Famiglia e bambini

Le ragioni dei padri ed i bisogni dei figli: intervista a Luisa Stagi di Viviana Leveratto

21 Settembre 2017

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Negli ultimi decenni l’immagine del padre ha subito importanti cambiamenti: il modello tradizionale del capofamiglia, che si occupa della sfera pubblica e garantisce un certo ordine sociale ed un’esistenza serena alla propria famiglia, sembra andare via via scomparendo, per lasciare spazio ad una paternità alienata e smarrita, esito delle sempre più numerose separazioni e, soprattutto, della loro gestione legale che vedrebbe svantaggiata la figura maschile.

Nel libro “Nel nome del Padre”[1] le due autrici, Luisa Stagi e Gabriella Petti, non intendono tanto soffermarsi sulla crisi dei padri e sul collasso della famiglia, quanto trattare il tema della paternità in un’ottica sociologica, delineando le dinamiche culturali che hanno contribuito a considerarla problematica, sia per i padri stessi, che per la società contemporanea e le modalità con cui essa viene messa in pratica. In modo originale, il tema della paternità viene analizzato come fosse un testo, cercando di identificare quali siano gli ordini discorsivi e le rappresentazioni tramite le quali viene costituita e diffusa una certa immagine della paternità.

Qui di seguito riporterò l’intervista a Luisa Stagi, ricercatrice e docente di Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Genova, in cui vengono approfonditi i temi di maggiore interesse contenuti nel suo libro sulla paternità della società contemporanea.    

Nel suo libro descrive molto efficacemente come, nel tempo, si siano susseguite rappresentazioni di paternità e di famiglia molto diverse tra loro: dal tradizionale modello di maschilità egemonica, che legittima il mantenimento del patriarcato, a quello della paternità affettiva o della “Fatherless Society”, la società senza padri, esito dei cambiamenti di genere. Il contrasto di questi scenari sembra legato alla difficoltà di negoziare tra identità di maschilità e di paternità, in un epoca di mutamento culturale. Potrebbe argomentare brevemente questa considerazione?"

Il momento in cui questa contrapposizione si evidenzia più fortemente corrisponde al periodo storico in cui il femminismo è arrivato ad un certo punto di maturazione ed appare sulla scena pubblica un nuovo modello di maschilità affettiva e di paternità accudente. Questo nuovo padre viene descritto ottimisticamente, ma trova sempre dei pretesti per rappresentarsi (per esempio una vedovanza o una tragedia) che legittimino l’accudimento maschile con la necessità di vicariare funzioni femminili, che vengono meno. Parallelamente, si crea una controtendenza che costruisce la paura ed il rischio di una società mancante della figura del padre autoritario, forte e virile; come se la crisi della maschilità venisse letta sempre e solo come una perdita, mentre potrebbe essere un accrescimento per l’identità maschile, anche nella declinazione della paternità. Ogni volta che c’è un forte cambiamento, c’è la reazione di una resistenza che riporta indietro e tende a descrivere i possibili scenari futuri come disastrosi e pericolosi per l’ordine sociale.

Da cosa dipende questa resistenza al cambiamento?

Secondo me dipende dal fatto che nella società vi è chi considera necessario un certo ordine sociale per avere uno stato di equilibrio e questo tipo di struttura cerca di riportare sempre a quell’ordine. Nella sociologia è la prospettiva funzionalista che giustifica le reazioni e considera la divisione dei ruoli familiari in “padre breadwinner” e “madre accudente” come il modello ideale per il buon funzionamento della società. E sta accadendo anche con il movimento “Contro la teoria del gender”, l’ennesima reazione sociale a un forte cambiamento che è quello della libera identità di genere, della soggettività e della possibilità di uscire da categorie ascritte.

Alcuni psicoanalisti contemporanei, come Zoja, Risè e Recalcati, considerano l’“evaporazione del padre” della Fatherless Society causa del disagio giovanile. Mi piacerebbe approfondire il suo punto di vista in merito.

Questi tre autori sono accomunati da alcune caratteristiche: la prima è che hanno cercato di diventare divulgatori, un obiettivo certamente ammirevole ma, talvolta, nel tentativo di dare degli strumenti di cura comprensibili ad un pubblico più vasto che li possa utilizzare nella sua quotidianità, si corre il rischio di ridurre eccessivamente la complessità del sapere disciplinare.

Descrivere una società del disagio, dando rimedi e identificandone cause che diventano sindromi, è un’operazione rassicurante nella contemporanea incertezza e sensazione di rischio in cui ci troviamo, ma non sono così convinta che si possa usare la psicoanalisi in questo modo. C’è un passaggio nel libro in cui mi interrogo sul fatto che si usino degli strumenti che sono stati pensati per l’individuo come strumenti applicabili alla società, come se questa fosse un’entità unica con propri cicli di sviluppo. Credo che, oltre ad essere un po’ forzato, considerare la disciplina e la Legge come necessari al funzionamento sociale sia reazionario e cavalchi troppo le ansie collettive. I tre autori, poi, hanno tre livelli diversi di colpevolizzazione dell’idea di evaporazione del padre: quello di Recalcati è molto simbolico e la intende come mancanza di valori e ideologie che guidano il pensiero; quello di Zoja è intermedio, attingendo ad un repertorio mitologico per trovare modelli ed archetipi, rimane sempre a livello simbolico ma comincia un po’ ad incarnarsi mentre quello di Risè, oltre ad usare il richiamo ancestrale a valori cattolici introiettati attraverso le varie educazioni e socializzazioni, identifica la disgregazione familiare come causa di tutti i disagi contemporanei e si contrappone all’emancipazione femminile, utilizzando dati a sostegno delle sue ricerche la cui produzione è poco chiara ma che rafforzano questo pensiero. Ciò è alquanto preoccupante perché, in un momento storico caratterizzato da mancanza di certezze e di visioni legate a modelli tradizionali che diano la possibilità di immaginare traiettorie future, il sapere esperto assume molto potere in quanto risponde al bisogno di avere spiegazioni e soluzioni ed, entrando in circolazione, produce altro sapere, influenzando la direzione della produzione mediatica e le politiche stesse.

L’idea sottesa a tali argomentazioni è che vi sia il modello di famiglia“naturale”, che è quello eterosessuale, borghese, di radice cattolica, che si considera come il solo funzionale quando, in realtà, le famiglie hanno assunto varie forme nel corso dei secoli e ne assumeranno altre ancora.

Chiunque abbia studiato un po’ di antropologia sa che non esiste il concetto di famiglia naturale: nelle culture, nelle epoche storiche, esistono moltissimi modelli di famiglia; la sovrapposizione tra famiglia tradizionale e famiglia naturale è potente come tipo di dispositivo nella mente delle persone, ma è un evidente falso ideologico.

In Italia esiste, da qualche anno, una letteratura scientifica a carattere socio-antropologico sul tema della paternità che si contrappone a queste letture più conservatrici …

Si, c’è una parte della sociologia che ha prodotto ricerche molto interessanti (per esempio, recenti studi mostrano che non esiste alcun legame di causa-effetto tra  famiglie omogenitoriali e malessere dei figli); tuttavia, tali studi tendono a restare appannaggio dell’area disciplinare accademica mentre, chi è molto bravo a divulgare fornisce altri dati e altri saperi che, invece, circolano. Stefano Ciccone, Presidente dell’associazione “Maschile Plurale”, ha scritto un libro complesso che poi è andato a spiegare nelle scuole, nelle piazze, nelle fiere e questo è stato importante e necessario per rendere utilizzabile un sapere innovativo. A tal fine, quest’anno l’Università terrà un ciclo di incontri sulla famiglia a Palazzo Ducale, proprio nell’ottica, della “sociologia pubblica”, di rendere accessibili ricerche scientifiche serie.

Cosa pensa a riguardo del pensiero di Recalcati sul fatto che l’omogeneità della famiglia ipermoderna produrrebbe una varia sintomatologia nei figli?

A partire dall’icona della madre coccodrillo Lacaniana di anni fa, che produceva disturbi del comportamento alimentare nei figli, fino agli ultimi tempi, nei testi di Recalcati emerge un’ipercolpevolizzazione della madre che si è diffusa largamente (ancora di recente si è parlato di una correlazione tra anaffettività materna e autismo). In quest’epoca di cambiamento l’immagine della madre sta vivendo momenti di passaggio e confusione che rendono difficile individuarne le aspettative ma trovo sconcertante questa costruzione di colpevolizzazione, in atto attualmente, che individua nella figura della madre un capro espiatorio.

Il concetto del Mother Blame, la cattiva madre, è associato alla figura della madre sola perché separata, cui è attribuita la responsabilità dei comportamenti socialmente devianti dei figli. Ma i dati e le teorie a sostegno di queste tesi trascurano una serie di elementi importanti che necessitano di essere precisati, potrebbe parlarcene?

Non è in discussione l’esistenza di disagi o sindromi ma cercare dei colpevoli, intesi come singoli individui, è un’operazione molto neoliberale. In questo momento storico c’è una grandissima crisi economica e del welfare di cui si risente e, nonostante le grandi dichiarazioni intorno all’importanza della famiglia tradizionale, non viene attuata nessuna politica a sostegno di essa. Per cui, quando c’è una crisi familiare, che non viene sostenuta né dallo Stato né da reti sociali abbastanza mature per gestire conflitti, questa ricade unicamente sugli individui che vengono responsabilizzati di ogni fallimento. Il conflitto tra uomo e donna all’interno della famiglia ha dei costi sociali enormi che poi ricadono sui figli mentre, chi ha un certo capitale culturale ed economico, non finisce in questa crisi perché riesce a gestirla in un modo diverso. Tutto viene narrato come un problema di cambiamento, di crisi sociale intesa come crisi di modelli femminili e maschili e conflitto tra generi ma c’è una crisi molto più profonda che, nonostante venga sfumata come sfondo, è proprio ciò che produce la crisi individuale di cui le persone si sentono responsabili e si fanno carico. Ciò accade perché la società neoliberista fa ricadere l’intera responsabilità di tutto sul singolo, togliendo ogni riferimento di contesto ambientale e sociale; è questo il grande problema contemporaneo e la narrazione sulla colpevolizzazione materna è parte di quest’altra grande narrazione.

Il conflitto derivante dalla mancata legittimazione del cambiamento sociale dei generi viene patologizzato con conseguenti etichette diagnostiche e interventi terapeutici. E’ ciò che avviene per quanto riguarda la cosiddetta PAS, la Sindrome di Alienazione genitoriale?

Si, i disagi diventano disturbi e sindromi a seconda del momento storico-politico, delle evidenze empiriche e dei discorsi che circolano. La Sindrome di alienazione genitoriale, che consiste in una sorta di indottrinamento da parte di un genitore in pregiudizio dell’altro e nel conseguente allineamento del figlio con il genitore “alienante”, non è stata riconosciuta scientificamente; tuttavia comincia a circolare per i Tribunali, è citata dai saperi esperti, entra nell’immaginario e si diffonde a macchia d’olio. Da una parte ciò è molto interessante perché rappresenta un caso emblematico del teorema di Thomas, uno dei primi principi della sociologia che dice che “un fatto che viene ritenuto reale sarà reale nelle sue conseguenze”[2]; d’altra parte, è un po’ allarmante che vi sia questo bisogno di trovare sindromi per poi curare e dare potere alla regolamentazione esterna nella vita delle persone. Inoltre, la PAS può essere utilizzata come risposta ad una questione delicata che è quella delle false accuse per cui, in una dimensione conflittuale come quella della separazione, può essere facilmente strumentalizzata. Ma l’aspetto più incredibile è come, ormai anche in Italia, vi sia un dibattito politico sulla PAS in Parlamento quindi, alla fine, non esiste ma esiste.

La stampa si concentra sulla condizione di povertà dei padri separati, costruendo un’immagine di vulnerabilità della categoria; tuttavia, i recenti dati della Caritas delineano uno scenario molto più ampio che non viene problematizzato …

La soglia della Caritas, intesa come spazio in cui c’è l’attestazione della povertà, è stata varcata da molte categorie sociali ma quella che ha più colpito è quella dei maschi, bianchi, borghesi, padri di famiglia perché corrisponde alla categoria protetta e intoccabile. In realtà gli stessi dati ci dicono che, da molti anni, una delle categorie sociali più vulnerabili è quella delle madri separate, che hanno più difficoltà a rientrare nel circuito lavorativo ma ciò non viene enfatizzato come avviene per i maschi borghesi perché ritenuto maggiormente scontato. Inoltre, questa povertà assoluta non è attribuibile alla disgregazione familiare, bensì a quella di un sistema che ha prodotto una crisi economica epocale in assenza di welfare state e sostegno di qualsiasi tipo. Alla fine del libro cerco di spiegare una prospettiva che fa un po’ fatica in Italia ad emergere, che è quella dell’intersezionalità, anche rispetto agli studi di genere; io non credo che si possa studiare il genere come contrapposizione tra maschile e femminile, è un insieme di variabili che definiscono la situazione. In questo scenario di crisi economica, crisi del welfare e neoliberalismo, alcune categorie sociali sono molto vulnerabili; il genere si innesta in un’altra fragilità sociale che è data da un insieme di variabili che si combinano in modo esponenziale.[3] La frase tipica della prospettiva intersezionale è: “un conto è essere donna e un conto è essere donna, nera, di orientamento sessuale lesbico, con handicap …”; e non solo, avere un insieme di variabili di questo tipo e vivere in un contesto di neoliberalismo in cui l’individuo viene lasciato solo dallo Stato a rispondere ai suoi bisogni, in un contesto di disagi e conflitti, aumenta decisamente la difficoltà.

Il suo libro ci fa riflettere sulla natura contraddittoria dell’atteggiamento del movimento dei padri separati, può approfondire meglio questa questione?

I movimenti dei padri separati rappresenterebbero una grande opportunità perché rivendicano una relazione affettiva e di accudimento verso i propri figli che, prima della separazione, per come viene modellizzata la famiglia nel quotidiano, non veniva espressa. Il problema non è solo che tale rivendicazione avvenga dopo la separazione ma che avvenga nel momento in cui inizia il conflitto. Nel movimento dei padri separati c’è un’incoerenza tra il desiderio di intervento da parte della legge per sanare dei conflitti e il rifiuto di una regolamentazione altrui della propria vita perché, in realtà, ciò che crea rancore nel padre è la perdita del suo potere nel momento della separazione, un potere che tenta di recuperare in modi contraddittori. Dal 2006 è entrata in vigore la legge sull’affido condiviso ma, poiché ad un cambiamento legale non corrisponde un immediato cambiamento culturale, i giudici continuano ad assegnare l’accudimento dei figli alla madre. Ci sono, quindi, delle grandi questioni su cui i movimenti intervengono a ragione ma a diventare un’ingiusta vessazione è quello stesso sistema che prima ha creato la divisione di ruoli e funzioni di genere, per cui avrebbero dovuto operare a monte. Sarebbe importante che le loro rivendicazioni diventassero non quelle dei padri separati ma degli uomini; mi piacerebbe che fosse un movimento politico che riguarda tutto e tutti, tempi di vita e tempi di lavoro (durante la maternità, per esempio, sono previsti congedi parentali dei padri che non vengono mai utilizzati), non solo una rivendicazione nel conflitto.

Pensa che sia possibile che si arrivi a questo?

E’ molto difficile perché il cambiamento culturale necessita di un lungo periodo di incubazione per cui c’è sempre una certa resistenza sociale. Nelle nuove generazioni inizia ad esserci una reale condivisione di tutti i compiti di cura e domestici ma questo avviene tra persone con un capitale sociale e culturale di un certo tipo; il cambiamento ci sarà però siamo fortemente impregnati di questi modelli. Io vedo la fatica che fanno movimenti, quali “Maschile Plurale”, a portare avanti un certo discorso perché tutti si sentono sempre minacciati dal cambiamento senza rendersi conto che, invece, sarebbe una grande opportunità per tutti.

E alla fine il prezzo più alto di tutto ciò lo pagano i minori?!...

Certo; se pensiamo che un padre accudente viene ancora definito “mammo”, in senso dispregiativo, capiamo quale sia la misura del livello culturale a cui, parallelamente, si contrappone la rivendicazione, dopo la separazione, di poter essere accudenti. È un problema culturale e tutto diventa così conflittuale, perché è immerso in questo ambiente.

Per concludere, che ruolo occupa la figura della madre in questo panorama secondo lei? Potrebbe fare qualcosa per lenire il conflitto post-separazione che ricade soprattutto sui minori?

Anche in questo caso, le ricerche mostrano che, con un buon capitale culturale e sociale della madre, le cose vengono gestite in un modo completamente diverso.

Quindi questa sembra essere la variabile più significativa?

Purtroppo bisogna tornare a parlare dell’importanza della classe sociale che è ciò che fa la grande differenza: senza problemi economici, con un certo livello culturale ed una rete di sostegno, la separazione non è un problema, ma se si deve pensare alla sopravvivenza e si è soli, non si ha nemmeno la capacità di negoziare e pensare soluzioni alternative di cambiamento. Penso che in uno Stato sociale diverso anche il capitale culturale ed economico peserebbero meno; uno Stato sociale che sostenga le politiche familiari produrrebbe una società diversa, con più donne e madri lavoratrici e che, in caso di separazione, avrebbero gli strumenti per affrontarla in modo non conflittuale.

 

 

*Luisa Stagi, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Genova, dove insegna Sociologia generale e collabora con il Laboratorio di sociologia visuale. È co-direttrice della rivista “AG. AbouGender”. Rivista internazionale di studi di genere.”

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:

CICCONE, S. Essere maschi tra potere e libertà, Rosemberg & Selling, Torino, 2009.

RECALCATI, M. Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze e psicosi, Franco Angeli, Milano, 2002.

RECALCATI, M. Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano, 2013.

RECALCATI, M. Le mani della madre, Feltrinelli, Milano, 2015.

RISÈ C. Il padre. L’assente inaccettabile, San Paolo Edizioni, Roma, 2007.

ZOJA, E. Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Luisa Stagi, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Genova, dove insegna Sociologia generale e collabora con il Laboratorio di sociologia visuale. È co-direttrice della rivista “AG. AbouGender”. Rivista internazionale di studi di genere.”

 

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