Psicoanalisi

Il pensare, le emozioni, il sognare

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IL PENSARE, LE EMOZIONI, IL SOGNARE.

Franco Ferri – Psicologo Psicoterapeuta

 

La quotidianità degli individui è una fonte inesauribile di spunti di riflessione sul senso della vita e sul significato che essa assume per tutti noi.

E’ più facile però fermare il pensiero sulla quotidianità quando qualcosa non quadra.

Forse la apparente ripetizione senza senso di gesti consueti, le esteriori ritualità o la sfocata percezione del passato e del futuro finisce col rendere pesante e a volte dolorosa la vita stessa per molti individui.

Forse ancora, il tentativo di sfuggire alla soffocante sensazione di una coazione a ripetere, fa volgere lo sguardo verso professionisti di cose dell’anima nel tentativo di cercare comprensione e aiuto.

La qual cosa, nel mondo complicato in cui viviamo, può risultare nel contempo facile (basta collegarsi a Internet) o anche non facile (se si ha la coscienza che solo nell’incontro tra persone vere si possono sciogliere tutti gli interrogativi, i dubbi e le ambivalenze sul riconoscimento e l’accoglimento dei propri bisogni).

In alcuni di questi individui la tensione vitale verso il recupero della propria autenticità li porta a prendere coraggio e affrontare il rischio di sperimentare nuove relazioni con professionalità più o meno mistiche alla ricerca di terapie dell’anima risolutive….

Cos’è che connota l’umanità in maniera specifica e la proietta su un piano “altro” rispetto a tutte le  forme di vita esistenti? Questa può sembrare una domanda oziosa e superflua ma è proprio il fatto di porci delle domande a renderci umani.

Il bisogno di sentirsi vivi e protagonisti del proprio essere nel mondo, è qualcosa che ritroviamo solo nel mondo delle persone: questa forma di tensione vitale non è altro che il desiderio in parte consapevole e in parte no, di ogni individuo di espandere i propri orizzonti oltre il presente.  

Proverò a descrivere in estrema sintesi ciò che caratterizza l’essere umano utilizzando la strategia di guardare ad  alcune specificità del suo funzionamento.

Non è che occorre un grande acume per mettere al primo posto per importanza la sua capacità di pensare, nel senso di “fare”, “produrre” pensieri.

Con questo, abbiamo detto tutto e niente: tutto, perché per noi esiste solo ciò che è pensato o pensabile; e niente, perché quello che pensiamo, finché non prende una forma, è come se non esistesse.

Forse stiamo correndo il rischio di sconfinare nella filosofia. Per il momento fermiamoci qui. Prendiamoci però il lusso di formulare un’altra domanda apparentemente peregrina: il pensare è, così come appare, una attività privata del singolo individuo?

Ci sono molti motivi che potrebbero portarci a dare una risposta affermativa a questo quesito. Difatti, fintanto che i pensieri non vengono verbalizzati sembrerebbe proprio di sì. O almeno così si è portati a credere.

Qualcuno però potrebbe accennare all’esistenza di altrettanti buoni motivi in grado di disconfermare questa ipotesi. Per esempio, tra la madre e il suo neonato non esiste un vero e proprio scambio verbale: eppure è difficile che non si intendano!

Ad un livello apparentemente meno sofisticato, si impone un’altra questione: la grande rilevanza nel mondo degli umani delle emozioni (e dei legami affettivi, che le condizionano in larga misura).

L’importanza delle emozioni nel comportamento umano è tale che quando ne rileviamo l’assenza o l’incomprensibilità, siamo portati a parlare di comportamenti disumani o addirittura mostruosi, adombrando con ciò una nostra estraneità a tali condotte: mettiamo insomma una certa distanza fra noi e tali modi di agire.

Quale significato possiamo dare a questa apparenza incontestabile? Azzardo una riflessione: le emozioni rendono in un qualche modo visibili, comprensibili e quindi condivisibili, stati d’animo altrimenti nascosti sotto la superficie del nostro comportamento. Esse entrano dunque in gioco come regolatrici dei rapporti interpersonali, anche quando consapevolmente tentiamo di occultarne la loro manifestazione.

Si potrebbe vedere facilmente pure negli animali  la presenza di emozioni e affetti (qualcuno arriva a dire che financo le piante, se si sentono amate, ti rispondono!).

Lo sappiamo tutti però: nella comunicazione umana avviene qualcosa di diverso, di ben più raffinato.

Per sgomberare il campo da possibili equivoci facciamo un paio di semplici considerazioni: solo l’essere umano ha la possibilità di nascondere le proprie emozioni, di negarle, di esprimerle in maniera artificiale o addirittura soffocarle fino a inaridirle. Solo l’essere umano sviluppa un interesse per la comprensione delle sue emozioni con l’evidente intenzione di imparare a padroneggiarle, ricercandole o evitandole.

Infatti solo l’essere umano intuisce che c’è dell’altro, oltre la comunicazione agita che esse di solito comportano (1).

Le emozioni dunque come regolatrici delle relazioni interpersonali si rivelano di natura complessa, sopratutto per quella immediatezza che a volte sfugge al controllo cosciente: da qui la necessità per molte persone di familiarizzarsi col loro maneggiamento per non sentirsi spiazzate quando irrompono nella coscienza.

La Psicologia ci suggerisce che esse rimandano all’universale bisogno presente in noi fin dalle origini della nostra vita, di essere riconosciuti nella nostra unicità e irripetibilità, fondamento della futura stabilità dell’Io e del Sé.

Questo bisogno a sua volta, fin dalle origini, è impastato insieme alla universale paura di non essere riconosciuti, di essere rifiutati e svalorizzati, paura generatrice di rabbie intense, di ansie e di angosce disgregatrici appunto dell’Io e del Sé.

L’arte di vivere, dunque, si configurerebbe come percorso unico e irripetibile di ogni individuo verso lo scioglimento di questo impasto originario, per liberare le energie creatrici dalle pastoie di fantasmi mortiferi (2).

E’ possibile leggere in questo senso la propensione di molte persone a sentire l’ascolto delle proprie emozioni come una capacità da espandere, percependo quest’area come potenzialmente piena di vita. Molte altre sentono la complessità delle emozioni e degli affetti come meritevole di un’attenta distinzione fino a raggiungere una raffinata capacità di attribuire loro un nome specifico; il che può risultare spesso chiarificatore e facilitante per la comprensione degli ambiti e dei modi in cui possono essere espresse o nascoste in base al loro  significato relazionale.

Ad un livello ancor più approssimativo, eppure ancor più specifico dell’uomo, si colloca l’attività del sogno che, dai tempi di Giuseppe e del Faraone, è entrata nella storia dell’umanità in maniera singolare e imperiosa, fino a diventare ai nostri tempi, dopo la scoperta dell’inconscio, la via maestra per accedere all’inconscio stesso (S. Freud, 1899).

Chi è che non ha qualche ricordo o reminiscenza recente o lontana nel tempo, dell’esperienza del sogno?

Al di là di forme più o meno esoteriche di attribuzione di significati al sogno, per ognuno di noi rimane la sensazione di sogni legati a esperienze fantasmatiche a volte particolarmente forti.

Potrebbe essere, come la psicoanalisi dice, un tentativo del nostro inconscio, di rielaborare quei fatti della vita quotidiana che abbiamo lasciato in sospeso per un sovraccarico emotivo: quante volte davanti a decisioni impegnative o difficoltà a comprendere situazioni ambigue,  di ridondante complessità, ci è capitato di pensare  all’opportunità di lasciar decantare le cose e farci sopra una bella dormita?

L’idea che un buon sonno ristoratore ci avrebbe potuto portare in dote un sogno chiarificatore ha in sé l’idea che il regno dei sogni sia quello in cui si svolge un lavoro molto vitale: un lavoro affidato al nostro inconscio che per conto della nostra coscienza vigile si carica della responsabilità di guardare le cose col filtro dei suoi occhiali e sistemare ciò che altrimenti rimarrebbe confuso. E incomprensibile.

Mi piace pensare che questi occhiali assumano spesso la forma dei nostri desideri inconsci di appropriarci del mondo ed eventualmente di modificarlo appunto, secondo i nostri desideri.

E dove traggono lo loro origine, dove prendono vita questi desideri?

La psicoanalisi ci insegna che fin dai primi momenti della nostra esistenza essi sono già al lavoro: quale madre al risveglio del suo neonato non vede nei suoi occhi il desiderio di trovare uno sguardo amorevole, un sorriso, o quel calore, quel sapore di cose buone in grado di calmare la sua agitazione, quei suoni  di voce consueta, quelle braccia amorevoli che possono sciogliere e contenere gli incubi onirici?

L’incontro di quei desideri con una madre sufficientemente adeguata e amorevolmente disponibile, costruisce un mondo prevedibile e amico per l’avventura della crescita e della vita. Madre e figlio insieme danno corpo allo slancio dei desideri e trasmutano le angosce dei sogni nella realtà amica che si presta ad essere docilmente conquistata.

In questo senso il desiderio rappresenta e si configura allora come una forza creativa che “de-sidera” [da sidereus: cielo stellato], cioè che “porta da cielo in terra”, quelle idee fantasiose e spesso onnipotenti che ci accompagnano nel nostro essere nel mondo come attori creativi.

Già, perché noi non siamo semplici spettatori  di qualcosa che si svolge su un palcoscenico dove tutti recitano una parte già data: vogliamo essere protagonisti di quel processo di comprensione e trasformazione della realtà a cui tutto il genere umano partecipa.

Cos’è che accomuna queste prerogative del comportamento umano?

Salta subito all’occhio la loro qualità squisitamente relazionale: sappiamo oramai con un buon grado di approssimazione che la mente individuale ha bisogno dell’altro, dell’oggetto relazionale per svilupparsi. E lo sappiamo dagli studi psicoanalitici sulle prime relazioni oggettuali fra la madre e il suo neonato. Sappiamo che la mente emozionale si sviluppa attraverso un sistema di comunicazione inconscio primario che è specifico degli esseri umani, un sistema chiamato Identificazione Proiettiva è talmente sofisticato da permettere alla madre e al suo bambino di sviluppare una modalità relazionale a tutto campo, tale da far pensare a un’unica entità senza confini tra l’uno e l’altra. Un sistema bidirezionale che a poco a poco, grazie a piccole ma sempre più marcate asincronie (differenze), permetterà a madre e bambino di recuperare la propria individualità di funzionamento.

E sono proprio queste asincronie a “costringere” entrambi a farsi un’idea sempre più precisa, sempre più adeguata l’uno dell’altra e viceversa: è per così dire, il modo che la natura ha trovato per legare il processo di crescita ad una relazione interpersonale.

Questo sistema primario inconscio, apparentemente primitivo perché non richiede alcuna articolazione per il suo funzionamento, è descrivibile solo dall’esterno: la coppia madre-bambino lo utilizza inconsapevolmente. E l’osservatore neutrale non può che constatarne l’efficacia: il bambino e i suoi bisogni “soggiornano” nella mente della madre, e la madre “sufficientemente buona” (Winnicott, 1971) è in grado di anticiparli, riconoscerli, rielaborarli senza soluzione di continuità. Ed è comunque un sistema efficace, perché da lì passa tutto ciò che serve per la crescita.

Col graduale emergere del linguaggio verbale l’Identificazione Proiettiva e le altre forme comunicative tendono ad avere minore rilevanza ma non perdono la loro importanza: il linguaggio verbale per sua natura tende a dominare e predominare anche sulla comunicazione emotiva e anzi a volte sembra proprio avere come scopo quello di tenere a bada le emozioni. Tutti quanti penso, abbiamo avuto un’esperienza di malessere quando ci siamo trovati coinvolti in quel “parlare fra sordi” di comunicazioni poco empatiche e quindi poco significative.

Una vera comunicazione empatica  richiede “qui e ora” proprio come “là e allora” (quando il linguaggio verbale non era ancora costruito), la presenza di una mente in uno stato di ricezione attivo, la sola condizione in grado di trasformare gli stimoli verbali in una comunicazione emozionale reciprocamente significativa. E sottolineo reciprocamente, perché, se mi posso esprimere col linguaggio della cibernetica, il processo è a feed-back e ritorna immediatamente al mittente il messaggio di ok.

Chissà se stiamo parlando delle cellule-specchio…. (Berta, 2010)

Ad ogni modo, quando per così dire l’empatia è spenta si ha l’apoteosi del narcisismo, la ricerca di scariche adrenaliniche come unica emozione per sentirsi vivi (come succede in adolescenza) e l’esperienza della futilità o della solitudine anche in presenza di altri esseri umani.

Pensare. Emozionarsi. Sognare.

Tre attività squisitamente umane. Che altro possiamo dire di loro?

Riprendiamo la madre e il suo neonato: “Un bambino senza la sua madre non esiste!” diceva Winnicott.

E’ solo nel rapporto fra lei e il suo bambino  che l’Identificazione Proiettiva funziona come meccanismo di comunicazione esclusivo e totalizzante.

Il rapporto madre-bambino come sistema vitale chiuso è destinato per sua natura, se tutto va bene, ad evolversi in due sistemi vitali separati e distinti .

In questa evoluzione, il linguaggio verbale si impone come strumento elettivo per comunicare pensieri. Pensieri che a loro volta si avvalgono del linguaggio per trovare una corposità dove organizzarsi e diventare comunicabili. Al principio però è la madre che opera questa trasformazione “leggendo” i pensieri del bambino e “parlando” per lui.

Anche le reazioni emozionali primarie vengono a poco a poco riconosciute, distinte, nominate e significate nei loro nomi dalla madre fino a diventare uno strumento condiviso e maneggiabile per la comunicazione dei propri stati d’animo nella ricerca della sintonia reciproca.

E i sogni del bambino? Che ne sarebbe dei sogni del bambino se al suo risveglio non ci fosse una madre empatica pronta a confermargli nella realtà col suo buon latte caldo e le sue amorevoli braccia quanto di bello e buono egli ha appena sognato,  oppure una madre accogliente e sollecita, pronta a consolarlo per i suoi incubi più oscuri che, se non rielaborati, si trasformerebbero in vissuti di impotenza angosciosa o in fantasmi distruttivi e colpevoli?

Ecco: questo nel migliore dei mondi possibili.

Quando ciò, per le più varie ragioni, non si è felicemente concluso o si è concluso anzitempo, si scava una traccia insatura nella consapevolezza dell’individuo, una sofferenza che lo conduce spesso a cercare nei professionisti della salute mentale quella sensibilità in grado di riconoscere in loro il sogno di diventare finalmente persone vive appartenenti al genere umano, autenticamente capaci di  affermare sé stessi e contribuire da protagonisti al progresso umano.

Il tema di fondo della vita di tutte le persone potremmo riassumerlo così: imparare a sentirsi capaci di pensare i pensieri perché “la testa non è una scatola nera e non è un optional”; sperimentare il piacere di ascoltare e vivere l’intera gamma delle emozioni, perché la vita può essere un ricco arcobaleno e non c’è un’unica emozione (adrenalinica) sostitutiva di tutte le altre quando le altre sono mortificate;  coltivare la speranza di un superamento delle emozioni negative col riconoscimento di nuove emozioni positive;  mantenere la fiducia di poter imparare a tollerare la frustrazione e la rabbia, perché oltre l’ansia e l’angoscia ad esse collegate, c’è la vita pensata e vissuta.

Per poter continuare a sognare.

Sognare, perché la vita senza sogni, che vita è?

 

franco.ferri@tin.it

 

NOTE

(1) Questa è una particolarità delle emozioni: mentre possiamo dire che i legami affettivi orientano e condizionano le scelte comportamentali, vediamo che le emozioni inibiscono o liberano comportamenti relazionali.

(2) La natura relazionale e comunicativa delle emozioni non è mai messa in discussione, anche quando il senso comune le considera squisitamente come personali o private. Semplificando, solo apparentemente le emozioni particolari liberate dall’ascolto in solitudine della musica, dalla visione di un film, o da una lettura potrebbero sembrare tendenzialmente solo nostre. In esse però un occhio attento scorge la ricerca dell’eco di risonanze emotive del passato, relative ad esperienze relazionali magari non riconosciute come tali, allo scopo di riempire un vuoto relazionale attuale.

 

BIBLIOGRAFIA

L. BERTA "Dai neuroni alle parole", 2010, Mimesis, Milano-Udine

S. FREUD (1899) “L’interpretazione dei sogni”, in Opere complete, 1980, Boringhieri, Torino

D.W. WINNICOTT (1971) “Gioco e realtà”, 1974, Armando, Roma

 

 

 

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