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Violenza sulle donne

I dati annuali, presentati nel 2013 dall’Osservatorio del Telefono Rosa,  confermano che il tragico volto della violenza sulle donne non cambia. L’autore è il marito (48%), il convivente (12%) o l’ex (23%), Il dato forse più impressionante che emerge dal campione di 1.562 donne che si sono rivolte a Telefono Rosa nel corso del 2012, però, è quello dell’82% che dichiara di avere figli che assistono alle violenze. La violenza sulle donne è ritenuta una violazione dei diritti umani. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. 
Questa violenza non è mai sola poiché la violenza psicologica, le minacce e la violenza economica sono altri comportamenti ad essa connessi. La dipendenza economica risulta un fattore determinante sia nell’espressione della violenza di genere attraverso forti restrizioni economiche e una totale gestione del denaro da parte del partner, sia nel rendere ancora più faticoso, se non impossibile a volte, l’allontanarsi, per la donna, dal contesto violento.  L’aspetto più rilevante dal punto di vista psicologico è il concetto che le donne hanno di loro stesse. Il principio essenziale su cui si afferma la lotta contro la violenza sulle donne è fondato sulla percezione, da parte delle donne, del diritto di esistere ed essere rispettate, con le proprie specifiche caratteristiche,  alla pari degli uomini.  Storicamente, dopo la seconda guerra mondiale, la Resistenza rappresentò la fase in cui nacquero e si svilupparono le premesse per la nascita della Costituzione e della Repubblica democratica e per la prima volta le donne partecipano da protagoniste a un momento decisivo della storia italiana. Fu un fatto inedito, che non aveva precedenti: il movimento di emancipazione femminile si affermò nel nostro Paese. Precedentemente la soggettività femminile si costruiva sull’essere” figlie di” un padre, oppure “ mogli di “un marito, che dava loro un ruolo,  in ogni caso soltanto come dipendenti e conseguenti da un soggetto maschile. Il ruolo tradizionale di moglie e madre poteva essere, per le donne, l’unico con cui identificarsi, dare un senso alla propria esistenza ed essere riconosciute. Molte furono però le donne frustrate e insoddisfatte in campo culturale e lavorativo con conseguenze negative anche nelle relazioni affettive familiari. Oggi, invece, le donne si sentono persone compiute, valide, con tutte le facoltà, a prescindere dalle loro relazioni con il sesso maschile e anche dalla maternità. A proposito della coppia: normalmente, dopo anni di vita in comune i partner percepiscono una gratificazione dalla relazione stessa e proteggono la coppia dall’attivazione di meccanismi distruttivi e aggressivi. Tuttavia questa relazione, sulla base di altri meccanismi, da un’intimità d’amore può evolversi in una “intimità di odio” e tradursi in violenza. Gli scenari a largo raggio messi in atto inconsciamente sono vari. Le donne hanno professioni alla pari degli uomini e si sentono in diritto di scegliere per la propria vita ciò che preferiscono in piena autonomia. Gli uomini ne vivono le conseguenze e spesso, anche inconsciamente, preferirebbero una compagna o una figlia modellata sui canoni tradizionali: dipendente e sottomessa. Non sempre è facile e automatico accettare di essere messi in discussione proprio da chi si è sempre considerato “inferiore” e vivere un rapporto alla pari tra uomo e donna. Inoltre, per un effetto compensatorio, assistiamo spesso a degli eccessi rivendicativi da parte delle donne che si ispirano a comportamenti maschili di prevaricazione e discriminazione. Modulare sentimenti e comportamenti all’insegna dell’emancipazione e dell’egualitarismo di genere comporta invece un apprendimento complesso e profondo.

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