, a un primo sguardo.

Per quanto riguarda il coronavirus SARS-CoV-2, che si tratti di una pandemia ormai è accertato. Essendo una pandemia, non guarda passaporti o confini, si diffonde come vuole; proprio come un’attitudine psicologica, che in alcuni casi può diventare un disturbo, una psicopatologia conclamata, il narcisismo.

Il virus si esprime in un modo caratteristico, colpendo in particolare il sistema respiratorio e, nei suoi esiti fatali, provocando la morte a causa di una sindrome respiratoria grave. Vi sono poi innumerevoli componenti psico-sociali del virus, che dipendono dalle caratteristiche della popolazione che colpisce. Ad esempio, per dirne solo una, in Italia si organizzano flash mob e dalle finestre delle proprie abitazioni si cantano motivi conosciuti, che rievocano sentimenti positivi, per alleviare quelli negativi associati al virus. Così come l’augurio di ritornare ad abbracciarsi, dato dal capo del governo, ha avuto una notevole efficacia comunicativa, aiutando le persone a resistere alla voglia di uscire dalle proprie abitazioni.

Analogamente il narcisismo, con le sue innumerevoli sfaccettature, si adatta a seconda del luogo e della mentalità della popolazione. Esso è tanto più marcato quanto più la popolazione nel suo complesso è evoluta sul piano dello sviluppo cognitivo.

Dal punto di vista della dinamica del virus, i ciuffetti esterni rappresentano dei recettori che servono ad agganciarsi alle proteine situate all’esterno delle cellule del corpo umano e, proprio come delle chiavi, aprono le porte di accesso al contenuto della cellula, dopodiché si diffondono al suo interno, dispiegando tutta la forza distruttiva del virus. Proprio come accade con il narcisismo. 

Il narcisismo non consiste nell’essere innamorati di se stessi ma, come afferma anche il mito, nell’innamoramento dell’immagine di sé. Essendo un’immagine proiettata, essa non necessariamente corrisponde alla realtà; infatti, quasi mai vi corrisponde. In realtà oggi il mondo, soprattutto quello più evoluto sul piano cognitivo, che a livello collettivo coincide con la parte economicamente più sviluppata, vive più che mai sotto l’illusione di aver sconfitto i limiti imposti dalla natura fino a voler sconfiggere, un giorno chissà, la morte.

Riusciamo a fare cose impensabili sono cinquant’anni fa, e questo ha alimentato la nostra sensazione di essere onnipotenti, anche se ha lasciato dietro di sé distruzione, fame, esclusione, e ha creato (e sempre di più creerà) disparità e accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. Tutto ciò è espressione del narcisismo collettivo ed è sotto gli occhi di tutti.

Poiché, secondo la regola aurea secondo cui ciò che si esprime a livello collettivo non è che la somma di ciò che avviene a livello individuale, tutto ciò che accade a livello globale rispecchia qualcosa che accade a livello personale. In qualche modo, siamo tutti affetti da questa illusione. In pratica, man mano che evolviamo, invece di risolvere i nostri problemi li complichiamo.

Scendendo sul piano psicologico, dunque, si può dire che invece di guardarci come veramente siamo continuiamo ad alimentare la costruzione di un’immagine di noi molto migliore di ciò che siamo e poi, in maniera spesso inconsapevole, cerchiamo di adattarci ad essa. Siamo come dei levrieri che rincorrono una preda artificiale. Noi inseguiamo affannosamente la lepre, la nostra immagine proiettata, ma non vinciamo mai. E, al nostro interno, si consuma una lotta, spesso invisibile e ignota a noi stessi, che ci porta a vivere sentimenti ed emozioni forti, come la paura, la vergogna, la rabbia, la frustrazione, e l’incapacità di amare e di apprezzarci.

Il narcisismo costituisce una difesa contro il dolore e serve a mantenere alta l’immagine di sé, la maschera, in modo che questa possa occultare l’ombra, la parte di sé considerata indesiderabile, che non si vuole vedere e che non si vuole sia visibile dall’esterno, una sorta di doppia difesa dall’ombra. Per mantenere attiva questa difesa, il narcisista deve essere inautentico; perciò, egli manca anche di empatia, verso di sé e verso l’altro. In più, poiché questa difesa è inconscia, il narcisista dimenticherà anche di essere non empatico, cioè insensibile ai sentimenti altrui, e si stupirà se qualcuno glielo fa notare (“ma come, veramente non solo empatico?”). Una conseguenza di ciò sono la scarsa autostima e gli sbalzi di umore, che possono essere lievi o virare verso una conclamata psicopatologia.

E allora, date queste premesse, non possiamo stupirci se di fronte a un’emergenza come quella che si sta vivendo con il coronavirus si possano attivare reazioni e sentimenti forti nelle persone. La paura è uno di questi. Essa può divenire pervasiva, se pensiamo che possiamo perdere la nostra vita o quella dei nostri cari, o di non poter essere curati e/o di dover morire da soli, con un respiratore e isolati. Oppure, se pensiamo che una volta risolta l’emergenza perderemo le nostre sicurezze economiche o che questa possa provocare ulteriori squilibri nell’assetto geopolitico ed economico globale. Oppure, si possono alimentare paranoie e sospetti complottisti, e alimentare così l’odio verso l’altro che ci minaccia. La mancanza di empatia si può manifestare in modo evidente, come è successo con l’episodio riportato dai media, in cui alcuni giovani, noncuranti del problema, in quanto sembrava in un primo momento non riguardarli, invece di seguire le indicazioni del governo si accalcavano nelle serate della movida, al suono del mantra “tanto il virus colpisce solo i vecchi”. Oppure, la mancanza di empatia derivata dall’insofferenza di molte persone che, pensando solo a sé stesse, si sono spostate affrettatamente dalle zone rosse, a forte rischio di contagio, per accalcarsi a prendere gli ultimi treni per il sud. 

Tutto ciò che il coronavirus ha portato potrà insegnare a livello globale un modo di ripensare le relazioni, gli equilibri e lo stesso essere umano e, si spera, una nuova consapevolezza di sé e della propria tendenza ad esprimere il principio di piacere, in un’eterna ricerca di beatitudine infantile, forse in definitiva dell’utero materno, purtroppo irrealistica e mai veramente realizzabile, se non nelle innumerevoli forme compensatorie che - ahimè - conosciamo.  

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