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La terapia è un viaggio alla scoperta di sé

Non è un viaggio rapido, né facile e neanche privo di paure.

In certi casi può prendere l’intera esistenza,

ma la ricompensa è il sentimento che la vita non sia passata invano.

Lowen

La Psicologia Umanistica nasce negli Stati Uniti intorno agli anni ’60. In quel periodo, cultura e valori avevano ancora il sapore della guerra, mentre le scienze e le arti erano animate dall’entusiasmo che in quella crisi una rinascita sarebbe stata possibile. Fino a quel momento la concezione psicologica della natura umana era dominata da due branche specifiche: il modello comportamentista skinneriano (definito da Maslow “Prima Forza”) e la psicoanalisi freudiana (“Seconda Forza”) (Maslow, 1954), entrambe aspramente criticate. Il modello comportamentale era ritenuto semplicistico in quanto trascurava completamente l’unicità dell’esistenza e della storia umana. Le sue teorie riducevano il cervello ad una scatola nera utile per elaborare stimoli provenienti dall’esterno e vedevano la personalità semplicemente come il prodotto delle risposte a questi stimoli (De Marchi, 2006). La psicoanalisi ortodossa, all’opposto, era oggetto di critiche per aver considerato l’essere umano un individuo in preda a forze inconsce e pulsioni, schiavo del passato impotente di fronte al cambiamento. Inoltre le teorizzazioni freudiane sulle topiche e le istanze psichiche avevano contribuito a frammentare l’individuo, perdendo di vista la persona nella sua totalità calata del suo mondo e nelle sue relazioni con esso (Pacitto, 2007).  In questo sfondo confuso iniziano a farsi sempre più forti il bisogno di ridare una dignità all’essere umano e il richiamo a quei valori filosofici propri dell’esistenzialismo europeo secondo i quali, pur nella drammaticità della sua condizione umana di sofferenza e solitudine, l’uomo aveva un grande capacità di reagire e di essere artefice del proprio destino attraverso la propria creatività e volontà (De Marchi, 2006). Ecco che sotto l’impulso di un gruppo di psicologi tra cui Abraham Maslow, Carl Rogers e Rollo May, iniziò a porsi in essere una “Terza” e nuova forza, la Psicologia Umanistica. Questa rispondeva alla necessità di riportare al centro dell’indagine psicologica la sfera della soggettività e dell’esperienza vissuta (Caprara G. G., 1994). Nel 1962 gli stessi Maslow, May, Rogers e Allport costituirono poi l’Associazione di Psicologia Umanistica Americana (Association for Humanistic Psychology – AHP) allo scopo di riscoprire l’uomo nelle sue caratteristiche umane, emozionali, creative ed essenzialmente soggettive. La Psicologia Umanistica ampliò così il campo di osservazione della natura umana e della pratica psicoterapeutica portando come manifesto alcuni punti essenziali:

  • Attenzione alla persona e alla sua esperienza quale oggetto essenziale di studio dell’uomo.
  • Interesse per alcune qualità umane considerate peculiari come la scelta, la creatività e l’autorealizzazione.
  • Valorizzazione della dignità della persona e interesse allo sviluppo del potenziale umano.
  • Valorizzazione della significatività a scapito della soggettività nell’ambito delle ricerche e del metodo di indagine.

Sulla scia di questi valori iniziarono a fiorire una numerosa serie di scuole di psicoterapia (fra queste: la terapia centrata sul cliente di Carl Rogers, la terapia della Gestalt di Fritz Perls, l’analisi transazionale di Eric Berne, la terapia bioenergetica di Alexander Lowen e la psicosintesi di Roberto Assaggioli) che, pur distinguendosi per l’approccio metodologico, si riconobbero nel movimento della psicologia umanistica e nella la tendenza a privilegiare l’emozione e l’esperienza rispetto al concetto e alla teorizzazione del processo terapeutico.

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